Sri Aurobindo
Il Ramayana e il Mahabharata
‘domani’ Febbraio 2008
Questi due poemi sono epici per contenuto e spirito, ma non assomigliano a nessun altro poema epico, essendo di un loro tipo particolare e sottilmente diverso dagli altri nel loro principio di base. Non è solo il fatto che, sebbene contengano una narrazione eroica antica e una trasmutazione di molti elementi primitivi, la loro forma appartiene a un periodo di grande sviluppo intellettuale, di ricca cultura etica e sociale, arricchita da un solido pensiero maturo e innalzato da una nobiltà affermata e una raffinata gravità di tono etico e quindi questi poemi sono ben differenti dalle primitive saghe, e più grandi per le ampie vedute e la sostanza e l’altezza del loro motivo (non parlo qui di qualità estetica e perfezione poetica) dei poemi omerici, mentre allo stesso tempo ancora sussiste un respiro primitivo, un vigore diretto e schietto, una freschezza e grandezza dell’ impulso della vita, una semplicità di forza e bellezza che fa di loro un genere ben distinto dai poemi letterari elaboratamene costruiti di Virgilio o Milton, Firdausi o Kalidasa. Questa particolare combinazione di spontaneo respiro di una forza di vita primordiale, eroica, dinamica e vigorosa con un forte sviluppo e attività di una mente etica, intellettuale, anche filosofica, è davvero una caratteristica notevole; questi poemi sono la voce della giovinezza di un popolo, ma una giovinezza non solo fresca e raffinata ed esuberante, ma anche grande e compiuta, saggia e nobile. Questa tuttavia è solo una distinzione caratteriale: ce n’è un’altra che è più lungimirante, del tutto differente nella concezione, funzione e struttura.
Uno degli elementi dell’antica educazione vedica era la conoscenza di una tradizione significativa, itihasa, ed è questa la parola usata dagli antichi critici per distinguere il Mahabharata e il Ramayana dai successivi poemi epici. L’itihasa era un’antica tradizione, storica o leggendaria, volta a un uso creativo in quanto mito significativo o racconto espressivo di un qualche senso spirituale, religioso, etico o ideale e quindi formativo della mente e delle persone. Il Mahabharata e il Ramayana sono itihasa di questo genere di grande portata e con uno scopo imponente. I poeti che hanno scritto e quelli che hanno apportato delle aggiunte ai corpi di questi grandi scritti poetici non intendevano semplicemente raccontare una storia antica in stile bello e nobile o anche modellare un poema denso di significato, ricco di interesse, sebbene abbiano fatto anche ciò e con grande successo; essi hanno scritto consapevoli della loro funzione come architetti e scultori della vita, esponenti creativi, artefici delle forme significative del pensiero, della religione, dell’etica e della cultura di una nazione. Un pensiero profondo teso verso la vita, una visione ampia e viva della religione e della società, un certo sforzo verso l’idea filosofica pervadono questi poemi e l’intera cultura antica dell’India vi si trova impersonata con grande forza di concezione intellettuale e di rappresentazione vivente.
Si è parlato del Mahabaratha come di un quinto Veda, si è detto di entrambi questi poemi che non sono solo grandi poemi, ma Dharmashastra, il corpo di un grande insegnamento religioso ed etico, sociale e politico, e il loro effetto e la loro presa sulla mente e la vita di un popolo sono stati talmente grandi da essere descritti come la bibbia del popolo indiano. Ma non è un’analogia accurata, perché la bibbia del popolo indiano contiene anche i Veda e le Upanishad, i Purana, i Tantra e i Dharmashastra, per non parlare della vasta mole di poesia religiosa espressa nelle varie lingue regionali. Il compito di queste narrazioni epiche era di rendere popolari le grandi idee filosofiche ed etiche e la pratica della cultura; era di far emergere in modo prominente e di mettere efficacemente in rilievo in una cornice di grande poesia (col sottofondo di una storia poetica concentrata attorno a personalità significative che sono diventate per la gente riferimenti vincolanti della memoria nazionale e figure rappresentative) tutto ciò che di meglio vi era nell’anima e nel pensiero o di vero nella vita o reale per l’immaginazione creativa e la mente ideale o caratteristico o illuminante della cultura sociale, etica, politica e religiosa dell’India. Tutte queste cose sono state messe insieme e disposte con potere artistico ed effetto significativo in un corpo poetico affidato a tradizioni in parte leggendarie, in parte storiche, ma amate da qui in poi dal popolo come le verità più profonde e vive e come parte della sua religione.
Così strutturati il Mahabharata e il Ramayana, sia nell’originale sanskrito o riscritti nelle lingue regionali, portato alle masse dai Kathaka – i cantori, commentatori ed esegeti, - sono diventati e tali rimarranno strumenti principali dell’educazione popolare e della cultura, modellando il pensiero, il carattere, la mente estetica e religiosa della gente e dando anche al non istruito una sfumatura di conoscenza, di emozioni estetiche, poesia, filosofica, etica, idee sociali e politiche, narrativa e romanzo. Ciò che per le classi erudite era contenuto nei Veda e le Upanishad, celato in profondi aforismi filosofici e trattati, o impresso nei Dharmashastra e Arthashastra, è stato messo in figure creative e viventi, associati a storie familiari e leggende, fusi in una vivida rappresentazione della vita e resi così poteri viventi facilmente assimilati attraverso un linguaggio poetico che tocca l’anima, l’immaginazione e l’intelligenza.
(tratto da: The Foundation of Indian Culture)
Sri Aurobindo
Mahabharata e Ramayana
Dèi e Titani
‘domani’ Maggio 2008
[Nel Mahabharata] il concetto vedico della lotta tra le divinità della verità, della luce e dell’unità contro i poteri dell’oscurità, della divisione e della falsità proviene dal mondo interiore, spirituale e religioso, e si porta verso il piano vitale esteriore, intellettuale ed etico. Nella storia [del Mahabharata] ciò assume la doppia forma di una lotta personale e politica: quella personale, un conflitto tra personalità-tipo rappresentative che incarnano da una parte i grandi ideali etici del dharma indiano, e dall’altra le forze asuriche dell’egoismo e della volontà individuale che deformano il dharma; quella politica, la battaglia nella quale la lotta personale culmina in uno scontro che coinvolge tutti gli Stati e porta una nuova era di rettitudine e giustizia, un regno o, meglio, un impero del dharma che riunisce le razze in lotta e sostituisce all’ambiziosa arroganza dei re e dei clan aristocratici, la supremazia, la calma e la pace di un impero umano giusto. È l’antica lotta tra Deva e Asura, Déi e Titani, ma rappresentata nei termini della vita umana …
[Nel Ramayana] il soggetto è lo stesso del Mahabharata, la lotta del divino contro le forze titaniche nella vita della terra, ma in forme più puramente ideali, in dimensioni chiaramente soprannaturali e con un innalzamento immaginativo di quanto vi è sia di bene che di male nel carattere umano. Da una parte è raffigurata un’umanità ideale, una divina bellezza di virtù e di ordine etico, una civiltà basata sul dharma e sulla realizzazione ed esaltazione dell’ideale morale che è presentato con un richiamo singolarmente forte di grazia estetica, armonia e dolcezza; dall’altra ci sono le forze anarchiche e selvagge e quasi informi di un sovrumano egoismo, auto-affermazione ed esultante violenza, e queste due idee e poteri della natura mentale vivente e incarnata sono portati a confrontarsi e conducono all’evento decisivo della vittoria dell’uomo divino sui Rakshasa. Tutte le sfumature e le complessità [nel Ramayana] sono omesse, perché diminuirebbero la specifica purezza dell’idea, la forza rappresentativa nel delineare i personaggi, il senso del carattere, ammessi soltanto quel tanto che è sufficiente a umanizzarne il richiamo e il significato.
(The Foundation of Indian Culture)