|
Il Ramayana (Puntate finora pubblicate su ‘domani’)
Vedi anche: Sri Aurobindo sul Ramayana
‘domani’ Febbraio 2008
Il Ramayana e il Mahabaratha sono i due grandi poemi epici della tradizione letterario-spirituale dell’India, e hanno contribuito a modellare il carattere del suo popolo; e se oggi l’India antica, con i suoi valori, rappresenta il modello spirituale che l’Occidente sta cercando di imitare, la sua conoscenza non può prescindere dalla lettura di questi due capolavori ineguagliati. Se uniamo insieme la bellezza e forza estetica di Omero, la visione poetica di Dante e l’introspezione psicologica di Shakespeare, ancora il confronto non può reggere. Perché alle opere di questi tre giganti dell’umanità manca ancora la capacità di proporre quel modello caratteriale, il superuomo ariano sulla terra, che personaggi come Arjuna e Yudishtira nel Mahabaratha, o Lakshmana e Baratha nel Ramayana rappresentano.O le corrispondenti figure femminili di, rispettivamente, Draupadi e Sita. E oltre a offrirci un modello di grandezza umana, maschile e femminile, entrambe le opere ci descrivono l’interazione diretta del Divino sul destino della terra e dei suoi abitanti attraverso le incarnazioni di Krishna nel Mahabaratha e di Rama nel Ramayana. Non a caso queste due opere sono state collocate da Sri Aurobindo alla sommità della produzione letteraria di tutti i tempi, e Rama e Krishna sono da lui visti come l’incarnazione rispettivamente delle possibilità mentale (mind)e sopramentale (overmind) nell’evoluzione terrestre. Il Ramayana originale del poeta Valmiki (e le successive aggiunte di altri autori nel corso dei secoli) consiste di versi sanskriti. ‘domani’ propone ai suoi lettori una fedele versione in prosa basata su varie fonti. (la Redazione di ‘domani’)
Introduzione
La tradizione afferma che Valmiki scrisse il Ramayana durante la vita stessa di Rama. Si racconta che il Santo Narada un mattino era andato a visitare Valmiki nel suo ashram. Dopo i benvenuti di rito, Valmiki gli chiese: “Oh Narada che tutto conosci, dimmi, tra gli eroi di questo mondo chi è il più grande per virtù e saggezza?” Sapendo, grazie ai suoi poteri super-naturali, perché Valmiki gli poneva questa domanda, Narada rispose: “Rama è l’Eroe di cui chiedi. Nato dalla dinastia Solare, egli ora governa ad Ayodhya.” Quindi Narada narrò in breve la storia di Rama e Valmiki ne rimase talmente colpito che anche dopo che Narada era partito, la sua mente ne era colma, e ad essa pensava mentre si recava al fiume Tamasa per le sue abluzioni mattutine. Mentre camminava lungo la riva del fiume vide su un albero due uccelli in amore che cantavano la loro gioia della vita. Improvvisamente l’uccello maschio cadde a terra, colpito dalla freccia di un cacciatore. La femmina, vedendo il suo amato rovinare a terra, si lamentò pietosamente. Nel vedere ciò, Valmiki fu colto da una grande collera e pronunciò una maledizione: “Oh cacciatore, poiché hai ucciso un inerme uccello nel momento dell’ amore, vagabonderai senza dimora per il resto dei tuoi giorni.” Ma un attimo dopo il saggio si riprese, chiedendosi come avesse potuto cedere alla collera: “Che diritto ho io di maledire il cacciatore? Come ho potuto soccombere alle emozioni?” Ma, ripetendo le parole della maledizione, il rishi si meravigliò del loro ritmo. Scoprì che la pietà aveva preso la forma di un bellissimo sloka, un verso poetico. Pensò che tutto questo fosse parte del misterioso lila, il gioco cosmico divino, ed entrò in meditazione. Nella meditazione gli apparve Brahma, che disse: “Non temere. Queste cose sono accadute perché tu iniziassi la storia di Rama. Dal dolore (soka) è emerso lo sloka, e in questa rima e ritmo la storia deve essere raccontata. Io ti darò la visione di tutto quanto è accaduto, ti mostrerò anche i caratteri che vedrai così chiaramente come fossero sul palmo della tua mano. E tu canterai ciò, con le mie benedizioni, a beneficio del mondo.” Poi Valmiki e i suoi discepoli ripeterono i versi ancora ed ancora, fissando con fermezza il modello nelle loro menti. Quindi Valmiki compose il Ramayana seguendo quel ritmo e lo insegnò ai suoi discepoli. Fu così che nacque il Ramayana di Valmiki, il racconto del Signore Rama e della sua consorte Sita, nati come mortali, vivendo il dolore degli uomini per stabilire sulla terra il dharma, la legge della condotta divina. E nei secoli, le parole di Brahma si rivelarono vere: “Finché le montagne si ergeranno e i fiumi scorreranno, il Ramayana sarà cantato dagli uomini e li salverà dal peccato.”
La Storia A nord del Gange si estendeva il grande regno di Kosala, reso fertile dal fiume Sarayu. Sua capitale era Ayodhya(1), costruita da Manu, l’illustre sovrano della dinastia Solare. Il regno era governato dal re Dasaratha. Egli aveva combattuto a fianco dei Deva e la sua fama si era sparsa nei tre mondi.(2) Eguagliava Indra, il re degli dèi, e Kubera (3). La gente di Kosala era felice, soddisfatta e virtuosa. Il regno era protetto da un forte esercito e nessun nemico avrebbe osato avvicinarsi. Fortini e fossati lo circondavano, come altre installazioni difensive, e, coerente al suo nome, che significa ‘la città che non può essere sottomessa dalla guerra, Ayodhya sfidava qualunque nemico. Dasaratha aveva otto valenti ministri, sempre pronti a consigliarlo e a eseguire i suoi ordini. Grandi saggi come Vasistha e Vamadeva e altri Bramini insegnavano il dharma ed eseguivano riti e sacrifici. Le tasse erano leggere e le punizioni dei crimini giuste e inflitte secondo le possibilità del trasgressore. Così sorretto dai migliori consiglieri e uomini di Stato, lo splendore del re riluceva ad ogni sorgere del sole. Molti anni passarono tranquilli, ma nel mezzo di tutta questa prosperità Dasaratha aveva un dispiacere: non aveva figli. Consultò i suoi maestri religiosi, e su loro consiglio chiamò il saggio Rishya-Sringa per celebrare uno yaga. Lo yaga era una grande, importante cerimonia sacrificale, e gli inviti includevano molti dei potenti re e principi dell’epoca. Non era cosa do poco realizzare uno yaga. Il luogo e la costruzione della piattaforma sacrificale doveva essere eseguita seguendo nei dettagli le regole prescritte ed era necessaria la presenza di esperti. Comportava la costruzione di un campeggio delle dimensioni di una città, capace di accomodare e intrattenere decine di migliaia di persone. Mentre i preparativi erano in corso, si svolgeva nei cieli una discussione tra gli dèi. I Deva si lamentavano con Brahma, il Dio Creatore, che il re dei demoni, Ravana, intossicato dal potere che lo stesso Brahma gli aveva conferito, stava causando loro indescrivibili miserie e difficoltà. Spiegavano a Brahma: “È oltre le nostre possibilità sottomettere, conquistare o uccidere Ravana. Protetto dai vostri doni, è diventato malvagio, insolente e maltratta chiunque, anche le donne. Il suo intento è di detronizzare Indra. Voi siete il solo nostro rifugio e sta a voi trovare un mezzo per uccidere Ravana e porre fine al suo dispotismo.” Brahma sapeva di aver concesso a Ravana, per i sacrifici da lui compiuti, il dono che il demone aveva tanto supplicato di ottenere: di essere invulnerabile e invincibile contro Deva, Asura e Gandharva e gli altri esseri dei mondi degli dèi e dei demoni. Era tale la sicurezza arrogante di Ravana che egli non si preoccupò di chiedere di essere protetto dal genere umano. Non appena Brahma rivelò ai Deva questa fatale omissione di Ravana, essi ne gioirono e si rivolsero a Vishnù, preservatore dei mondi e loro protettore. Prosternandosi davanti ad Hari (4) lo supplicarono di incarnarsi come uomo e di porre fine alle atrocità di Ravana. Vishnù fu d’accordo e promise di nascere come i quattro figli di Dasaratha, che proprio allora stava eseguendo la cerimonia per avere della progenie. Non appena il ghee, il burro sacrificale, fu versato e lingue di fuoco scaturirono dall’altare, da esse emerse una figura maestosa, risplendente come il sole di mezzodì, tenendo in mano una ciotola d’oro. Chiamando per nome il re Dasaratha, la figura disse: “I Deva sono contenti della cerimonia e vogliono soddisfare la vostra preghiera. Ecco un payasam(5) che gli dèi mandano per le vostre mogli. Sarete benedetto dalla nascita di figli se esse berranno questo nettare divino.” Con gioia incontenibile Dasaratha ricevette la ciotola come se stesse accogliendo un bambino e distribuì il payasam alle sue tre mogli, Kausalya, Sumitra e Kaikeyi, e quel che rimase fu dato ancora a Sumitra. Le mogli di Dasaratha erano felici, come mendicanti che avessero improvvisamente tra le mani un tesoro. Tutte e tre ora erano in attesa di diventare madri.
Il Saggio Viswamitra
Trascorso il tempo dovuto, nacquero i figli di Dasaratha. Rama da Kausalya e Baratha da Kaikeyi; Sumitra, che aveva bevuto il nettare due volte, diede alla luce due gemelli, Lakshama e Satrughna. Crescendo, ricevettero l’addestramento prescritto per dei principi. Rama e Lakshmana erano particolarmente uniti l’uno all’altro, e così Baratha e Satrughna. Dasaratha era felice nel vedere i suoi figli crescere forti, virtuosi, coraggiosi e amorevoli, tutte le migliori qualità di futuri regnanti. Un giorno che il re contemplava le esercitazioni dei suoi figli, fu annunciato l’arrivo del grande saggio Viswamitra. Viswamitra era temuto da tutti come il più potente tra i rishi.(6) L’arrivo era inaspettato e il re si affrettò a scendere dal trono avanzando di alcuni passi per ricevere col dovuto rispetto il temibile saggio. Viswamitra era stato re e aveva raggiunto la santità sottoponendosi a terribili austerità. Molto tempo addietro aveva dato una dimostrazione dei suoi poteri spirituali cominciando la creazione di un altro universo che rivaleggiava con quello di Bramha. Era già arrivato al punto di creare una nuova costellazione quando fu fermato dalle suppliche degli dèi allarmati. Si comprende quindi come Dasaratha ricevesse Vishvamitra come fosse Indra stesso e toccandogli i piedi in segno di rispetto gli chiese: “Sono invero benedetto tra gli uomini. Il vostro arrivo può solo essere dovuto al merito dei miei antenati. Come il sole del mattino che disperde le tenebre della notte, la vostra presenza porta luce ai miei occhi. Il mio cuore è colmo di gioia. Nato re, siete divenuto, attraverso le austerità, un Bramha Rishi. E voi in persona siete ora qui alla mia dimora. Qualunque cosa in mio potere io possa fare per voi, chiedetelo e obbedirò.” Viswamitra era estremamente felice di udire queste parole di Darasatha, e il suo viso si illuminò. Disse: “Oh re, le tue parole sono degne di te. Nato dalla discendenza di Ikshvaku, con Vasistha come guru, cos’altro avresti potuto dire? Hai detto ‘sì’ ancor prima della mia richiesta. Questo colma il mio cuore di gioia.” E cominciò a spiegare lo scopo della sua visita. Viswamitra disse: “Sto compiendo un rito sacrificale; ma non appena sono vicino al completamento, due potenti demoni Rakshasa(7), Marika e Subahu lo inquinano. Versano sangue impuro e carne contaminata sul fuoco dell’altare. Potrei maledirli e distruggerli, ma sarebbe un grande spreco dell’ energia acquisita con le austerità. Il problema avrà fine se mi affidi Rama, il primo dei tuoi figli battaglieri. Con me, la sua grandezza principesca si accrescerà. Sicuramente egli sconfiggerà questi Rakshasa e il suo nome acquisterà fama. “Affidami Rama per pochi giorni soltanto. Non respingere la mia richiesta. Adempi la promessa che mi hai fatto con spontaneità. Dell’ incolumità di Rama, non essere ansioso. Avrai gloria eterna nei tre mondi.Vasistha e gli altri tuoi Ministri saranno d’accordo con quanto ti dico.” Dasaratha tremò per la paura e l’ansia. Era di fronte a una dura scelta: lasciare che il suo amato figlio fosse ucciso dai rakshasa o altrimenti incorrere nella terribile ira di Viswamitra. Per qualche tempo Dasaratha rimase senza parole, stordito e sconcertato. Ripresosi dallo shock, cominciò a pregare il saggio di desistere dalla richiesta. Disse: “Rama non ha ancora sedici anni, come può battersi contro i rakshasa? Che senso può avere mandarlo con voi? Che cosa conosce degli ingannatori rakshasa? Non è giusto che mi domandiate di mandare un semplice ragazzo a combatterli. Io sono qui, e il mio esercito è pronto a mettersi in marcia. Come può un ragazzetto proteggere voi e il vostro yaga? Ditemi tutto dei vostri nemici. Io verrò con voi alla testa del mio esercito ubbidendo ai vostri ordini e servendo i vostri bisogni. Ditemi tutto di questi dissacratori.” Vishvamitra descrisse Marika e Subahu, e il loro signore Ravana. E ancora domandò che Rama fosse mandato con lui. Dasaratha insistette nel rifiuto. “Separarmi da Rama sarebbe per me la morte. Io verrò con voi, io ed il mio esercito. Il compito è arduo anche per me. Come potrebbe quindi mio figlio essere all’altezza? In verità, non posso mandarlo. Se siete d’accordo, sono pronto con il mio esercito.” Il tentativo di Dasaratha di rimangiarsi la sua affrettata promessa, mandò in collera Viswamitra. Le suppliche e i ragionamenti del re erano come olio versato sul fuoco della sua ira. “Questa condotta non è degna del vostro lignaggio - disse il saggio – ditemi se è questa la vostra parola finale. Me ne tornerò per il cammino da cui son venuto. Che possiate vivere a lungo circondato da parenti e amici dopo aver deviato dal passo della verità!” La terra tremò e gli dèi ebbero paura delle conseguenze della collera del saggio. Vasistha si rivolse al re e parlò con delicata gentilezza: “Solo sventura può venire, o re, dalla promessa non mantenuta. Nato dalla dinastia Ikshvaku, non potete farlo. Dopo aver detto una volta ‘sì lo faro’, non avete altra scelta che farlo. Altrimenti, perderete i meriti acquisiti con le vostre grandi imprese e raggiungimenti. Mandate Rama col saggio, e mandate anche Lakshmana. Non dovete avere nessun timore per la loro sicurezza. Se protetti da Viswamitra, nessun rakshasa può far loro del male. Come il nettare degli dèi è preservato dal cerchio di fuoco, così sarà Rama protetto dal potere di Viswamitra. Egli è tapas(8) in forma umana. Coraggioso tra i coraggiosi e saggio tra i saggi, egli è il signore di tutte le armi. Nei tre mondi non c’è, e mai ci sarà, un eguale a lui per valore marziale e spirituale. Come re, ottenne dagli dèi la padronanza su tutte le armi. Egli può vedere il passato, il presente e il futuro. Perché quindi chiede del principe?, dovreste chiedervi. Potrebbe benissimo lui stesso occuparsi del suo yaga; ma è per il bene di vostro figlio che è venuto qui e sembra cercare il vostro aiuto. Non esitate. Mandate vostro figlio con lui.” Ascoltando il saggio Vasistha, Dasaratha vide le cose con chiarezza e cambiò idea sulla partenza di Rama e Lakshmana. I due principi furono quindi portati in presenza del saggio. Il re, le regine madri e Vasistha li benedirono e li mandarono con Viswamitra. Spirava una piacevole brezza e gli déi del Cielo riversarono fiori sulla terra. Suoni di buon auspicio si udirono. L’arco in mano, i due ragazzi avanzavano con orgoglio ognuno a un fianco del saggio. I due splendidi principi andavano verso la loro prima avventura protetti da un grande rishi che era anche stato un valoroso guerriero, un maestro capace di creare nuovi mondi; accanto a lui, il capo eretto, i due alunni principeschi nati per porre fine alla razza dei demoni rakshasa. Con le spade della vittoria al loro fianco, gli archi e le faretre sulle forti spalle, avanzavano come un cobra dalle tre teste col cappuccio rigonfio.
NOTE 1. La città di Ayodhya esiste tuttora ed è fonte di una sanguinosa disputa fra Indù e Musulmani. I primi sostengono che un tempio musulmano era stato costruito sui resti di un più antico tempio indù dedicato a Rama, e su questa base anni fa alcune migliaia di fanatici indù lo avevano distrutto, nonostante il divieto della Corte Suprema indiana; l’intenzione era di riedificare l’antico tempio di Rama. L’intervento dell’esercito ha bloccato ulteriori iniziative e da allora pattuglia la zona, ma la disputa è irrisolta e rappresenta una continua fonte di tensione e di azioni violente, sovente con gravi conseguenze, tra la comunità indù, maggioritaria, e i musulmani d’India. 2. I tre mondi: degli Dèi, dei Demoni e degli Uomini. 3. Il dio della salute. 4. Altro nome di Vishnu. 5. Una bevanda dolce fatta di latte e riso. 6. Rishi: antichi saggi, scopritori e detentori della Conoscenza, che essi hanno trasmesso in forma ermetica e simbolica negli Inni dei Veda. I loro poteri uguagliavano e talvolta superavano quelli degli déi. 7. Rakshasa: demoni del mondo vitale. 8. Tapas: l’energia che viene dal compimento di grandi sacrifici e austerità.
‘domani’ Maggio 2008
Rama Uccide i Mostri
Viswamitra e i due principi passarono la notte sulle rive del fiume Sarayu. Prima di ritirarsi Viswamitra diede a Rama e Lakshmana l’iniziazione a due mantra segreti, Bala e Atibala, che avevano il potere di proteggerli dalla fatica e dai pericoli. Quella notte dormirono sulle rive verdeggianti del fiume e al risveglio ripresero il cammino. Raggiunsero l’ashram di Kama, ad Anga Desa. Dopo avere introdotto i principi al rishi, Vishwamitra raccontò loro la storia dell’ashram. “Questo - disse – è il luogo dove il Signore Siva dimorò a lungo praticando severe austerità. Fu qui che il folle dio dell’amore, Kama, diresse le sue frecce contro Siva per tentarlo e fu dal suo furore ridotto in cenere. È per questo che il posto è chiamato Kamaashram.” Quella notte furono ospiti del rishi e il mattino seguente, dopo la celebrazione dei riti, il saggio e i due allievi ripresero il cammino per raggiungere il Gange. Attraversarono il fiume su una zattera che li attendeva. Nel mezzo della corrente i principi udirono un rumore e domandarono a Viswamitra di cosa si trattasse. Era il suono del fiume Sarayu che si riversava nel Gange. I principi resero un silenzioso omaggio alla confluenza dei due fiumi sacri. Un fiume o una collina, un albero o una nuvola, davvero qualunque oggetto di bellezza eleva alla contemplazione dell’ Essere Supremo, alla silenziosa adorazione di Quello. In particolare, i fiumi sacri, i templi o le immagini che per generazioni sono stati oggetto di devozione e preghiera, posseggono questo potere a un grado speciale, in virtù dei sacri pensieri di cui sono stati testimoni e di cui si sono impregnati, come i tessuti assorbono e ritengono i profumi. Dopo aver attraversato il Gange, Viswamitra e i principi penetrarono in una densa foresta, aprendosi a fatica il cammino inseguiti da temibili rumori di animali selvaggi. “Questa – disse Viswamitra – è la foresta di Dandaka. Quella che ora è una selva ardua da penetrare, era una volta un popolato paese. Accadde, molto tempo fa, che Indra fu contaminato dal peccato, avendo egli ucciso con l’inganno il demone Vritra. Per questo dovette esiliarsi dal mondo dei Deva. Ma i Deva stessi si assunsero il compito di purificare i peccati del loro re. Raccolsero le acque dei fiumi sacri e con queste lo lavarono recitando dei mantra. Le acque che purificarono Indra si riversarono sulla terra rendendo il suolo estremamente fertile. A lungo la gente visse felice fino a quando Tataka - la moglie di Sunda, uno Yaksha(1) – e suo figlio Marika vi portarono lo scompiglio e trasformarono tutto ciò nella giungla selvaggia che ora è. Vivono ancora in questa foresta, e nessuno osa entrare per timore di Tataka. Ha una forza eguale a un’orda di elefanti. Vi ho portati qui per liberare la foresta da questo grande nemico. Non c’è alcun dubbio che questo mostro, fonte di miserie per i saggi rishi che vivono nella foresta, sarà da voi distrutto.” Rama, che ascoltava attentamente tutto quanto veniva detto, domandò al saggio: “Dici che è uno Yaksha. Non ho mai udito che gli Yaksha siano particolarmente forti. Inoltre, come mai una donna possiede tanta forza?” Viswamitra rispose: “Stai ponendo una domanda molto pertinente. La sua forza deriva da un dono concessole da Brahma. Viveva una volta uno Yaksha di nome Suketu. Non avendo progenie si sottopose ad austerità ottenendo l’intervento di Brahma che gli disse: “Avrai una figlia bellissima e forte, ma non avrai figli.” La figlia di Suketu, bella e forte, andò in sposa a Sunda, uno Yaksha, ed ebbero un figlio, Marika. Ma Sunda provocò il saggio Agasthya, e fu ucciso dalla sua maledizione. Tataka e Marika si scagliarono contro Agasthya, che li maledì a vivere come mostri che si cibano di carcasse umane. Per questo Tataka era ora un essere orrendo. “Da allora, Tataka e Marika hanno tormentato gli abitanti di questa regione di Agastya. Non esitate a distruggerla pensando che sia contro il dharma di uno Kshatrya(2) uccidere una donna. Le atrocità da lei commesse sono intollerabili. Punire il malvagio, uomo o donna, è il dovere dei Re. È giusto ucciderla, come si uccide un animale selvaggio per la salvezza degli uomini. È questo un dovere che incombe sui governanti. Molte donne sono state punite con la morte per i loro crimini. Dunque, non esitate.” Rama disse a Viswamitra: “L’ordine di nostro padre è di ubbidirvi senza porre domande. Comandati da voi e per il bene di tutti uccideremo Tataka.” Così dicendo, tese l’arco e il rumore della corda percossa risuonò per la foresta, terrorizzando gli animali selvaggi che si dispersero in tutte le direzioni. La vibrazione raggiunse veloce Tataka, colmandola di stupore per l’audacia dell’intruso che osava entrare nel suo dominio. Infuriata, corse nella direzione del suono e si scagliò contro Rama. Cominciò la battaglia. Il principe dapprima pensò di recidere gli arti del mostro e di risparmiargli la vita. Ma Tataka attaccò con ferocia e innalzandosi verso il cielo riversò una pioggia di pietre su Rama e Lakshmana. I due principi respinsero l’attacco. La battaglia si dilungava e Viswamitra mise in guardia Rama contro l’indugio nell’uccidere il mostro. “Non merita nessuna pietà – disse – il sole sta tramontando, ricorda che di notte la forza dei rakshasa cresce. Non aspettare, uccidila.” Così consigliato, Rama decise di uccidere Tataka; le perforò il petto con una freccia mortale e l’enorme, orrendo mostro stramazzò a terra senza vita. I Deva acclamarono e Viswamitra, colmo di gioia, abbracciò Rama e lo benedì. Con la fine di Tataka, la foresta era libera dalla maledizione e ritornò rigogliosa come prima. I principi vi passarono la notte e il mattino seguente si diressero verso l’ashram di Viswamitra. All’alba del giorno seguente, Viswamitra chiamò Rama vicino a sé e lo benedì dicendo: “Sono invero molto felice. Voglio ricompensarti per tutto quel che hai fatto. Ti insegnerò l’uso di tutti gli astra.(3) Così dicendo, Viswamitra diede a Ramachandra i divini astra che egli aveva ottenuto praticando terribili austerità e gli insegnò come usarli, controllarli e richiamarne il potere. Rama a sua volta impartì le stesse istruzioni a Lakshmana. Lungo il cammino, Rama scorse una grande collina con un’incantevole foresta lungo i pendii e domandò: “È quello il luogo dove stiamo andando? Chi sono quei malvagi che impediscono i vostri riti? Cosa devo fare per distruggerli?” Ramachandra era ansioso di combattere e meritare le benedizioni del saggio. “Quello è il luogo dove andiamo – rispose Viswamitra - Lì, il Signore Narayana(4) si era dedicato a pratiche austere ed è lì che nacque come Vamana. Il nome è Siddhaashram. E cominciò a raccontarne la storia: “Mahabali, figlio di Virochana e nipote di Prahlada, il buon asura(5), era un sovrano talmente potente che di lui anche i Deva avevano timore. Grazie alle sue imprese, Mahabali aveva acquisito i poteri di Indra stesso. “Kashyapa e la sua sposa Aditi, da cui tutti gli dèi erano scaturiti, si rivolsero a Vishnù pregandolo di incarnarsi come loro figlio per proteggere Indra e i Deva da Mahabali. In risposta alle loro preghiere, Vishnù nacque da Aditi come Vamana. “Vamana, nell’aspetto di un giovane bramino, andò allo yaga che Mahabali stava compiendo e dove tutti erano invitati a chiedere e ottenere qualunque cosa volessero. Quando Vamana si presentò come richiedente, il guru di Mahabali, Sukra, che era anche il precettore di tutti gli asura, e che sapeva chi Vamana in realtà fosse, mise in guardia Mahabali consigliandogli di non soddisfare la richie- sta del giovane, perché in realtà altri non era che lo stesso Hari venuto a distruggerlo. “Mahabali non lo volle ascoltare. Era un principio per lui non lasciare insoddisfatta nessuna richiesta. Inoltre, era nel suo cuore un devoto del Signore, e si sentì benedetto dalla possibilità che il Signore accettasse da lui un regalo. Con un sorriso, Mahabali pregò il giovane bramino di chiedere quel che volesse. ‘Tutto ciò che possiedo è a vostra disposizione - disse - denaro, gioielli, la vasta terra e tutto ciò che contiene.’ “Vamana rispose che le ricchezze non lo interessavano, e tutto ciò che chiedeva era il terreno che avrebbe potuto coprire con tre dei suoi passi. “Il monarca sorrise osservando le minute gambe del giovane bramino e disse: ‘Che così sia, misura e prendi.’ Il piccolo bramino crebbe improvvisamente in statura e con un passo coprì tutta la terra e con un secondo i cieli interi. E poiché non c’era più spazio per il terzo passo, pose il piede sul capo devoto di Mahabali. Agli occhi di Dio, la testa di un bhakta(6) è grande come la terra e i cieli. E Mahabali, il cui capo fu benedetto dal tocco del piede di Narayana, divenne uno dei sette immortali del mondo.” Dopo aver narrato la storia di Mahabali, Viswamitra aggiunse: “Questo è il luogo dove Narayana prima e Kashyapa poi hanno praticato le loro austerità, risultanti nell’incarnazione di Dio come Vamana. In questo santo luogo io vivo. E qui i rakshasa vengono ed ostacolano la nostra adorazione e le nostre cerimonie. Il tuo arrivo qui è per porre fine a queste malvagità.” “Così sia”, disse Rama. L’arrivo di Viswamitra e dei due principi fu occasione di festa nell’ashram; i rishi offrirono acqua e frutta come d’uso. Rama disse a Viswamitra che poteva cominciare subito i preparativi del suo yaga e Viswamitra prese i voti quella notte stessa. Svegliandosi molto presto il mattino seguente, i principi andarono da Viswamitra e domandarono quando egli si aspettava l’arrivo dei rakshasa, così che si tenessero pronti a riceverli. Viswamitra era vincolato dal voto del silenzio e non potè rispondere, ma i rishi e i discepoli dissero ai principi che dovevano rimanere vigili per sei giorni e sei notti stando a guardia del luogo del sacrificio. I principi, debitamente armati, vigilarono per sei giorni e sei notti. Il mattino del sesto giorno Rama disse a Lakshmana: “Fratello, è il momento dell'arrivo del nemico. Stiamo all’erta.” Proprio mentre pronunciava queste parole, alte fiamme eruppero dal fuoco sacrificale. Agni, il dio del fuoco, sapeva che i rakshasa erano arrivati. Mentre i riti venivano eseguiti, si udì dal cielo un gran boato. Rama guardò in alto e vide Marika e Subahu col loro seguito che si preparavano a riversare sostanze impure sul fuoco sacrificale. L’esercito dei rakshasa copriva il cielo come una grande nuvola nera. Rama disse: “Guarda, Lahshmana” e scoccò il Manavaastra a Marika. Così come previsto, l’arma celestiale non uccise Marika, ma avvolgendolo con forza irresistibile lo scagliò a cento yojana(7) vicino al mare. Con l’Agneyaastra Rama uccise Subahu; quindi, i due principi distrussero l’intero esercito di rakshasa. Il cielo splendeva nuovamente radioso. Viswamitra era supremamente felice al compimento del suo yaga. “Sono grato al re Dasaratha, - disse - avete mantenuto la vostra promessa, principi. Ammiro la vostra fermezza. Questo ashram, grazie a voi, è di nuovo un luogo di siddha, di realizzazioni spirituali.” Il giorno dopo, Rama e Lakshmana, dopo le loro preghiere mattutine, andarono da Viswamitra per ricevere nuovi ordini. Lo scopo della nascita di Rama non era sconosciuto al saggio Viswamitra. E conosceva anche i poteri delle armi date a Rama. Eppure, i fatti reali, quando si verificano, vanno talvolta oltre le aspettative. Il saggio Viswamitra era felice oltre misura, e il suo viso risplendeva come fiamma. Pensò quindi al favore che doveva ancora rendere a Rama. Era il matrimonio del principe con Sita. I rishi riuniti in assemblea dissero a Rama: “È nostra intenzione procede per il regno di Videha dove, nella capitale Mithila, Janaka, l’illustre re filosofo, intende celebrare un grande sacrificio. “Stiamo tutti andando là e sarebbe bene che anche voi e il principe vostro fratello veniate con noi. È opportuno e appropriato che il principe di Ayodhya veda il meraviglioso arco della corte di Janaka.” Così fu deciso, e Rama e Lakshmana andarono con Viswamitra nella città del re Janaka.
NOTE 1. Yaksha: una categoria di esseri celestiali. 2. Kshatrya: la casta guerriera, cui Rama e Laxshnana appartenevano. 3. Astra: armi celestiali di enorme potere, che proviene dalla forza delle invocazioni con cui sono caricate. 4. Narayana: altro nome di Vishnù. 5. Asura: demoni del mondo mentale, nemici dei Deva. 6. Baktha: Devoto di Dio attraverso l’adorazione. 7. Yojana: misura che corrisponde a circa 15 chilometri.
‘domani’ Agosto 2008
Sita
Janaka, re di Mithila, era un regnante ideale e grande amico di Dasaratha. Quando Dasaratha organizzò lo yaga per la sua progenie, invitò Janaka inviandogli non un semplice messaggero ma i suoi ministri. Janaka non era soltanto un valoroso condottiero, era anche versato nei Veda. Krishna lo cita nella Bhagavad Gita come un esempio di Karma Yogi. Egli era quindi un degno padre per Sita, che altri non era se non la consorte stessa di Vishnu, venuta sulla terra in forma umana. Quando Janaka ancora non aveva figli, pensò di organizzare uno yaga allo scopo di ottenerne, ed egli stesso cominciò a pulire e livellare il luogo destinato al rito. Ciò facendo trovò tra gli arbusti un’ infante divinamente bella. Janaka accettò la bimba come un regalo della Madre Terra. Prendendola in braccio andò dall’ amata moglie e le disse: “Ecco un tesoro per noi. Ho trovato questa bimba sul luogo dello yaga e ne faremo la nostra figlia.” E la moglie gioiosamente acconsentì. Gli occhi mortali non possono vedere la bellezza della dea Terra nella sua interezza, ma ne colgono qualche bagliore quando ammirano con gratitudine nel cuore il verde smeraldo della nuova primavera o i riflessi dorati dei campi autunnali, o con stupita reverenza e adorazione guardano le montagne, le valli, i fiumi e gli oceani. Tale era la divina bellezza di Sita, che gettava nell’ombra la stessa Lakshmi quando emerse dall’oceano di latte che déi e demoni avevano sbattuto per ottenere dalla panna il nettare dell’immortalità. E tale divino splendore fu allevato da Janaka e dalla sua diletta consorte. Quando Sita raggiunse l’età del matrimonio, Janaka era triste, perché avrebbe dovuto separarsi da lei. Ma per quanto cercasse, non trovò un principe degno di lei. Molti re vennero a Mithila chiedendo la mano di Sita, ma, agli occhi di Janaka, nessuno ne era sufficientemente degno. Il re pensò con ansia al problema e arrivò ad una decisione. Molto tempo prima, compiaciuto da uno yaga eseguito da Janaka, il dio degli oceani, Varuna, gli aveva regalato l’arco di Rudra(1) con due frecce. Era un antico arco celestiale che nessun uomo comune poteva anche soltan-to spostare. Lo conser-vava come un onorato cimelio di famiglia. Janaka emise un proclama: “Sita, mia figlia, sarà data in sposa al principe che saprà sollevare, piegare e tendere la corda dell’arco di Siva che Veruna mi ha donato.” Molti prin-cipi che avevano saputo della bellezza di Sita andarono a Mathila, ma tornarono delusi: nessuno riuscì a sod-disfare le condizioni imposte. Nel frattem-po, guidati da Viswamitra, i Rishi del Siddhaashram stavano procedendo verso Mithila, con carri trainati da buoi che portavano i loro bagagli. Anche gli animali e gli uccelli dell’ ashram avrebbero voluto seguire il corteo, ma Viswamitra con gentilezza intimò loro di desistere. Era sera quando raggiunsero il fiume Sona. Lì, riposarono per la notte. Al mattino, continuarono il viaggio attraversando un fiume non molto profondo e a mezzogiorno arrivarono sulle rive del Gange. Si bagnarono nelle acque sacre e improvvisarono un ashram per eseguire i riti in un luogo tanto propizio. Proseguendo il cammino, arrivarono in un bellissimo ashram, che tuttavia appariva deserto. Rama domandò a Viswamitra: “Di chi è questo ashram con alberi tanto antichi? Perché un luogo così incantevole è deserto? ” Viswamitra rispose: “Questo ashram è sotto un incantesimo. Qui viveva il saggio Gautama con la moglie Ahalya, passando il tempo nella pace e nella meditazione. Un giorno, durante l’assenza del saggio, Indra, il re degli déi, spinto da uno scellerato desiderio per la bella Ahalya, entrò nell’eremo assumendo le sembianze di Gautama e avvicinò la donna con urgente sollecitazione. Ahalya non fu ingannata dal camuffamento, ma la vanità per la sua bellezza e l’orgoglio di aver conquistato l’amore del signore dei celesti, le fece perdere il senso del giusto e cedette al desiderio di Indra. “Consumata la trasgressione, rendendosi conto della sua efferatezza e del potere spirituale del proprio consorte tradito, Ahalya ammonì Indra del terribile pericolo e lo pregò di fuggire subito. “Indra se la stava svignando in preda a panico colpevole quando, per sua sfortuna, quasi si scontrò con il Rishi che proprio in quel momento tornava dalle abluzioni, indossando indumenti bagnati e irradiando lustro spirituale. Pretendere ciò che non era si rivelò impossibile di fronte al saggio che tutto vede e Indra si prosternò supplice ai piedi di Gautama, affidandosi alla sua clemenza. Il saggio lo squadrò con ira e disgusto e lo maledì: ‘bestia libidinosa che tu sei, morto a tutte le verità della giustizia, da ora sarai privato della tua virilità’. “All’istante Indra divenne un eunuco e ritornò dagli déi colmo di ignominiosa vergogna. Poi il saggio si rivolse alla moglie che aveva errato e le prescrisse una lunga penitenza. Disse: ‘Rimarrai qui, non vista da alcuno, cibandoti di aria. Dopo molto tempo, passerà di qui il figlio di Dasaratha. Nel momento in cui egli entrerà in questo ashram, recupererai la virtù perduta e la tua bellezza.’ “Quindi il saggio lasciò l’ashram ormai contaminato per ritirarsi sull’Himalaya e lì continuare la pratica delle sue austerità.” (2) Viswamitra disse a Rama: “Entriamo nell’ashram. Redimerai Ahalya e riaccenderai in lei la luce come promesso dal saggio.” Ed essi entrarono nell’ashram. Non appena Rama vi posò il piede, la maledizione svanì e Ahalya si presentò di fronte a loro in tutta la sua bellezza. Dopo aver giaciuto nascosta da foglie e rampicanti per tanti anni, ora ella risplendeva alla presenza di Rama come una luna che emerge dalle nuvole, come una fiamma che prorompe dal fumo, come il riflesso del sole in acque increspate. Rama e Lakshmana toccarono i piedi della moglie del saggio purificata dalla penitenza. Lei diede il benvenuto ai divini principi seguendo tutti i riti prescritti dall’ospitalità. Una cascata di fiori discese dal cielo mentre Ahilya, purificata dall’errore, risplendeva come una dea. Nello stesso istante Gautama ritornava all’ashram con rinnovato affetto per la sua consorte pentita e purificata.
Rama conquista la mano di Sita
Tutti i preparativi per lo yaga di Janaka erano stati predisposti e molti rishi e bramini erano venuti da vari regni. Viswamitra e i principi furono degnamente ricevuti. Il precettore di Janaka, Satananda, fu il primo a onorarli, poi seguì Janaka. Il re disse al saggio: “Sono davvero benedetto se tu partecipi al mio yaga.” Poi, indicando Rama e Lakshmana: “Chi sono questi giovani simili a dèi che si assomigliano l’un l’altro e portano le armi con l’agio di guerrieri stagionati?” Viswamitra disse che si trattava dei figli di Dasaratha e gli narrò come avessero protetto il suo yaga e distrutto i rakshahsa. “Sono ora qui - continuò il saggio – per vedere, se è loro permesso, il grande arco di Rudra nel tuo palazzo.” Janaka capì il significato delle parole di Viswamitra e ne rigioì. Il re disse: “Il principe è benvenuto a vedere l’arco. Se potrà tenderne la corda, vincerà la mano di mia figlia. Molti sono i principi che hanno tentato e sono tornati indietro, incapaci perfino di spostare l’arma. Sarò veramente felice se il principe riesce dove così tanti hanno fallito e poter concedere a lui la mano di Sita.” Quindi Janaka ordinò ai suoi uomini di portare l’arco, che era tenuto al sicuro in una custodia di ferro. Fu portato su un carro a otto ruote e trascinato come fosse l'altare di un festival sacro. “Ecco – disse Janaka – l’arco di Rudra, venerato da me e dai miei antenati. Che Rama lo veda.” Dopo aver ottenuto il permesso di Viswamitra e del re, Rama si avvicinò alla custodia, mentre tutti gli occhi erano fissi su di lui in ansiosa aspettativa. Rama sollevò l’arco senza sforzo, come fosse una ghirlanda di fiori, e fermato a terra un lato con la punta del piede, fissò la corda, che poi tese con tale irresistibile forza che l’arco si spezzò risuonando con il fragore di un tuono. E cadde dai cieli una pioggia di fiori. Janaka proclamò: “La mia adorata figlia andrà in sposa a questo principe.” Veloci messaggeri furono inviati a Ayodhya per portare la notizia a Dasaratha e pregarlo di venire a Mithila. I messaggeri di Janaka raggiunsero Ayodhya in tre giorni. Arrivati al cospetto del re Dasaratha, seduto sul trono, pari ad Indra, gli dissero: “Il saggio Viswamitra e il re Janaka vi mandano felici notizie. Vostro figlio ha conquistato la mano della principessa Sita superando le prove prescritte. Non solo egli ha teso la corda di un arco che altri non hanno neppure saputo sollevare, ma ne ha anche piegato l’orgoglio spezzandolo. Il re Janaka attende con ansiosa impazienza il vostro grazioso assenso al matrimonio, così come la vostra presenza e le benedizioni per i festeggiamenti. Vogliate quindi partire per Mithila con il vostro seguito.” Dasaratha, che aveva lasciato andare Laxshmana e Rama con il cuore non certo privo di ansietà, anche dopo le rassicurazioni di Viswamitra, ebbe un fremito di gioia nell’udire le buone notizie. Disse ai Ministri di prepararsi per il viaggio e partì il giorno dopo per la capitale del regno di Janaka. Dasaratha e il suo seguito raggiunsero Mithila, dove furono accolti con grande entusiasmo. Terminato lo scambio di cortesie, Janaka disse a Dasaratha: “Lo yaga sarà presto concluso. Penso sia opportuno celebrare il matrimonio subito dopo”, e così dicendo chiese la sua approvazione. Dasaratha rispose: “Tu sei il padre della sposa e sta a te decidere come preferisci.” Al giorno e all’ora stabiliti, portando all’altare la sposa, il re Janaka disse a Rama: “Ecco mia figlia Sita, che percorrerà assieme a te il cammino del dharma. Prendi la sua mano nella tua. Benedetta e devota, ella rimarrà al tuo fianco come la tua stessa ombra”: Questa frase è ancora oggi recitata in India ad ogni matrimonio nel momento in cui la sposa viene offerta alla nuova famiglia. Così gli Eterni Amanti furono di nuovo uniti. E la loro gioia era quella degli amanti che tornano insieme dopo una lunga separazione.
Parasurama
Dopo aver felicemente ricondotto ad Ayodhya i principi che gli erano stati affidati, e dopo avere partecipato alla cerimonia del matrimonio, Viswamitra si congedò dai due re e ritornò sulle montagne dell’Himalaya. Viswamitra non comparirà più nel Ramayana, ma egli rappresenta la grande pietra miliare della storia. Il re Dasaratha ritornò ad Ayodhya, assieme al suo seguito. Lungo il cammino si imbatterono in cattivi presagi e un ansioso Dasaratha interpellò il proprio sacerdote Vasishtha sul loro significato. Questi rispose che non c’era ragione di allarmarsi, perché se gli uccelli in cielo annunciavano difficoltà, gli animali in terra promettevano un felice esito. Mentre Dasaratha e Vasishtha così conversavano, scoppiò una violenta tempesta; alberi furono sradicati, la terra tremò e nuvole di polvere si sollevarono oscurando il sole e precipitando ogni cosa nell’oscurità. Presto conobbero la ragione di questi fenomeni. Là, davanti a loro, si ergeva la paurosa immagine di Parasurama, il nemico giurato degli Kshatrya, la casta guerriera di cui i re erano parte.(3) Egli aveva un arco a tracolla e sull’altra spalla un’ascia da guerra; una freccia nella mano splendeva come il lampo. Dall’apparenza terribile, coi lunghi capelli scompigliati raccolti sulla testa, pareva Rudra esultante dopo la distruzione di Tripura. Il suo viso splendeva come fiamma. Egli, figlio del Saggio Jamadagni, seminava terrore tra gli Kshatrya, molte generazioni dei quali aveva distrutto. Ovunque andasse, era preceduto da tempesta e terremoto, e la razza Kshatrya tremava di paura. I Bramini al seguito si dicevano l’un l’altro: “Poiché suo padre fu ucciso da un re, Parasurama ha giurato di distruggere la razza Kshatrya. Osavamo sperare che la sua ira vendicativa fosse stata placata dal sangue degli innumerevoli re da lui trucidati. Ha di nuovo cominciato una nuova, crudele campagna?” Ciò malgrado, gli diedero il benvenuto, dopo di che Parasurama si rivolse a Rama: “Figlio di Dasaratha, ho udito delle tue prodezze. Sono stato sorpreso di sapere che hai piegato l’arco di Rudra e che nel tenderne la corda lo hai spezzato. Ecco il mio arco, uguale in tutti gli aspetti a quello che hai spezzato. È l’arco di Vishnu, affidato a mio padre. Se saprai tendere quest’arco, sarai degno della mia sfida.” Dasaratha si allarmò alla piega degli eventi e pregò che a suo figlio fosse risparmiata la prova. Disse a Parasurama: “Tu sei un Bramino. Abbiamo udito che, saziato dalla tua vendetta, eri ritornato alla pratica delle austerità proprie del tuo ordine, dopo il voto che avevi fatto a Indra di rinunciare alla terra dopo averla conquistata. È bene che tu non rompa ora il tuo voto, cercando di ferire un principe in giovane età che non ti ha fatto nulla di male, e che è a noi più caro della vita.” Parasurama lo ascoltò senza batter ciglio, senza neppure guardarlo, e si rivolse direttamente a Rama, come se gli altri non esistessero: “Viswakarma aveva originariamente fatto due archi uguali. Uno fu dato a Rudra e l’altro a Vishnu. Questo è quello dato a Vishnu. L’arco che si dice tu abbia spezzato è quello di Siva. Vedi se riesci a tendere questo arco di Vishnu; e se così farai, sarà la prova della tua destrezza e forza e ti concederò l’onore di batterti contro di me.” Parasurama disse questo con voce forte e arrogante. Rama gli rispose cortesemente, ma in tono fermo: “Figlio di Jamadagni! Sei vendicativo perché tuo padre è stato ucciso da un re. Non ti biasimo per questo. Ma non puoi umiliarmi come hai fatto con gli altri. Per favore, dammi il tuo arco.” Così dicendo, prese l’arco e la freccia da Parasurama. Incoccò la freccia e tese la corda e rivolgendosi a Parasurama disse con un sorriso: “Questa potente freccia di Vaishnava posta sulla corda non può essere impunemente ritirata. Deve distruggere qualcosa. Dimmi, distruggerà la tua capacità motoria o vuoi piuttosto che consumi i frutti delle tue austerità?” Nel momento stesso che il figlio di Dasaratha tendeva l’arco di Vishnu, la gloria svaniva dal viso di Parasurama, ed egli rimase non più come un conquistatore, ma come un rishi soggiogato, perché lo scopo del destino guerriero di Parasurama era stato consumato. Parasurama disse con umiltà al principe di Ayodhya: “Mi rendo conto ora chi tu sia. Non sono spiaciuto che tu abbia spento la mia arroganza. Lascia che le mie austerità vengano a te, ma a causa della mia promessa a Kashyapa, non posso rimanere nei suoi domini e devo quindi tornare sulle montagne di Mahendra prima che il sole tramonti. Lasciami usare i miei poteri motori per questo solo scopo. A questa condizione, permetti che la freccia che hai teso sull’arco consumi tutti i poteri da me conquistati attraverso le pratiche di austerità.” Così dicendo, Parasurama fece un giro intorno al principe in segno di reverenza e se ne andò. I cittadini di Ayodhya erano colmi di gioia alla notizia che Dasaratha e i principi stavano tornando nella capitale. La città, decorata a festa per l’occasione, risplendeva come un paradiso sulla terra. Rama e Sita vissero felici ad Ayodhya per dodici anni. Rama aveva donato il suo cuore a Sita. Era difficile dire se il loro amore cresceva per la loro virtù o era radicato nella bellezza delle loro forme. I loro cuori comunicavano anche senza parlare. Sita, nella gioia dell’amore di Rama, risplendeva come Lakshmi in cielo.
NOTE 2. Rassicuriamo i lettori sulla sorte di Indra: aiutato dagli altri déi, dopo un periodo di austerità purificatrici, Indra riacquistò la virilità e tornò alla guida del Regno Celeste. 3. Parasurama è in realtà una delle dieci incarnazioni di Vishnu, come lo è anche Rama. L'incontro tra i due Avatar simboleggia il passaggio evolutivo da un mondo dominato dal potere travolgente e primitivo di Parasurama a un'umanità di più alti ideali etici ed estetici che Rama incarna.
‘domani’ Novembre 2008
Rama e Sita trascorsero dodici anni felici ad Ayodhya. Ma ora il Signore e la sua consorte in forme umane avrebbero dovuto sperimentare le difficoltà, il dolore e i conflitti della vita sulla terra. Come Bhagavan, il Signore supremo, dice: “Qualunque avatar(1) io divenga, il mio gioco deve passare attraverso tutte le esperienze e i sentimenti propri di quella incarnazione.” Chi era il principe di Ayodhya che attraverso un corpo, la vita e le esperienze soffrì le tristezze del genere umano e salvò gli déi? Egli era l’Essere onnipresente e onnipotente che governa il mondo interiore ed esteriore. E fu così che il Re dei re accettò di subire le crudeli macchinazioni di una perfida domestica gobba e di una matrigna debole e ambiziosa. Dasaratha amava i suoi quattro figli, ma aveva un affetto speciale per Rama. Giustificato d’altronde, per le qualità regali che Rama incarnava e per la sua aderenza al dharma.(2) La regina Kaysalya, come Aditi, la madre degli déi, era orgogliosa di avere un tale figlio, che personificava le virtù dell’uomo ideale. La forma aggraziata ma virile di Rama, la sua forza e coraggio, la purezza di cuore, la sua vita perfetta, la compassione, la dolcezza nel parlare, la serenità, la profonda saggezza, la sua capacità di governare erano ammirati dalla gente, ansiosa di vederlo presto come il loro regnante. Dasaratha lo sapeva, e gioiva di questa aspettativa. Da ciò, considerando la sua età armai avanzata, Dasaratha decise di incoronare Rama come Yuvaraja, successore designato, affidandogli de facto il governo del regno. Informati i Ministri, fu fissata la data per l’assemblea deliberante. Rishi e saggi, capi politici e re delle terre vicine, parteciparono all’incontro. Quando tutti furono presenti e seduti nei seggi loro assegnati, Dasaratha si alzò e si rivolse a loro. La sua profonda voce virile, come lo squillo di una tromba, come il rombo di nuvole cariche di pioggia, riempì la grande sala. Una regale radiosità emanava dal suo viso. Le sue parole erano ricche di significato e incantavano ogni orecchio: “Come tutti i miei antenati, mi sono preso cura di questo regno come una madre si prende cura dei suoi figli. Ho lavorato incessantemente per la mia gente. Ora il corpo è vecchio e debole e desidero nominare il maggiore dei miei figli come Yuvaraja e trasferire a lui il peso delle responsabilità. Seguendo la sacra abitudine dei miei antenati, mi auguro di passare il resto della vita nella foresta praticando austerità. Rama è pienamente adatto al compito. È esperto nell’amministrazione e nell’arte di governo ed è senza rivali per valore. Posso trasferire a lui senza alcuna ansietà il compito di regnare e mi auguro che questa onorata assemblea mi permetterà di farlo.” Grida di gioiosa acclamazione si levarono dalla grande assemblea e all’unisono i principi e i notabili esclamarono: “Che così sia.” Il re parlò ancora: “Voi siete d’accordo con la mia proposta, ma non ne date la ragione. Non va bene. Che i saggi spieghino perché sono d’accordo.” Allora molti oratori presero la parola e parlarono delle virtù di Rama e perché fosse adatto al ruolo. Il cuore del re era colmo di gioia nell’udire le lodi a Rama. Infine l’intera assemblea si alzò e con una sola voce disse: “Non indugiamo oltre, che Rama sia consacrato Yuvaraja.” Il re rispose che ne era felice e che quindi avrebbe esaudito il loro desiderio. Poi, rivolgendosi a Vasishtha, Vamadeva e agli altri saggi e guardiani dei riti sacri, disse: “Questo è il mese di buon auspicio di Chaitra, la stagione quando gli alberi della foresta si rivestono di fiori. Riveriti anziani, date il via ai preparativi per la consacrazione di Rama.” L’assemblea era contenta nell’udire questi ordini solleciti. Come comandato dal re, Sumantra, il ministro responsabile della casa, andò a chiamare Rama. Rama, che ignorava quanto stava avvenendo, venne e stette di fronte a suo padre. Sentendo della decisione, umilmente si inchinò in segno di accettazione dicendo: “È mio dovere eseguire i vostri ordini, qualunque essi siano.” Dasaratha benedì Rama e disse: “Sei un buon principe amato dal popolo. Non permettere mai che la tua gentilezza e nobiltà vengano meno, ma fa che aumentino con le opportunità che ti saranno date per migliorare, meritando così una gloria imperitura.” Quindi Rama tornò nella sua dimora. Non era trascorso molto tempo che Sumantra ritornò in fretta da Rama per dirgli che il padre desiderava vederlo. Chiesta la ragione, Sumantra non era in grado di dirgliela, gli era solo stato intimato in tutta fretta di andare a prenderlo. Rama pensò: “Il re deve aver parlato in consiglio dell’incoronazione e forse ha incontrato delle difficoltà. Poco importa. Qualunque cosa sia, sarà per il meglio.” Rama non era ansioso di assumere il potere, lo vedeva come un dovere che era chiamato ad adempiere. Se il re lo desiderava, avrebbe accettato la responsabilità del regno, ma se doveva rinunciarvi, per lui era la stessa cosa. Con questo stato d’animo, andò dal padre. Il re abbracciò Rama, lo fece sedere accanto a lui sul trono e disse: “Sono vecchio. Ho gioito della vita come uomo e come re. Ho adempiuto ai miei doveri verso gli antenati. Non è rimasto nulla da fare per me. Il mio solo desiderio è di installarti sul trono dei nostri padri. La notte scorsa ho fatto dei brutti sogni. Coloro che vedono nel futuro mi hanno avvertito che un grande dolore, forse anche la morte, si sta avvicinando. Per questo desidero che la cerimonia dell’incoronazione sia celebrata domani, che, secondo coloro che leggono le stelle, è un giorno favorevole. Qualcosa dentro di me dice ‘fallo subito’. Tu e Sita dovete prepararvi per l’unzione di domani digiunando questa notte. Sdraiatevi su un letto di erba darbha e scegliete degli amici fidati che veglino sulla vostra sicurezza. Penso che questo momento, mentre Baratha è assente, sia particolarmente adatto alla vostra incoronazione. Non che non sappia che Baratha è l’anima stessa del giusto sia nel pensiero che nell’azione, e che vi è sommamente devoto, ma le menti degli uomini cambiano e possono essere soggette a cattive influenze.” Congedandosi dal padre, Rama andò negli appartamenti della madre Kausalya per darle la notizia e ricevere le sue benedizioni, ma la regina era già al corrente ed assieme a Sumitra, Sita e Lakshmana stavano offrendo agli déi le preghiere in favore di Rama. Lei disse al figlio: “Possa tu vivere a lungo. Sii un buon re. Conquista i nemici e proteggi i tuoi soggetti e i parenti. Hai soddisfatto tuo padre e hai reso me felice.” Quindi Rama si congedò dalla madre e dalla matrigna e proseguì per i suoi appartamenti. Come stabilito dal re, Vasistha, il sacerdote, andò da Rama per iniziarlo coi dovuti mantra al digiuno prima della incoronazione. Tornando dal re, Vasistha vide lungo la strada gruppi di persone che discutevano gioiosamente della grande festa del giorno dopo. Le case stavano per essere decorate con fiori, festoni e bandiere. Fu con difficoltà che Vasistha potè farsi largo fino al palazzo reale. Il re fu contento di sentire che il digiuno era cominciato e che i preparativi per la cerimonia erano in corso. Ma nel profondo del cuore c’era il timore che qualche contrattempo potesse sorgere e frapporsi alla sua letizia. La città era in festa. In ogni casa, strada, donne uomini e bambini vedevano nella incoronazione un evento di grande auspicio nella loro vita e lo attendevano con entusiasmo. Rama e Sita nella loro stanza meditarono a lungo sul Signore Narayana, alimentarono con ghee il fuoco sacrificale, e con reverenza sorseggiarono quanto rimase del burro liquido, e infine si addormentarono sull’erba sparsa sul pavimento. Il mattino presto seguente, furono svegliati dalla musica e si prepararono per andare al palazzo e rimanere in attesa della fausta chiamata. Ma la chiamata fu di tutt’altra natura. Come abitudine della casa reale, la regina Kaikeyi aveva un’ancella che le teneva compagnia, una donna gobba di nome Manthara, che era anche sua confidente. Il giorno in cui Dasartha aveva indetto l’assemblea e deciso di nominare Rama come successore, Manthara stava salendo la terrazza per andare nell’appartamento delle domestiche. Guardando giù nella strada, vide le gaie decorazioni. Bandiere sventolavano dai tetti, la gente indossava gli abiti belli con i gioielli, cosparsa di profumata crema di sandalo; il capo delle donne era contornato di gelsomini. Riunite in gruppi, le persone discutevano gioiosamente, mentre dai templi si udiva la musica delle grandi occasioni. Manthara non ne conosceva la ragione, e voltandosi verso una domestica le chiese: “Perché indossi un abito di seta? Cosa sta succedendo in città? Kausalya distribuisce regali ai Bramini; è una donna parsimoniosa, non lo farà per nulla. Ci sono segni di festa e musica ovunque. Ne conosci la ragione? La giovane domestica rispose, danzando di gioia: “Perché, non sai che il nostro Ramachandra sarà nominato Yuvaraja domani mattina?” Questa era una notizia! Manthara fu colta da un’improvvisa ira. In fretta zoppicò verso il piano terra e si precipitò nella stanza di Kaikeya, che riposava a letto. “Alzati, alzati, folle donna! Una valanga di sfortuna si sta abbattendo su di te per inghiottirti! Sei tradita e rovinata. Il tuo sole sta per tramontare. Folle ragazza, è questo il tempo di dormire?” Kaikey, temendo che qualche calamità aveva sconvolto Manthara, le chiese con gentilezza: “Che cosa ti preoccupa, perché sei così sconvolta?” La furba Manthara cominciò: “La distruzione si sta precipitando su te e su me, bimba mia. Dasaratha ha deciso la nomina di Rama al trono. Può esserci disgrazia più grande? Quando un dolore ti colpisce, come posso rimanere indifferente? Sono venuta di corsa da te. Sei nata e cresciuta in una famiglia reale. Sei stata sposata a una famiglia reale. Ora, ahimé, tutto è finito. Una semplice donna ora sei, sei stata ingannata. Tuo marito ti ha ingannato con dolci parole. E’ un misero complotto, come è evidente agli occhi di chiunque. Ha messo fuori causa Baratha mandandolo da uno zio lontano e si avvantaggia di questa assenza per incoronare in tutta fretta Rama. Entro domani sarà tutto finito. E tu te ne stai a guardare stando a letto senza fare nulla, mentre tu e tutto ciò che dipende da te sta per essere distrutto.” Manthara continuò a parlare su questo tono e Kaikey a mala pena poteva afferrarne il senso. Come ognuno nella casa reale, era stata afferrata dalla gioiosa aspettativa dell’incoronazione di Rama, perché lei, come chiunque altro, amava e stimava Rama. “Manthara – disse – tu mi hai portato belle notizie. Rama, che è per me come un figlio, sarà incoronato domani? Quale gioia più grande posso avere? Vieni qui, chiedimi qualunque cosa.” Così dicendo, Kaikey si tolse la collana dal collo e la porse a Manthara. Era un’usanza reale ricompensare subito con un ricco dono chi portava una buona notizia importante. Kaikey pensava che Manthara, come ogni dama di corte un po’ invadente, era gelosa nell’interesse della sua padrona. Come poteva questa donna capire la bontà di Rama, o gli affari di Stato? Pensò quindi che le sue sciocche paure sarebbero svanite vedendo la sua padrona contenta dell’evento. La mente di Kaikey non era ancora corrotta. Aveva una cultura degna del suo nobile lignaggio e non era facile trascinarla in bassi pensieri. Tutto ciò non fece che aumentare la stizza di Manthara, che gettò via la collana e disse: “Sventura a te, stupida donna. Tutto è perduto e tu scioccamente ridi. Come puoi essere cieca di fronte alla sfortuna che ti travolge? Devo ridere o piangere di questa follia? La tua rivale, la madre di Rama, ha cospirato per farlo re. E tu salti di gioia. Folle donna! Quale sarà la condizione di tuo figlio Bharata quando Rama regnerà? Non vedrà Rama in Baratha un pericoloso nemico? Rama conosce la natura umana. Sa che Baratha vivo rappresenta una minaccia costante al suo potere e non potrà che ucciderlo. Non si uccide un cobra solo per paura? Da questo istante non c’è più sicurezza per la vita di Barata. Domani mattina Kausalya sarà una donna felice e tu ti inchinerai davanti a lei come una schiava ben vestita. Le starai di fronte, le mani congiunte in obbedienza. Da domani anche tuo figlio sarà assoggettato e schiavo. In questi appartamenti non ci sarà più onore e gioia.” Qui si fermò, incapace di continuare per il dolore. Kaikey udì tutto ciò e si chiese: ‘Perché Manthara ha di queste paure? Non conosce Rama? Non è Rama il dahrma stesso in forma umana?’ Le disse: “Manthara, anche tu hai conosciuto e gioito della veridicità di Rama, della sua giusta condotta e umiltà. E’ lui il maggiore dei figli e per questo ha diritto al regno. Baratha lo otterrà un giorno, dopo di lui. Cosa c’è di male in tutto questo? Perché, amica cara, avverti questa pena? Dopo Rama, Baratha regnerà per lungo tempo, non piangere. Conosci l’affetto che Rama ha per me. In verità, si prende cura di me più che della sua stessa madre. Non è forse vero che Rama considera i suoi fratelli più cari della sua stessa vita? Non è giusto che tu tema del male da Rama.” “Ahimé, Ahimé – disse Manthara – perché sei così folle? Una volta che Rama è incoronato re, che possibilità avrà Bharata? Non conosci le regole della successione? Quando Rama ascenderà al trono finiranno tutte le prospettive regali per Baratha e i suoi discendenti. Dopo Rama, il figlio di Rama regnerà, e dopo di lui il figlio del figlio sarà re, e cosi continuerà la successione. Il maggiore succederà al maggiore. Non c’è nessuna possibilità per un fratello minore, non importa quanto degno e valido egli sia. Mia cara, neppure questo sai, che fare?” “Una volta incoronato, - continuò – Rama non non lascerà in pace Bharata. La vita di Barata sarà sempre in pericolo. Se vuoi che Bharata continui a vivere, consiglialo di non ritornare, di rimanere in esilio; perché se ritorna, sarà per morire. Meglio per lui lasciare anche la casa dello zio, e nascondersi in qualche luogo distante e sconosciuto. “E anche Kausalya non ti sarà amica. Ti è ostile perché sei la favorita del re e tu spesso l’hai trascurata. Ora sicuramente si vendicherà. Conosci la collera di una moglie rivale, è come un fuoco che divampa appena può. Puoi prenderlo per garantito: se Rama diventa re, Bharata lo puoi considerare come morto. Quindi pensaci bene. Sii ferma. Prendi una decisione e portala avanti. In qualunque modo, Bharata deve essere incoronato. Rama deve essere bandito dal regno.” La paura cominciò a infiltrarsi nel cuore della regina. Manthara aveva vinto. Il viso di Kaikey si infiammò, il respiro si fece affannoso. Impotente, si strinse a Manthara per conforto e salvezza.
NOTE 1. Avatar: incarnazione del Divino sulla terra per uno specifico scopo evolutivo. 2. Dharma: superiore regola di condotta.
‘domani’ Febbraio 2009
Kaikeyi Soccombe
Kaikeyi, che sempre aveva considerato Rama come un proprio figlio, cadde nella rete delle argomentazioni di Manthara e si vide senza speranza. “É vero, ho paura – disse – dimmi cosa fare. Dovrò essere schiava di Kausalya? Mai! mio figlio Bharata sarà re. Hai ragione, Rama deve essere esiliato nella foresta. Ma come posso riuscirci? Dimmi. Tu sei astuta e conosci il modo.” E dicendo questo si stringeva a Manthara. “É davvero strano, Kaikeyi – disse Manthara – devo essere io a dirti come ciò può realizzarsi? Hai veramente dimenticato? O fai solo finta? Ma se proprio vuoi che sia io a dirtelo, così farò. Ascolta.” Tacque per un istante. Kaikeyi, impaziente, la implorò: “Dimmi, dimmi. L’incoronazione di Rama deve essere impedita.” “Molto bene – disse Manthara – te lo dirò. Non essere impaziente. Ti ricordi quando il tuo consorte Dasaratha, molto tempo fa, aveva combattuto contro Samara, nel Sud? Tu eri con lui, non è vero? Non vi era egli andato in aiuto a Indra, il re degli dèi? Samara di Vaijayanti era troppo potente per Indra. Non è vero che in battaglia Dasaratha fu ferito e perse conoscenza? Fu allora che tu conducesti abilmente il suo carro fuori dal campo di battaglia, con attenzione rimuovesti le frecce dal suo corpo e lo rianimasti, salvandogli così la vita. Hai dimenticato tutto questo? “E cosa ti disse lui allora? Ti disse in gratitudine: ‘Domandami due doni. Ti darò qualunque cosa tu voglia.’ Allora tu rispondesti: ‘Ti chiederò in seguito i doni. Non voglio nulla ora.’ Allora egli promise, non è vero, ‘Avrai i tuoi due doni in qualunque momento li vorrai’? Tu stessa mi hai raccontato tutto ciò molto tempo fa. Forse lo hai dimenticato, ma io no. Il tempo è venuto perché egli mantenga la promessa. “Chiedigli che Bharata sia incoronato al posto di Rama. Questo sarà il primo dei due doni promessi. Come secondo dono, chiedi che Rama sia esiliato nella foresta per quattordici anni. “Non avere paura. Non temere di chiedere. Non pensare che simili richieste siano peccato. Fa quel che ti dico. Soltanto se Rama sarà allontanato nella foresta il suo ascendente sul popolo si indebolirà e sparirà nel tempo, e la posizione di tuo figlio si farà sicura. “Va ora e giaci sofferente nella tua stanza. Rimuovi i tuoi begli abiti e i gioielli, indossa un vecchio sari e gettati per terra. Quando il re entrerà nella stanza, non parlargli, non guardarlo nemmeno. Non potrà sopportare a lungo la tua sofferenza. Sarà quello il momento per te di intervenire. “Il re cercherà di offrirti alternative. Non cedere, non accettarne nessuna. Insisti sui due doni, sii ferma. “Vincolato dalla promessa, il re sarà costretto a cedere. So con quanta passione ti ama. Darebbe la vita per te. Si butterebbe nel fuoco per farti piacere. Fa quel che ti dico. Non avere paura. “A meno che Rama non sia mandato nella foresta, il tuo desiderio non sarà esaudito. Rama deve essere esiliato. Solo allora la posizione di Bharata sarà reale e duratura. Ricordatelo. Non vacillare.” A queste esortazioni, il viso di Kaikeyi si illuminò di speranza. “Che cervello hai, Manthara - esclamò – mi hai salvata”. E saltò di gioia come una puledrina. Manthara ripeté ancora e ancora che Rama doveva essere esiliato nella foresta. “Non ritardare. Ciò che deve essere fatto, fallo subito. È inutile rinforzare la cisterna quando tutta l’acqua è uscita. Ricorda quel che ti ho detto. Tutto dipende dalla tua fermezza. La vittoria è tua se non cedi.” Kaikeyi assicurò Manthara sulla sua fermezza e subito andò nella sua stanza, si tolse i gioielli e li scagliò per terra, si cambiò i vestiti e si gettò al suolo. Kaikeyi, istigata da Manthara, credeva veramente che Dasaratha l’avesse ingannata. Per la prima volta in vita sua mise da parte il senso della vergogna e del peccato e indurì il proprio cuore. Col respiro pesante, sudando e con gli occhi chiusi, Kaikeyi, bella come una dea, sciolse i capelli e si accasciò al suolo come un uccello ucciso dal cacciatore. I fiori e i gioielli risplendenti che prima adornavano il suo corpo, ora giacevano sparsi sul pavimento come stelle in un cielo di mezzanotte. * Sciolta l’assemblea e dati gli ordini necessari per la cerimonia dell’incoronazione, Dasaratha, ormai esauriti gli impegni e desideroso di riposo, cercò gli appartamenti della sua consorte preferita. L’incoronazione di Rama era stata decisa dopo l’approvazione di tutti coloro che avevano il diritto di essere consultati, e il re si sentiva felice e sollevato da un peso gravoso. Entrò nella camera di Kaikeyi per darle le belle notizie e per passare con lei una notte gradevole prima dell’incoronazione. La dimora della più giovane delle regine era un luogo incantevole, con deliziosi giardini fioriti e stagni dove gli uccelli giocavano con l’acqua e i pavoni danzavano facendo la ruota. Il buonumore del re quella notte gli faceva apparire tutto ciò ancora più gradito. Come una luna piena che avanza splendente prima di un’eclisse, senza sapere che l’eclisse incombe, il povero re entrava nella dimora di Kaikeyi con viso radioso. I porta-incensi e le bevande erano nei loro soliti posti, ma non vedeva la regina che egli era desideroso di incontrare. Di tutte le sue consorti, Kaikeyi era quella la cui compagnia egli cercava più volentieri per riposarsi dagli impegni di Stato, perché lei non interferiva mai negli affari del regno e sempre lo aspettava all’entrata per dargli il benvenuto con un abbraccio caloroso. Ma oggi, non riusciva a trovarla da nessuna parte. Il re era perplesso. Cercò in tutti gli angoli pensando a un dolce gioco a nascondino. Ma invano. Non la trovò. Mai era successo prima un simile fatto! Chiese all’ ancella dove fosse la regina. Giungendo le mani in segno di rispetto, la giovane disse: “Mio Signore, la regina è adirata. Si è rifugiata nella sua camera.” Il re sorpreso entrò nella camera, e vide una scena che lo stupì e sconvolse: lei giaceva sul pavimento vestita in disordine e i capelli scompigliati, come afflitta da una pena mortale. Appariva angosciata. Il povero, ingenuo re, neppure pensando che potesse essere lui la causa di tanta pena, si comportò come un vecchio marito in adorazione, sedendosi accanto a lei sul pavimento e accarezzandole i capelli cercando di consolarla con dolci parole: “Cosa ti è accaduto? Sei malata, addolorata? Non ho forse io i migliori dottori del regno? Li manderò subito a chiamare, non temere.”. Kaikeyi sospirò pesantemente, ma non proferì parola. Il re continuò: “Qualcuno nel palazzo ti ha mancato di rispetto? Dimmelo e lo punirò. Oppure sono io che ho mancato verso te?” Kaikeyi era come se non sentisse e rimaneva muta e assente come una posseduta. Il re riprese con maggior fervore: “Dimmi il tuo desiderio, sarà esaudito. Vuoi che qualcuno sia punito? Lo punirò. Vuoi che qualcuno sia perdonato? Lo libererò, fosse anche un assassino. Conosci la mia autorità assoluta, posso dare e prendere come mi pare. Ovunque, a chiunque posso fare come desidero. Chiedimi qualunque cosa e sarà fatta subito.” Kaikeyi allora si alzò, e il re ne fu contento. Poi cominciò: “Nessuno mi ha offesa o disonorata. Ma c’è qualcosa che tu puoi fare e devi fare per il mio bene. Dammi la tua parola che adempierai il mio desiderio. Allora ti dirò di cosa si tratta.” Ciò sentendo, il vecchio re ignaro fu colmo di gioia. Avendo un potere assoluto, non aveva dubbi sulla possibilità di soddisfare qualunque suo desiderio, e così, con decisione e gioia disse: “Va bene, Kaikeyi, dimmi il tuo desiderio. Sarà esaudito, te lo giuro. Lo giuro su ciò che amo di più, lo giuro su di te, la più cara tra le donne, e su Rama, il più caro tra gli uomini! Lo giuro in nome di Rama: qualunque cosa tu desideri, io la farò, te lo prometto, lo giuro.” Il giuramento del re in nome di Rama colmò Kaikeyi di suprema delizia. Ora era sicura di aver vinto, perché il re non avrebbe mai rotto una promessa associata a quel nome tanto amato. “Lo prometti? Molto bene! – esclamò - prometti di nuovo in nome di Rama che farai senza indugi ciò che desidero, giuralo!” Il re disse: “Mia adorata regina, lo prometto. Lo giuro su Rama. Qualunque cosa tu desideri, io la farò. Questa è la mia parola solenne.” A questo punto, pensando all’atrocità della sua richiesta, Kaikey ebbe un attimo di esitazione, colta dalla paura che udendola il suo consorte inorridito avrebbe esclamato: “Che Dio sia testimone: nessun voto o promessa possono essere forti abbastanza da giustificare un peccato così odioso!” indietreggiando da lei allibito.
Kaikeyi si alzò con le mani giunte, si voltò verso le quattro direzioni, invocò in tono solenne i poteri divini a testimoniare e convalidare il voto: “Oh Dei! Voi avete udito e siete testimoni della promessa fatta a me dal mio consorte. Sole, Luna, Pianeti, siete tutti i miei sacri testimoni. Voi, i Cinque Elementi, avete udito la promessa. Mio marito, colui che mai è mancato di parola, ha giurato di esaudire il mio desiderio. Siate i testimoni.” Il re la guardava con gioiosa aspettativa. Kaikeyi conosceva il suo uomo e cominciò con baldanza: “Ricordi, mio re, come, quando molto tempo fa sul campo di battaglia stavi per perdere la vita, io condussi il tuo carro nella scura notte, ti portai fuori dal campo di battaglia, rimossi le frecce dal tuo corpo e ti confortai e rianimai? Quando ti riprendesti dallo svenimento, mi dicesti qualcosa, non è vero? Tu dicesti: ‘Mi hai ridato quella vita che i nemici mi avevano presa. Ti concederò due doni; puoi chiedermi qualunque cosa’ Io ti dissi: ‘Non voglio nulla ora. Mi basta la gioia di saperti vivo. Ti chiederò i doni in seguito.’ Lo ricordi?” Il re rispose: “Certo che lo ricordo. Chiedi i due doni, li avrai ora.” Kaikeyi disse: “Ricorda che hai fatto un voto, hai giurato in nome di Rama. Gli déi e i cinque elementi sono stati i testimoni della tua promessa. I tuoi antenati non hanno mai mancato di parola. Dimostra di essere loro degno discendente. Continuando i preparativi già intrapresi, incorona mio figlio Baratha. Questo è il mio primo desiderio. Il secondo dono che ti chiedo è di mandare tuo figlio Rama a vivere nella foresta Dandaka per quattordici anni. Ricorda il tuo voto solenne che non puoi rompere. Il buon nome della dinastia è nelle tue mani.”
‘domani’ Maggio 2009
Consorte o Demone?
Dasaratha fu come colpito dal fulmine. Quando la sua mente riprese a funzionare, cominciò a dubitare della realtà di quanto aveva appena udito. “Forse è solo un sogno odioso. O la fantasmagoria di un cervello insano. Oppure l’improvvisa materia-lizzazione dei peccati di una passata nascita che reclama un castigo. Certamente sono vittima di un’ illusione. Non posso credere che sia vero.” Incapace di sopportare la confusa agonia e il terrore che lo aveva pervaso, il re perse i sensi. Riaprendo poco dopo lentamente gli occhi, lo sguardo cadde inevitabilmente su Kaikeyi ed egli tremò come un cerbiatto alla vista di una tigre. Sedette sul pavimento ed emise un lamento, ondeggiando come un cobra sottomesso a un potente incantesimo. Di nuovo svenne. Riprese i sensi dopo un lungo intervallo e con gli occhi rivolti alla sua tormentatrice e infiammati da ira incontenibile gridò: “Orca malvagia! Distruttrice della mia dinastia! Che cosa ti ha mai fatto Rama? Non ti ha forse egli sempre rispettata come una madre? Credevo tu fossi una donna. Vedo ora che sei una serpe velenosa venuta da lontano e nutrita al mio petto solo per colpirmi con un morso mortale!” Kaikeyi non fece una piega e non pronunciò parola. Il re continuò: “Come posso bandire Rama, che tutti amano e lodano? Potrei perdere Kausalya e sopravvivere. Potrei perdere Sumitra, la pura di mente, e sopravvivere. Ma se perdo Rama, come posso vivere ancora? Senz’ acqua, senza la luce del sole, posso vivere un po’, ma mai senza Rama. Rigetta dalla tua mente questo pensiero peccaminoso. Prostrato ai tuoi piedi, te ne supplico. Non hai sempre detto tante volte ‘due cari figli io ho. E di loro Rama, il maggiore, mi è il più caro’? Nel decidere di incoronare Rama, che cosa ho fatto se non rendere reale il tuo stesso desiderio inespresso? Perché allora mi chiedi questi due crudeli doni? No, no, non può essere che intendi veramente questo. Mi stai solo mettendo alla prova per scoprire se io amo veramente tuo figlio Bharata. Non permettere che questo grande peccato distrugga la nostra onorata dinastia regale.” Di nuovo, Kaikeyi non pronunciò parola, ma i suoi occhi sprizzavano rabbia derisoria. Il re continuò: “Fino ad oggi non hai mai fatto nulla che mi recasse dolore, non una parola indegna. Chi ti ha corrotto? Non posso credere che un tale pensiero diabolico sia il tuo. Quante volte mi hai detto, mia adorata, che, per quanto nobile sia Bharata, Rama lo era ancor di più? È lo stesso Rama che ora vuoi esiliare nella foresta? Come può dimorare in una foresta? Come puoi anche solo indugiare sul pensiero che egli vada in una zona selvaggia infestata da bestie feroci? Con quanto amore Rama ti ha sempre trattato e servito! Come puoi dimenticarlo e indurire il cuore pronunciando le parole ‘mandalo nella foresta’? Che errori ha commesso? Delle centinaia di donne del palazzo non una sola ha mai pronunciato parole contro il suo onore o virtù. Il mondo intero lo ama per le sue grandi e buone qualità. Come puoi tu sola fra i tanti trovare motivi di biasimo? Non è Rama come lo stesso Indra? Non irradia il suo viso bontà e luce spirituale come quello di un rishi? Chiunque loda la sua veridicità e gentilezza, la sua erudizione e saggezza, l’eroismo ed umiltà. Nessuno ha mai udito dalle sue labbra parole dure. Come posso io, suo padre, dirgli: ‘Figlio, va nella foresta’? È assurdo. Abbi pietà di me, un vecchio vicino ai suoi ultimi giorni. Kaikeyi, chiedimi qualunque altra cosa di questo regno, e te la darò. Con le mani giunte, ti supplico, non mandarmi da Yama, nel regno della morte. Prostrato ai tuoi piedi ti prego, ti prego umilmente, salva Rama! Salvami dal peccato!” Al re che così lottava in un oceano di dolore, Kaikeyi rispose senza pietà, pronunciando parole crudeli: “Re, se dopo aver promesso doni te ne penti e spergiuri, che razza di re sei, e che diritto hai di parlare di satya e dharma? Come potresti rivolgerti agli altri sovrani? Confesseresti loro senza vergogna, ‘Sì, Kaikeyi mi ha salvato dalla morte ed io le ho fatto una promessa. Poi, mi sono pentito e non l’ho mantenuta’? Cos’altro potresti dire? Saresti considerato la disgrazia dell’ ordine dei monarchi! E il popolo riderà del suo sovrano e dirà, ‘Il re ha rotto persino la promessa fatta alla sua regina. Non aspettiamoci che sia di parola.’ Non conosci la storia di Saibja, che per mantenere la promessa fatta a un uccellino non esitò a tagliarsi un pezzo della sua carne? Non sai di Alarka che si è accecato per essere di parola? Il mare resta nei propri confini e non inonda la terra perché si sente legato all’accordo con gli dèi. Non violare la tua promessa. Segui il sentiero dei tuoi nobili antenati. Ma, ahimé, temo che il loro indegno discendente abbandonerà il dharma; tu incoronerai Rama e amoreggerai con Kausalya. Cosa te ne importa del dharma? Se mi neghi i doni promessi con il voto, questa stessa notte berrò un veleno e porrò termine alla mia vita. Potrai consacrare e installare sul trono Rama, ma davanti ai tuoi occhi, o violatore di promesse, io sarò morta. Questo è sicuro. E lo giuro in nome di Bharata.” Dopo questa solenne dichiarazione, Kaikeyi rimase in silenzio. Dasaratha, sconvolto, fissava la sua crudele moglie. Questa incantevole creatura era veramente Kaikeyi o era un demone? Poi, come un imponente albero abbattuto dall’ ascia del boscaiolo, il re vacillò e si abbatté al suolo giacendo pietosamente inconscio. Riprendendo i sensi, disse a bassa voce:
“Kaikeyi, chi ha corrotto la tua mente al punto di volermi morto e di distruggere la nostra razza? Quale spirito demoniaco ti ha posseduto e ti fa ballare questa danza indegna? Pensi veramente che Bharata accetterà di diventare re dopo aver esiliato Rama nella foresta? Non lo farà mai, e tu lo sai. Come potrei sopportare il peso di dire a Rama di ritirarsi nella foresta? Non mi disprezzeranno i re del mondo dicendo, ‘Questo vecchio succube e rimbambito ha scacciato il figlio maggiore, il migliore tra gli uomini’? Non capisci che si faranno beffe di me? È facile per te dire, ‘Scaccia Rama nella foresta,’ ma come potrà soprav-vivere Kausalya, o io stesso, alla sua parten-za? E hai pensato alla figlia di Janaka? Non sopravvivrà all’udire che Rama dovrà ritirarsi nella foresta di Dandaka. “Ingannato dal tuo viso, ho pensato che tu fossi una donna e ti ho presa in moglie. Come un uomo beffato, tentato dal profumo di un vino avvelenato, sono stato indotto dalla tua bellezza a prenderti in moglie. Come un cerbiatto attirato dal cacciatore, sono finito nella tua rete e muoio. Come un bramino ubriaco in strada sarò da tutti deriso. Che doni mi hai domandato? Doni che per sempre in avvenire macchieranno la gloria del nostro casato con l’ignominia di una lussuria demente che ha portato un vecchio scemo a bandire un figlio senza pari. “Se dico a Rama di partire per la foresta, certamente egli obbedirà, persino con allegrezza, e se ne andrà. Io stesso, kausalya e poi Sumitra moriremo. E come gioirai del regno acquisito con simili mezzi, o folle donna peccaminosa? “E Bharata, sarà d’accordo coi tuoi piani? O donna senza vergogna, nemica della mia vita, uccidi tuo marito e diventi vedova per usufruire dei benefici del regno assieme a tuo figlio. Come sono peccatrici le donne, e senza pietà! Ma che dico? Perché insulto le altre donne? Quale dolore che il mio Bharata abbia un mostro come madre! No, non posso fare una cosa simile! Kaikeyi, mi getto ai tuoi piedi e ti imploro. Abbi pietà di me!” Il re rotolò a terra contorcendosi in agonia. Ma Kaikeyi inesorabile disse con fermezza: “Ti sei vantato di essere uno che dice sempre la verità. Ma ora, dopo aver giurato davanti agli déi, cerchi di rimangiarti la promessa. Se non mantieni la parola, certamente mi ucciderò e questo non aiuterà certo la fama della tua dinastia, di cui sei così orgoglioso!” “Molto bene, allora - disse Dasaratha – manda Rama nella foresta e lasciami morire. Dopo aver distrutto me e la mia razza, una vedova giubilante, soddisferai il tuo desiderio e vivrai una vita di gioie!” Dopo qualche istante, il vecchio re gridò: “Che vantaggi pensi di ottenere mandando Rama nella foresta? Non riesco a capirlo. Il solo risultato sarà che il mondo intero ti disprezzerà. Ho avuto Rama dopo anni di preghiere e penitenze, ho avuto Rama per grazia di Dio. Ed è lui che ora devo scacciare nella foresta, io, il più derelitto tra gli uomini!” Alzando gli occhi al cielo, disse: “Oh notte, non finire, rimani! Perché quando passerai e l’alba verrà, che cosa farò? Che cosa dirò alla folla impaziente che per amore di Rama attende il momento dell’ incoronazione? Oh cieli, per pietà mia, non muovete le vostre stelle! Anzi, no, no. Andatevene, o sarò costretto a vedere sempre questa donna peccaminosa. Vattene subito, oh notte, così che possa fuggire da questa faccia.” Così, tra momenti di delirio e di coscienza, il povero vecchio, un re potente che per tanti anni aveva dominato, continuò ancora: “Abbi pietà di me Kaikeyi. Dimentica le mie parole dure pronunciate in momenti d’ira. Ti imploro in nome dell’ amore che mi hai portato. Ecco, ti dono il mio regno. È tuo. E puoi darlo con le tue stesse mani a Rama e presiedere la cerimonia dell’ incoronazione. L’assem-blea ha deciso e ho annunciato agli anziani e a Rama che l’incoronazione avrà luogo domani. Non permettere che questo annuncio sia falso. Abbi pietà di me. Dai il regno, come fosse tuo, a Rama. La fama di un tale gesto magnanimo durerà quanto il mondo. Il mio desiderio, il desiderio del popolo, il desiderio degli anziani, il desiderio di Bharata, tutti vogliono che Rama sia incoronato. Fa questo, amore mio, vita mia.” Di nuovo il re si avvinghiò ai piedi di Kaikeyi. Ma lei rispose: “Piantala con queste scene, cerca di non rompere la promessa e non obbligarmi a mantenere la mia, uccidendomi. È inutile che tenti di sfuggire.” Il re disse: “Con i riti sacri, mentre ardeva la pira sull’altare, ti ho presa per mano e chiamata moglie. Qui ed ora, ti ripudio, e con te tuo figlio. La notte è trascorsa, l’alba si avvicina e il mattino non vedrà l’incoronazione di Rama, ma il mio funerale.” Kaikeyi tagliò corto: “Stai cianciando invano. Manda subito a chiamare Rama. Fallo venire qui. Digli che il regno è di Bharata e che lui deve andare nella foresta. Mantieni la promessa. Non perder tempo.” Dasaratha emise un gemito: “Va bene. Lasciami almeno posare gli occhi sul viso di Rama prima che muoia. Vincolato al dharma, questo vecchio pazzo è senza vie d’uscita.” E di nuovo svenne.
‘domani’ Agosto 2009
La Risoluzione di Rama e L’Ira di Lakshmana
Venne l’alba. L’ora fissata per l’incorona-zione era vicina. La processione dei sacerdoti con le anfore d’oro colme delle acque dei fiumi sacri si approssimava al palazzo. La strada principale, festosamente addobbata, traboccava di folla acclamante che esultava al passaggio del corteo di sacerdoti, ancelle, elefanti, cavalli, carri con il bianco emblema carichi di miele, burro purificato, riso fritto, erba sacra e fiori; buoi e cavalli trainavano il trono ricoperto di una pelle di tigre, mentre musicisti diffondevano note gioiose. Vasishtha, il grande sacerdote, avvicinandosi al cancello del palazzo scorse il ministro Sumantra e gli disse: “Ti prego, informa il sovrano che i preparativi sono terminati e il popolo attende”. Sumantra si avvicinò alla camera del re salmodiando gli inni mattutini e disse: “Sire, svegliati dal sonno ascoltando gli inni del tuo auriga, come il re degli dèi fa con i canti di Matali. Possano tutti gli dèi esserti favorevoli. Gli anziani, i generali e tutti i cittadini più importanti aspettano il tuo darshan. La dea della notte si è ritirata. Il lavoro del giorno attende i tuoi ordini. Oh re dei re, sii felice di alzarti. Il santo Vasishta e gli altri sacerdoti ti attendono.” Ma il re si torceva nell’ angoscia, senza poter proferire parola; allora Kaikeyi con baldanza rispose per lui: “Il re ha passato la notte discutendo l’incoronazione di Rama e non ha dormito. È stanco. Va subito a chiamare Rama.” La furba donna sapeva che il re era sottomesso, ma non aveva la forza di fare quel che doveva essere fatto. Si era quindi decisa ad agire lei stessa. Sita e Rama erano pronti per la cerimonia e obbedirono subito al messaggio di Sumantra che la regina voleva vederli. I ritardi e gli strani comportamenti cominciavano a far sorgere dubbi nelle persone della corte, ma nessuno osava parlarne, nella speranza che le cose si sarebbero comunque aggiustate. Intanto la gente si domandava: “Perché questo lungo ritardo? Forse i riti preliminari sono più laboriosi di quanto pensavamo.” E mentre nelle strade la folla aumentava, anche l’impazienza cresceva. Sumantra accompagnò Rama al palazzo di Kaikeyi aprendosi il cammino con difficoltà tra la fitta moltitudine. Non appena Rama varcò la soglia dell’ appartamento della regina, sussultò, come se avesse calpestato un serpente, colpito dallo stato del padre che stava angosciato sul nudo pavimento. Gli toccò i piedi, in segno di rispetto, e lo stesso fece con Kaikeyi. Dasaratha pronunciò a bassa voce il nome di Rama e non aggiunse altro. Non era in grado di parlare. E neppure poteva guardare il figlio negli occhi. Rama era perplesso e in apprensione. Si rivolse a Kaikeyi: “Madre, come è strano tutto questo. Per quanto irato possa essere, mio padre mi parla sempre con dolcezza. L’ho forse offeso senza saperlo? È stato colto da un’improvvisa malattia? Qualcuno gli ha parlato senza rispetto? Ditemi cosa è accaduto. Non posso sopportare questa attesa.” L’audace Kaikeyi afferrò l’occasione e disse: “Il re non è arrabbiato con nessuno. Non c’è alcun problema di salute. Tuttavia, ha qualcosa in mente che teme di comunicarti. Teme che potresti esserne ferito e per questo tace. Molto tempo fa, contento di me, mi offrì, ed io accettai, due doni a mia scelta. Ora, come se fosse un rozzo qualsiasi, il re si pente. È degno di lui? Come può un re dare la propria parola e poi dolersene? Tu hai il potere di soddisfare la sua promessa, ma egli teme persino di parlartene e sta pensando di non mantenerla. Ti sembra giusto? Se lo rassicuri che non ha bisogno di essere ansioso della tua reazione e che deve ad ogni costo mantenere quel che ha detto, gli darai la forza necessaria a fare la giusta scelta. Devi dargli l’aiuto di cui ha bisogno. La cosa è nelle tue mani. Ti dirò di che si tratta, ma solo dopo mi darai la promessa che aiuterai il re ad adempiere al voto.” Rama, addolorato al pensiero che sia lui in qualche modo la causa del malessere del padre, disse a Kaikeyi: “Madre, sono proprio io la causa di tutta questa pena? Non penso di meritare che dubitiate di me. Se mio padre mi chiede di gettarmi nel fuoco, non esiterei a farlo. Se mi chiede di bere del veleno, lo berrò senza indugio. Voi lo sapete. Voi sapete che a un suo cenno mi lascerei affogare nell’oceano. Qui, ora, Madre, vi faccio la promessa solenne che adempirò alla promessa che il re vi ha fatto, e mai mancherò di rispettarla.” Quando Rama pronunciò queste parole, Kaikeyi esultò, perché sapeva di aver vinto. Il re, da parte sua, era disperato, vedendo che ogni via d’uscita era stata chiusa. Quindi, la crudele donna pronunciò queste terribili parole: “Rama, ciò che dici è degno di te. Quale più alto dovere ha un figlio se non adempiere alla parola data dal padre? Ora ti dirò quanto da lui promesso. Quando egli fu ferito combattendo Sambara, io l’ho soccorso e riportato in vita. In segno di gratitudine mi promise due doni che avrei richiesto quando lo avessi deciso. Ora ho deciso. Essi sono che Bharata sia nominato Yuvaraja, erede al trono, e che tu sia mandato via oggi stesso nella foresta di Dandaka, dove rimarrai in esilio per quattordici anni. Tu hai giurato solennemente di mantenere la promessa ed è ora tuo dovere dimostrare che sarai di parola. Se trovi che la giusta condotta è troppo dura, come ha fatto tuo padre, è un’altra storia. Altrimenti, ascolta quel che dico. Devi abbandonare questi luoghi e andartene in esilio coi capelli in disordine e ricoperti di erbacce come usano gli eremiti, lasciando che gli allestimenti predisposti siano usati per l’incoronazione di Bharata.” Quando pronunciò queste crudeli parole, il re si contorse in agonia, ma Rama le ascoltò senza dare mostra di esserne toccato. Kaikeyi pensò a un miracolo. Non c’era in Rama il minimo segno di delusione o tristezza. Sorridendo, il principe disse: “È tutto, Madre? Certamente la promessa del re deve essere mantenuta. I miei capelli saranno scompigliati, mi vestirò di corteccia e andrò oggi stesso nella foresta. Non sono forse felice se posso dare qualcosa a Bharata? Anche se nessuno me lo chiedesse, gli darei con gioia tutto quanto posseggo. Come potrei esitare ora che mio padre stesso me lo comanda? L’unico piccolo dolore è che egli possa aver dubitato di me. Perché ha esitato a dirmi quel che voleva e ha lasciato che foste voi a comunicarmelo? Non sono suo figlio? Non sono vincolato ai suoi ordini? Quale altra gloria o gioia posso ricercare se non il rispetto della sua volontà? Come ho potuto meritare che mio padre distolga da me lo sguardo e non abbia parole d’amore? Il mio dolore, se c’è, è che egli non mi abbia chiamato subito e non mi abbia annunciato lui stesso i suoi ordini. Andrò nella foresta oggi stesso. Mandate un veloce messaggero che riporti subito a casa Bharata.” Il viso del principe risplendeva come le fiamme divampanti di un fuoco sacrificale su cui si è versato il burro rituale. Kaikeyi gioì dell’apparente successo. La sua folle bramosia non le faceva vedere le conse-guenze devastanti che richiamava su di sé. Dasaratha, come un elefante selvaggio incatenato, giaceva in agonia. Kaikeyi, con inutile durezza, fece fretta a Rama: “Non aspettare che il re parli e prolunghi la storia.” Al che Rama disse: “Madre, sembra proprio che non mi conosciate. Non c’è per me piacere più grande che onorare la parola di mio padre. Che Bharata porti il peso del regno e si prenda cura del nostro anziano padre. Mi darà così, davvero, la gioia più grande.” Dasaratha, finora silenzioso, emise un lamento. Rama gli toccò i piedi e toccò quelli di Kaikeyi e si affrettò fuori dalla camera. Lakshmana era rimasto fuori ad aspettare. Sapeva cosa era successo e con occhi rossi di rabbia seguiva fremente il fratello. Lungo la strada Rama vide i vasi con le acque sacre per la cerimonia. Vi girò intorno in segno di rispettosa devozione. Con calma maestà lasciò alle spalle il bianco ombrello e le altre insegne reali e invitò la folla a disperdersi. Il principe, in cui ogni desiderio era stato vinto, andò nelle stanze di sua madre per darle la notizia e riceverne le benedizioni prima di partire per la foresta. Lì erano riunite molte persone che aspettavano con impazienza il momento dell’ incoro-nazione. Nella parte più interna dell’ appartamento, la regina, vestita di un sari bianco, stava di fronte al fuoco sacrificale invocando benedizioni sul figlio. Non appena Rama entrò, lei corse ad abbracciarlo e si premurò di portarlo a uno speciale seggio che aveva fatto preparare per l’occasione. “Madre, questo trono ora è troppo per me - disse Rama. - Sono un eremita e il mio giaciglio è l’erba sparsa sul pavimento. Ti porto notizie che forse ti rattristeranno. Ascolta, e dammi le tue benedizioni.” Gli raccontò così quanto accaduto, e concluse: “Devo partire oggi, madre, e sono venuto per ricevere le vostre benedizioni.” A queste parole Kausalya cadde a terra come un albero improv-visamente reciso. Rama e Lakshmana l’aiutarono con gentilezza ad alzarsi. Lei si avvinghiò a Rama e gridò: “Il mio cuore è fatto di pietra o di ferro perché viva ancora?” Lakshmana non poteva sopportare la vista del dolore della regina e con rabbia parlò: “Questo vecchio re ha emesso una condanna riservata ai più malvagi malfattori. Che peccato ha commesso Rama? Il vecchio innamorato ha perso la ragione per la sua giovane moglie e non è più degno di essere re. “Come può un re ascoltare una donna e violare il dharma? Anche i tuoi nemici, oh Rama, quando ti vedono cominciano ad amarti, ma questo invaghito di tuo padre ti esilia nella foresta. Fratello, buttiamo giù dal trono insieme questo re e prendiamo noi in mano il regno. Chi oserà opporsi? Ucciderò chiunque voglia farlo. Dammi solo il tuo assenso, e lo farò anche da solo. “Il fratello minore che diventa re e tu che sei mandato nella foresta. Il mondo riderà di questa assurdità. Non acconsentire. Per quanto mi riguarda, non l’accetterò mai. Demolirò ogni opposizione e vigilerò sul tuo regno. Sai che ho la forza per farlo. Questa mattina non il sole è sceso sulla terra, ma una grande oscurità. Di fronte a una simile ingiustizia non ha senso essere amabili ed educati. Non posso sopportarlo, devo compiere il mio dovere. Madre, ora vedrai la forza del mio braccio, e anche tu, fratello.” Le parole di Lakshama furono di qualche conforto a Kausalya, anche se il discorso di detronizzare il re la spaventava. Disse: “Rama, considera attentamente quel che dice Lakshmana. Non andare nella foresta. Se vai, come potrò rimanere qui sola tra nemici? Anch’io verrò con te.” Rama aveva ascoltato in silenzio lo scoppio di Lakshmana, perché era bene permettere che la passione trovasse uno sfogo nelle parole. Poi, rivolgendosi a Kausalya disse: “Madre, che non ci sia nessun discorso di qualcuno che vuole ve-nire con me nella foresta. È vostro dovere restare qui e servire il re, e consolarlo della pena sopravvenutagli così avanti negli anni. Come potrebbe la regina di un imperatore vagabondare con me nella fore-sta come una vedova? È mio dovere adem-piere alla promessa di mio padre, che sia giusto o no, spontaneo o estorto con la forza o la frode. Se vengo meno a questo dovere primario, non ci sarà nessuna ric-chezza o potere che possano darmi soddi-sfazione o contribuire al mio buon nome. Lakshmana, le tue proposte sono sbagliate. Conosco la tua forza e non ho dubbi che tu possa vincere e distruggere ogni opposizio-ne e conquistare il regno per me. Conosco anche l’affetto che mi porti. Ma il modo in cui proponi di usare questi tuoi attributi non è degno della dinastia alla quale appar-teniamo. Il nostro dovere più elevato è di portare a compimento la volontà di nostro padre. Se non ne siamo capaci, nessun altro raggiungimento potrà sostituirlo.” Rama cercò di consolare sia la madre che il fratello, ma l’ira di Lakshmana non poteva essere facilmente placata. Forse Lakshmana avrebbe potuto, se fosse stato lui e non Rama a subire gli eventi. Ma era Rama la vittima della crudele ingiustizia e così Lakshmana si contorceva irato come un cobra ferito. Rama lo prese da parte e lo fece sedere: “Lakshmana, non sei tu la mia altra metà, la mia stessa anima in un altro corpo? Ascoltami. Sei coraggioso e forte. Controlla per me la tua ira e il dolore. Non permettere che questi spiriti maligni si impossessino di te. Rimani fedele al dharma e trasformiamo questa disgrazia in una grande gioia. Dimentichiamo l’incoronazione e pensiamo a ciò che è degno della nostra razza. “Considera la condizione di nostro padre. I nostri cuori devono volgersi a lui in simpatia, perché è colpito da un grande dispiacere. Qualunque sia la ragione, ha fatto una promessa e se dovesse romperla commetterebbe un peccato vergognoso che vanificherebbe tutte le sue imprese grandi e gloriose. Ha il cuore spezzato per quella che lui sente come un’ingiustizia che mi ha inflitto; ma io non la considero affatto tale, perché un re deve mantenere la propria parola e un figlio deve obbedienza al padre. Anche tu devi dare prova di essere libero da ogni senso di afflizione; solo così possiamo alleviare il peso che gli grava sulla mente. “Egli ci ha dato la vita e noi gli dobbiamo pace mentale. Teme per il viaggio nell’altro mondo e noi dobbiamo aiutarlo a liberarsi di questa paura. Fino ad ora non gli abbiamo mai causato pena o insoddisfazione. Dobbiamo farlo ora? “La sola cosa che desidero adesso è di andare nella foresta e lasciare che Bharata sia incoronato. Se ritardo, Kaikeyi divente-rà sospettosa e si tormenterà, e mi dispiace. Quindi devo partire. Non dobbiamo essere irati con lei. Non è sempre stata gentile tutti questi anni? Che all’ improvviso abbia concepito una tale idea è sicuramente opera del fato. Non dobbiamo biasimarla. Ci si propone qualcosa, ma poi il fato decide diversamente. In questo senso, Kaikeyi non è che uno strumento nelle mani del fato. Ella dovrà sopportare il peso gravoso del biasimo generale, ma il nostro amore per lei deve rimanere immutato. Se, prima d’ora, ci fosse stata malvagità nei suoi pensieri, l’avrebbe mostrato. Non c’è dub-bio che una forza più grande le abbia fatto dire all’improvviso e con durezza: “Rama, vai nella foresta”. Altrimenti, come avreb-be potuto una donna della sua cultura, che ci ha sempre accuditi come figli com-portarsi ora così sfacciatamente con il proprio consorte? Chi può opporsi al destino? Anche inamovibili saggi sono stati improvvisamente deviati dalle loro austerità. Come può la povera Kaikeyi sperare di opporsi al fato? “Prendiamo la ferma risoluzione di trasformare questa pena in gioia. Sarebbe una prova della nostra nobiltà e coraggio. Fratello, non essere triste pensando al regno e alla ricchezza. Ora la mia gioia più grande sarà la vita nella foresta .” La spiegazione calmò un poco Lakshmana. Ma presto la sua ira divampò ancora e disse: “Va bene; è opera del fato. Accetto che il fato sia la causa dell’ improvvisa follia della nostra matrigna, e non ce l’ho con lei. Ma non è una buona ragione per starcene tranquilli senza fare nulla. Non è dovere dello Kshatriya opporsi alle malvagità e ristabilire la giustizia? “Un eroe non si inchina al fato. Solo i codardi si sottomettono. Gli eroi vi si oppongono per conquistarlo. Oggi vedrai un possente eroe sfidare il fato. Domerò quel pazzo elefante di fato e lo obbligherò a servirmi. Butterò nella foresta tutti quelli che hanno cospirato di mandarci te. Se ti piace visitare la foresta per un certo tempo, potrai farlo dopo. Il momento giusto sarà dopo che avrai regnato per molti anni e affiderai la corona ai tuoi figli. Questo è il costume dei nostri padri. Se qualcuno mette in dubbio il tuo diritto ora, mi troverà sul suo cammino per annichilirlo. “Queste spalle sono solo per bellezza? Quest’arco, queste frecce e questa spada che mi pende al fianco, sono solo per de-corazione? Pensi siano oggetti da teatro messi per bella mostra? Aspetto i tuoi ordini. Metti alla prova la mia prodezza.” Rama con gentilezza pacificò la rabbia di Lakshmana e disse: “Fintanto che i nostri genitori sono vivi, è nostro dovere obbedire loro. Che gioia c’è nell’ottenere il regno dopo aver insultato i nostri genitori e ucciso Bharata che è la personificazione del dharma?”(*) Così dicendo asciugò le lacrime dagli occhi di Lakshmana. Quando Rama fece questo, Lakshmana cominciò a calmarsi, perché il tocco di affetto di Rama era capace di produrre miracoli.
* Notare la differenza, quasi il contrasto, con l’altro grande poema epico dell'India, il Mahabharatha. In quest’ ultimo il comportamento odioso dei Kaurava causa una guerra feroce che Krishna sostiene. Il periodo storico descritto dal Ramayana è infatti precedente a quello del Mahabharatha. Scopo di Rama è di affermare, in un’umanità ancora primitiva, i valori etici e morali, le regole di condotta fondamentali per portare l’uomo oltre la propria animalità, verso un mondo illuminato dalla mente. Scopo di Krishna nel Mahabharatha era invece di distruggere il dharma, cioè quei valori che erano divenuti regole meccaniche, e proiettare l’umanità verso un più avanzato stadio evolutivo, oltre la mente verso lo spirito. (nde)
‘domani’ Novembre 2009
La Determinazione di Sita
Il popolo era all’oscuro di cosa fosse accaduto nelle stanze del palazzo. Ma Rama, da parte sua, non perse tempo e iniziò i preparativi per la vita nella foresta. Quando si recò dalla regina madre Kausalya per riceverne le benedizioni prima di lasciare la città, ella disse di nuovo: “Come posso restare ad Ayodhya se tu parti? È meglio che venga con te nella foresta.” Naturalmente sapeva che il proprio dovere era quello di restare accanto al marito, per servirlo nella vecchiaia e condividerne il dolore, ma era così confusa dall’angoscia da non riuscire a valutare gli avvenimenti. Rama non volle sentirne parlare e le ricordò il dovere di restare col vecchio re affranto, nella sua triste solitudine. Ella riconobbe che il consiglio era giusto e lo benedì con dolci parole ‘diluite col sale delle lacrime.’ “Fai come tuo padre ha decretato e ritorna glorioso”. Rama la rincuorò con un sorriso dicendole: “I quattordici anni passeranno presto e mi vedrai tornare.” Non appena Rama ricevette le benedizioni della madre il suo volto luminoso si fece ancora più splendente. Sita, che Rama aveva lasciato ignara per raggiungere il re dopo il messaggio di Sumantra, stava aspettando il ritorno del suo amato nel carro con l’ombrello reale, circondata da una numerosa scorta. Ma ora lo vedeva tornare solo, senza seguito, senza alcuna insegna reale. Notò che aveva sul volto i segni di una ferma risoluzione. Intanto Rama stava chiedendosi come avrebbe potuto comunicare alla sua sposa la notizia dell’esilio nella foresta. “Qualcosa turba la mente del mio signore - pensò Sita - ma che importanza può avere finché ci sarà il nostro amore?” E gli chiese: “Cosa succede? Perché questo sguardo insolito?” Rama le raccontò brevemente ciò che era accaduto e poi aggiunse: “Principessa, amore mio, posso immaginare il dolore nel dovervi separare da me rimanendo qui. La figlia di Janaka non ha bisogno del mio consiglio per compiere il proprio dovere. Tenete presente il benessere del Re e delle tre Regine – vostre madri. Non aspettatevi a palazzo un trattamento diverso da quello delle altre principesse. Siate rispettosa nei confronti di Bharata che sarà il Sovrano e badate a non offendere i suoi sentimenti. Ho fiducia che il vostro amore per me non diminuirà durante questa assenza. Ritornerò dalla foresta trascorsi questi quattordici anni, fino ad allora non trascurate i riti e le cerimonie abituali. Madre Kausalya, nel suo dolore, necessiterà della vostra sollecita attenzione. Bharata e Satrughna mi sono cari, li considererete come vostri fratelli. Comportatevi come compete alla vostra stirpe regale e alla vostra stessa natura. Evitate di decantarmi per non rischiare di offendere altri uomini giusti. Oggi devo partire per la foresta, siate calma e risoluta.” Quando Sita intese questo discorso inaspettato, il suo amore per Rama si manifestò sotto forma di collera al pensiero che avesse potuto immaginare, anche solo per un momento, che avrebbe acconsentito a separarsi da lui per vivere negli agi del palazzo mentre il suo amato si trovava senza casa a vagare in foreste selvagge. “Avete tenuto un bel discorso o Conoscitore del dharma. Mi sembra una strana dottrina quella che sostiene che una moglie sia diversa dal marito e che i doveri di lui non siano anche i suoi e che non abbia alcun diritto di condividerli. Non potrò mai accettarlo. Io ritengo che le vostre fortune siano le mie e che, se Rama deve andare nella foresta, l’ordine include anche Sita che è una parte di lui. Camminerò davanti a voi nei sentieri della foresta e calpesterò le spine e il duro suolo di fronte a voi per renderlo più agevole ai vostri passi. Non crediate che sia ostinata, mio padre e mia madre mi hanno istruita nel dharma. Ciò che mi dite è totalmente contrario a ciò che essi mi hanno insegnato. Andare dovunque voi andiate, questa è la mia sola direttrice. Se oggi dovete andare nella foresta, ebbene, oggi io verrò al vostro fianco. Non vi è spazio alcuno per discuterne. Pensate che non sia in grado di sopportare la vita della foresta? Con voi al mio fianco sarà una vacanza gioiosa. Non sarò causa di problemi. Mangerò frutta e radici come farete voi e non resterò indietro negli spostamenti. “Per lungo tempo ho desiderato andare nei boschi in vostra compagnia e gioire alla vista delle grandi montagne e dei fiumi. Passerò il tempo felicemente fra gli uccelli e i fiori, bagnandomi nei fiumi ed eseguendo i riti giornalieri. Lontano dalla vostra presenza lo stesso paradiso non ha alcun interesse per me. Morirò sicuramente se mi lasciate. Vi imploro di portarmi con voi. Abbiate pietà di me. Non mi abbandonate ora.” Iniziato nella collera il discorso era finito in singhiozzi. Rama spiegò a Sita che la vita della foresta non era così semplice come lei la immaginava e le descrisse un gran numero di difficoltà e di pericoli e insistette ancora perché rinunciasse ad accompagnarlo. Gli occhi di Sita si riempirono di lacrime. “Tigri, leoni, orsi, serpenti – nulla si avvicinerà a me. Fuggiranno alla vostra vista. E sopporterò di buon grado sole, pioggia, vento e le spine dei cespugli di cui parlate. Non sono spaventata e, d’altro canto, potete stare certo che la vita mi lascerà se mi abbandonerete qui e partirete. Quando ero a Mithila, aggiunse, i Bramana e gli astrologi dissero a mia madre che, per un certo periodo della mia vita, ero destinata a vivere nella foresta. Posso forse compiere questa predizione da sola nella foresta? Questa è l’opportunità per me di adempierla, in vostra compagnia, e ciò renderà la selva un giardino di delizie. A chi spiace la vita della foresta? Solo a quegli uomini e donne che non hanno il controllo dei propri sensi. Voi e io possiamo controllare pienamente i nostri sensi e non perdere nulla. Vi imploro di non mettermi da parte perché il separarmi da voi sarebbe più doloroso della morte.” Nell’amore supremo c’è una forza che sconfigge la ragione e ride in faccia alla stessa morte e Rama accettò di essere persuaso, in parte perché il suo amore era grande quanto quello di lei e ogni parola appassionata pronunciata da lei trovava una pronta accoglienza nel suo cuore e in parte perché aveva fiducia nella sua capacità di proteggerla. Venne quindi deciso che Sita avrebbe accompagnato Rama nella foresta. Ella chiamò i poveri e distribuì tutto ciò che le apparteneva e si preparò per la vita nella selva. Anche Lakshmana decise di partire col fratello e porsi al suo servizio e Rama dovette accettare. I tre si recarono a prendere congedo dall’anziano Re. Nelle strade e sui balconi una folla di persone si accalcava a guardare. Dalle finestre e dalle terrazze dei palazzi uomini e donne videro Rama, Lakshmana e la principessa procedere verso il palazzo, a piedi, come i più poveri sulla terra. Il popolo, colmo di incontenibile dolore e indignazione diceva: “Che razza di Re è questo che manda un principe così nobile nella foresta? E guardate là, Sita che cammina per strada, una principessa che dovrebbe essere alla testa di un corteo reale. Potrà sopportare il caldo e la pioggia della foresta? Tutto questo è mostruoso! “Se così è, andremo anche noi nella foresta. Raccogliamo tutto ciò che abbiamo e andiamo nella foresta con questi principi. La foresta dove risiederà Rama sarà la nostra Ayodhya. “Lasciamo che queste case rimangano deserte, infestate da topi e serpenti. Lasciamo Kaikeyi regnare sulle rovine di Ayodhya. Le bestie selvagge e gli avvoltoi verranno ad abitarla. Questa città diventerà una foresta, e la foresta Ayodhya.” Rama udiva questi discorsi, ma non se ne curava. All’ingresso del palazzo di Kaikeyi Rama vide Sumantra, seduto in disparte, afflitto. Gli parlò gentilmente: “Noi tre siamo venuti per incontrare il Re. Sumantra, chiedi per noi il permesso di essere ammessi alla sua presenza.” Sumantra entrò per annunciarli al Re. Quale vista lo aspettava! Come un sole in eclisse, come un forno colmo in ogni dove di cenere, come una cisterna secca, il Re era disteso sul pavimento, la sua gloria svanita e il suo volto distorto e contratto dal dolore. Sumantra, con voce tremante e le mani giunte disse: “Il Principe attende all’ingresso e chiede udienza per ricevere le vostre benedizioni prima di distribuire tutto ciò che possiede ai Bramini e iniziare il viaggio per la foresta Dandaka.” Il Re ordinò a Sumantra di fare entrare il Principe. Rama entrò e s’inchinò al Re, ad una certa distanza. Questi, non appena vide Rama, si alzò precipitosamente e si lanciò con le braccia aperte ad abbracciarlo, ma cadde svenuto prima di raggiungere il figlio. Rama e Lakshmana lo sollevarono delicatamente o lo distesero sul suo divano. “Mio Signore,” disse Rama, “Siamo venuti a chiedere il vostro permesso per andare nella foresta. Sita e anche Lakshmana vengono con me, malgrado tutto ciò che ho detto loro per convincerli a desistere. Vi prego di darci le vostre benedizioni e il permesso di partire.” Dasaratha allora disse: “Rama, io sono vincolato dai favori che ho promesso a Kaikeyi, ma tu non sei vincolato, perché non mi rimuovi dal trono e prendi il regno con la forza?” Il Re nutriva da tempo quest’idea, come la sola e migliore soluzione al problema crudele che doveva affrontare, e ora si era espressa chiaramente a parole. Ma Rama rispose: “Non desidero il regno o il potere, padre. Possa tu regnare per ancora mille anni. Il mio cuore è ora determinato ad andare nella foresta e sono pronto a partire dopo avere ricevuto la vostra benedizione. Quando i quattordici anni saranno passati ritornerò e mi offrirò al vostro servizio.” La vaga speranza del Re, ora era chiaro, doveva essere abbandonata. “Figlio mio, porta onore alla nostra stirpe di re. Vai, ma ritorna sano e salvo, possa il pericolo fuggire dal tuo cammino. Resta nel dharma. Tu sei irremovibile nella determinazione, salda e immutabile è la tua volontà, ma non andare via oggi, passa qui con me solo questa notte. “Lascia che i miei occhi si riempiano della tua immagine, puoi metterti in viaggio all’alba. Come qualcuno che porti il carbone acceso nascosto sotto la cenere, ho dato la mia promessa a Kaikeyi, senza sapere ciò che aveva in mente. Ora sono impotente e preso nella sua rete. E tu dici: “Soddisferò la promessa fatta da mio padre, non permetterò che il disonore macchi il suo nome. Cederò il regno e andrò nella foresta! Dove si può trovare nel mondo intero un figlio come te? Ti giuro, non avevo intenzione di causare questo grande torto.” Così pietosamente parlò il Re. Dasaratha desiderava morire senza perdere il rispetto di Rama. “Padre, manda immediatamente a chiamare Bharata e adempi la promessa che hai fatto a madre Kaikeyi. Non tormentarti al pensiero di avermi fatto un qualche torto perché non ho alcun desiderio del trono e non me ne sento privato perché mi è stato negato. Senza pena o dubbi incorona Bharata e benedicilo. Allontana ogni patema, non piangere. Può l’oceano inaridirsi? Così possa anche tu non perdere mai il tuo equilibrio, grande padre. “Il mio solo desiderio è di portare a compimento la parola che avete dato. Se ottengo tutta la ricchezza del mondo, ma distorco la vostra parola, che gioia me ne verrebbe? Felicemente passerò il tempo nella foresta. Dove se non nella foresta si può trovare bellezza e gioia? Padre, voi siete il mio Dio. Considero che sia Dio ad avermi inviato nella selva. Quando i quattordici anni saranno terminati mi ve- drete di nuovo, non rattristatevi. Quale vantaggio c’è nel mio restare qui una notte di più e partire domani? Il tempo è fatto da una successione di domani e ogni giorno si assomiglia. Le pene inevitabili, con un rinvio, non diventano gioia.” “Bene, in questo caso manda a chiamare i comandanti,” disse il Re a Sumantra, “e ordina loro di preparare carri, elefanti, cavalli e fanti perché vadano con Rama nella foresta. E, con l’esercito, invia tutte la provviste necessarie affinché Rama possa vivere coi rishi della foresta. Che non manchi nulla in uomini, denaro o suppellettili necessarie.” Il povero Dasaratha immaginava di poter rendere l’esilio di Rama nella foresta simile a un viaggio reale, un piacevole cambiamento della routine del Palazzo, arricchito dallo scambio di cortesi ospitalità con gli abitanti della selva. Mentre parlava, il volto di Kaikeyi sbiancò di rabbia. Guardò torva il Re e con voce tremula di collera sprezzante disse: “Certamente siete un monarca buono e generoso! Darete a Bharata questo regno dopo averne spremuto tutto il meglio che contiene, come si potrebbe offrire per scherno un boccale vuoto ad un uomo che sta morendo di sete! Che piacere o gloria avrà mio figlio nel governare uno stato deserto?” Dasaratha gemette, confuso e mortificato e si stupì di fronte ad una crudeltà che poteva ferire un uomo già schiacciato da un peso intollerabile. Dalle bocche di coloro che li attorniavano sorsero parole di collera, perché anche i cortigiani trovarono questa aperta mancanza di cuore più grande di quanto potessero tollerare in silenzio. Rama mise fine a tutte le recriminazioni affermando che non avrebbe consentito a portare con sé parafernali incongrui con ciò che veniva inteso per vita della foresta. “Onorato Signore - disse - sto partendo per la foresta per vivere di ciò che questa fornisce, che necessità avrei di un esercito o di tutto l’equipaggiamento scintillante della pompa reale? Dopo avere rinunciato al trono di buon grado che necessità ho dei sui intralci? Non sarebbe un’assurda brama, dopo essersi separato dall’elefante, gravarsi con la sua ponderosa catena? Padre, ho volentieri abdicato il mio diritto al regno in favore di Bharata e di sua madre, e con questo tutti i diritti accessori della regalità. Per i miei quattordici anni di vita nella foresta non ho bisogno d’altro che della corteccia degli alberi per vestirmi, come è costume fra i rishi, e dei semplici strumenti della vita della foresta come vanghe e ceste.” Rama aveva a malapena terminato di pronunciare queste parole che la sfrontata Kaikeyi si precipitò ad esibire l’ab-bigliamento per la selva che aveva preparato essa stessa e lo diede di persona, senza vergognarsi, a Rama che senza indugio lo indossò. Anche Lakshamana indossò l’abito di corteccia, mentre Dasaratha osservava tutto questo in preda ad un’angoscia impotente. Kaikeyi portò un abito di corteccia anche per Sita. Ella lo ricevette e rimase perplessa perché prima di allora non aveva mai indossato nulla di simile e non sapeva come fare. Avvicinandosi a Rama, che stava là risplendente di divino fulgore, Sita chiese timidamente: “Per favore, come s’indossa?” Mentre Rama prendeva l’abito di corteccia e lo poneva sopra quello di seta di Sita fissandolo con un nodo sulla spalla, le dame di compagnia levarono alti gemiti e Dasaratha venne meno. Quando riprese conoscenza insultò ad alta voce Kaikeyi, ma ella rispose con un sorriso sprezzante. Non era certamente lei colpevole per la partenza di Sita nella foresta. La principessa andava in cerca della sua propria soddisfazione andando nella foresta con suo marito e non sarebbe stata dissuasa. Rama, abbassando gli occhi mentre stava per partire, disse: “Padre, lascio qui mia madre Kausalya, una donna irreprensibile e gentile di natura, privata del figlio nella vecchiaia. Questo fato improvviso è amaro come la morte per lei, ma acconsente a continuare a vivere solo per voi, per condividere il vostro dolore e consolarvi. È incapace di dare asilo a qualunque genere di pensiero scortese, verso chiunque, e non ha mai provato prima d’ora la fitta straziante causata da una simile separazione. Siate gentile con lei quando non sarò più qui e, quando ritornerò dal mio lungo esilio, nella speranza di porre il mio capo sui suoi piedi, non fatemi sentire che ella è morta di dolore.” Così parlò Rama incapace di sopportare il pensiero del dolore di sua madre e, mentre Rama così parlava, Dasaratha non poté sostenere più a lungo la scena e si coprì il volto con le mani.
|