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Il Ramayana (Puntate finora pubblicate su ‘domani’)
Vedi anche: Sri Aurobindo sul Ramayana
‘domani’ Febbraio 2008
Il Ramayana e il Mahabaratha sono i due grandi poemi epici della tradizione letterario-spirituale dell’India, e hanno contribuito a modellare il carattere del suo popolo; e se oggi l’India antica, con i suoi valori, rappresenta il modello spirituale che l’Occidente sta cercando di imitare, la sua conoscenza non può prescindere dalla lettura di questi due capolavori ineguagliati. Se uniamo insieme la bellezza e forza estetica di Omero, la visione poetica di Dante e l’introspezione psicologica di Shakespeare, ancora il confronto non può reggere. Perché alle opere di questi tre giganti dell’umanità manca ancora la capacità di proporre quel modello caratteriale, il superuomo ariano sulla terra, che personaggi come Arjuna e Yudishtira nel Mahabaratha, o Lakshmana e Baratha nel Ramayana rappresentano.O le corrispondenti figure femminili di, rispettivamente, Draupadi e Sita. E oltre a offrirci un modello di grandezza umana, maschile e femminile, entrambe le opere ci descrivono l’interazione diretta del Divino sul destino della terra e dei suoi abitanti attraverso le incarnazioni di Krishna nel Mahabaratha e di Rama nel Ramayana. Non a caso queste due opere sono state collocate da Sri Aurobindo alla sommità della produzione letteraria di tutti i tempi, e Rama e Krishna sono da lui visti come l’incarnazione rispettivamente delle possibilità mentale (mind)e sopramentale (overmind) nell’evoluzione terrestre. Il Ramayana originale del poeta Valmiki (e le successive aggiunte di altri autori nel corso dei secoli) consiste di versi sanskriti. ‘domani’ propone ai suoi lettori una fedele versione in prosa basata su varie fonti. (la Redazione di ‘domani’)
Introduzione
La tradizione afferma che Valmiki scrisse il Ramayana durante la vita stessa di Rama. Si racconta che il Santo Narada un mattino era andato a visitare Valmiki nel suo ashram. Dopo i benvenuti di rito, Valmiki gli chiese: “Oh Narada che tutto conosci, dimmi, tra gli eroi di questo mondo chi è il più grande per virtù e saggezza?” Sapendo, grazie ai suoi poteri super-naturali, perché Valmiki gli poneva questa domanda, Narada rispose: “Rama è l’Eroe di cui chiedi. Nato dalla dinastia Solare, egli ora governa ad Ayodhya.” Quindi Narada narrò in breve la storia di Rama e Valmiki ne rimase talmente colpito che anche dopo che Narada era partito, la sua mente ne era colma, e ad essa pensava mentre si recava al fiume Tamasa per le sue abluzioni mattutine. Mentre camminava lungo la riva del fiume vide su un albero due uccelli in amore che cantavano la loro gioia della vita. Improvvisamente l’uccello maschio cadde a terra, colpito dalla freccia di un cacciatore. La femmina, vedendo il suo amato rovinare a terra, si lamentò pietosamente. Nel vedere ciò, Valmiki fu colto da una grande collera e pronunciò una maledizione: “Oh cacciatore, poiché hai ucciso un inerme uccello nel momento dell’ amore, vagabonderai senza dimora per il resto dei tuoi giorni.” Ma un attimo dopo il saggio si riprese, chiedendosi come avesse potuto cedere alla collera: “Che diritto ho io di maledire il cacciatore? Come ho potuto soccombere alle emozioni?” Ma, ripetendo le parole della maledizione, il rishi si meravigliò del loro ritmo. Scoprì che la pietà aveva preso la forma di un bellissimo sloka, un verso poetico. Pensò che tutto questo fosse parte del misterioso lila, il gioco cosmico divino, ed entrò in meditazione. Nella meditazione gli apparve Brahma, che disse: “Non temere. Queste cose sono accadute perché tu iniziassi la storia di Rama. Dal dolore (soka) è emerso lo sloka, e in questa rima e ritmo la storia deve essere raccontata. Io ti darò la visione di tutto quanto è accaduto, ti mostrerò anche i caratteri che vedrai così chiaramente come fossero sul palmo della tua mano. E tu canterai ciò, con le mie benedizioni, a beneficio del mondo.” Poi Valmiki e i suoi discepoli ripeterono i versi ancora ed ancora, fissando con fermezza il modello nelle loro menti. Quindi Valmiki compose il Ramayana seguendo quel ritmo e lo insegnò ai suoi discepoli. Fu così che nacque il Ramayana di Valmiki, il racconto del Signore Rama e della sua consorte Sita, nati come mortali, vivendo il dolore degli uomini per stabilire sulla terra il dharma, la legge della condotta divina. E nei secoli, le parole di Brahma si rivelarono vere: “Finché le montagne si ergeranno e i fiumi scorreranno, il Ramayana sarà cantato dagli uomini e li salverà dal peccato.”
La Storia A nord del Gange si estendeva il grande regno di Kosala, reso fertile dal fiume Sarayu. Sua capitale era Ayodhya(1), costruita da Manu, l’illustre sovrano della dinastia Solare. Il regno era governato dal re Dasaratha. Egli aveva combattuto a fianco dei Deva e la sua fama si era sparsa nei tre mondi.(2) Eguagliava Indra, il re degli dèi, e Kubera (3). La gente di Kosala era felice, soddisfatta e virtuosa. Il regno era protetto da un forte esercito e nessun nemico avrebbe osato avvicinarsi. Fortini e fossati lo circondavano, come altre installazioni difensive, e, coerente al suo nome, che significa ‘la città che non può essere sottomessa dalla guerra, Ayodhya sfidava qualunque nemico. Dasaratha aveva otto valenti ministri, sempre pronti a consigliarlo e a eseguire i suoi ordini. Grandi saggi come Vasistha e Vamadeva e altri Bramini insegnavano il dharma ed eseguivano riti e sacrifici. Le tasse erano leggere e le punizioni dei crimini giuste e inflitte secondo le possibilità del trasgressore. Così sorretto dai migliori consiglieri e uomini di Stato, lo splendore del re riluceva ad ogni sorgere del sole. Molti anni passarono tranquilli, ma nel mezzo di tutta questa prosperità Dasaratha aveva un dispiacere: non aveva figli. Consultò i suoi maestri religiosi, e su loro consiglio chiamò il saggio Rishya-Sringa per celebrare uno yaga. Lo yaga era una grande, importante cerimonia sacrificale, e gli inviti includevano molti dei potenti re e principi dell’epoca. Non era cosa do poco realizzare uno yaga. Il luogo e la costruzione della piattaforma sacrificale doveva essere eseguita seguendo nei dettagli le regole prescritte ed era necessaria la presenza di esperti. Comportava la costruzione di un campeggio delle dimensioni di una città, capace di accomodare e intrattenere decine di migliaia di persone. Mentre i preparativi erano in corso, si svolgeva nei cieli una discussione tra gli dèi. I Deva si lamentavano con Brahma, il Dio Creatore, che il re dei demoni, Ravana, intossicato dal potere che lo stesso Brahma gli aveva conferito, stava causando loro indescrivibili miserie e difficoltà. Spiegavano a Brahma: “È oltre le nostre possibilità sottomettere, conquistare o uccidere Ravana. Protetto dai vostri doni, è diventato malvagio, insolente e maltratta chiunque, anche le donne. Il suo intento è di detronizzare Indra. Voi siete il solo nostro rifugio e sta a voi trovare un mezzo per uccidere Ravana e porre fine al suo dispotismo.” Brahma sapeva di aver concesso a Ravana, per i sacrifici da lui compiuti, il dono che il demone aveva tanto supplicato di ottenere: di essere invulnerabile e invincibile contro Deva, Asura e Gandharva e gli altri esseri dei mondi degli dèi e dei demoni. Era tale la sicurezza arrogante di Ravana che egli non si preoccupò di chiedere di essere protetto dal genere umano. Non appena Brahma rivelò ai Deva questa fatale omissione di Ravana, essi ne gioirono e si rivolsero a Vishnù, preservatore dei mondi e loro protettore. Prosternandosi davanti ad Hari (4) lo supplicarono di incarnarsi come uomo e di porre fine alle atrocità di Ravana. Vishnù fu d’accordo e promise di nascere come i quattro figli di Dasaratha, che proprio allora stava eseguendo la cerimonia per avere della progenie. Non appena il ghee, il burro sacrificale, fu versato e lingue di fuoco scaturirono dall’altare, da esse emerse una figura maestosa, risplendente come il sole di mezzodì, tenendo in mano una ciotola d’oro. Chiamando per nome il re Dasaratha, la figura disse: “I Deva sono contenti della cerimonia e vogliono soddisfare la vostra preghiera. Ecco un payasam(5) che gli dèi mandano per le vostre mogli. Sarete benedetto dalla nascita di figli se esse berranno questo nettare divino.” Con gioia incontenibile Dasaratha ricevette la ciotola come se stesse accogliendo un bambino e distribuì il payasam alle sue tre mogli, Kausalya, Sumitra e Kaikeyi, e quel che rimase fu dato ancora a Sumitra. Le mogli di Dasaratha erano felici, come mendicanti che avessero improvvisamente tra le mani un tesoro. Tutte e tre ora erano in attesa di diventare madri.
Il Saggio Viswamitra
Trascorso il tempo dovuto, nacquero i figli di Dasaratha. Rama da Kausalya e Baratha da Kaikeyi; Sumitra, che aveva bevuto il nettare due volte, diede alla luce due gemelli, Lakshama e Satrughna. Crescendo, ricevettero l’addestramento prescritto per dei principi. Rama e Lakshmana erano particolarmente uniti l’uno all’altro, e così Baratha e Satrughna. Dasaratha era felice nel vedere i suoi figli crescere forti, virtuosi, coraggiosi e amorevoli, tutte le migliori qualità di futuri regnanti. Un giorno che il re contemplava le esercitazioni dei suoi figli, fu annunciato l’arrivo del grande saggio Viswamitra. Viswamitra era temuto da tutti come il più potente tra i rishi.(6) L’arrivo era inaspettato e il re si affrettò a scendere dal trono avanzando di alcuni passi per ricevere col dovuto rispetto il temibile saggio. Viswamitra era stato re e aveva raggiunto la santità sottoponendosi a terribili austerità. Molto tempo addietro aveva dato una dimostrazione dei suoi poteri spirituali cominciando la creazione di un altro universo che rivaleggiava con quello di Bramha. Era già arrivato al punto di creare una nuova costellazione quando fu fermato dalle suppliche degli dèi allarmati. Si comprende quindi come Dasaratha ricevesse Vishvamitra come fosse Indra stesso e toccandogli i piedi in segno di rispetto gli chiese: “Sono invero benedetto tra gli uomini. Il vostro arrivo può solo essere dovuto al merito dei miei antenati. Come il sole del mattino che disperde le tenebre della notte, la vostra presenza porta luce ai miei occhi. Il mio cuore è colmo di gioia. Nato re, siete divenuto, attraverso le austerità, un Bramha Rishi. E voi in persona siete ora qui alla mia dimora. Qualunque cosa in mio potere io possa fare per voi, chiedetelo e obbedirò.” Viswamitra era estremamente felice di udire queste parole di Darasatha, e il suo viso si illuminò. Disse: “Oh re, le tue parole sono degne di te. Nato dalla discendenza di Ikshvaku, con Vasistha come guru, cos’altro avresti potuto dire? Hai detto ‘sì’ ancor prima della mia richiesta. Questo colma il mio cuore di gioia.” E cominciò a spiegare lo scopo della sua visita. Viswamitra disse: “Sto compiendo un rito sacrificale; ma non appena sono vicino al completamento, due potenti demoni Rakshasa(7), Marika e Subahu lo inquinano. Versano sangue impuro e carne contaminata sul fuoco dell’altare. Potrei maledirli e distruggerli, ma sarebbe un grande spreco dell’ energia acquisita con le austerità. Il problema avrà fine se mi affidi Rama, il primo dei tuoi figli battaglieri. Con me, la sua grandezza principesca si accrescerà. Sicuramente egli sconfiggerà questi Rakshasa e il suo nome acquisterà fama. “Affidami Rama per pochi giorni soltanto. Non respingere la mia richiesta. Adempi la promessa che mi hai fatto con spontaneità. Dell’ incolumità di Rama, non essere ansioso. Avrai gloria eterna nei tre mondi.Vasistha e gli altri tuoi Ministri saranno d’accordo con quanto ti dico.” Dasaratha tremò per la paura e l’ansia. Era di fronte a una dura scelta: lasciare che il suo amato figlio fosse ucciso dai rakshasa o altrimenti incorrere nella terribile ira di Viswamitra. Per qualche tempo Dasaratha rimase senza parole, stordito e sconcertato. Ripresosi dallo shock, cominciò a pregare il saggio di desistere dalla richiesta. Disse: “Rama non ha ancora sedici anni, come può battersi contro i rakshasa? Che senso può avere mandarlo con voi? Che cosa conosce degli ingannatori rakshasa? Non è giusto che mi domandiate di mandare un semplice ragazzo a combatterli. Io sono qui, e il mio esercito è pronto a mettersi in marcia. Come può un ragazzetto proteggere voi e il vostro yaga? Ditemi tutto dei vostri nemici. Io verrò con voi alla testa del mio esercito ubbidendo ai vostri ordini e servendo i vostri bisogni. Ditemi tutto di questi dissacratori.” Vishvamitra descrisse Marika e Subahu, e il loro signore Ravana. E ancora domandò che Rama fosse mandato con lui. Dasaratha insistette nel rifiuto. “Separarmi da Rama sarebbe per me la morte. Io verrò con voi, io ed il mio esercito. Il compito è arduo anche per me. Come potrebbe quindi mio figlio essere all’altezza? In verità, non posso mandarlo. Se siete d’accordo, sono pronto con il mio esercito.” Il tentativo di Dasaratha di rimangiarsi la sua affrettata promessa, mandò in collera Viswamitra. Le suppliche e i ragionamenti del re erano come olio versato sul fuoco della sua ira. “Questa condotta non è degna del vostro lignaggio - disse il saggio – ditemi se è questa la vostra parola finale. Me ne tornerò per il cammino da cui son venuto. Che possiate vivere a lungo circondato da parenti e amici dopo aver deviato dal passo della verità!” La terra tremò e gli dèi ebbero paura delle conseguenze della collera del saggio. Vasistha si rivolse al re e parlò con delicata gentilezza: “Solo sventura può venire, o re, dalla promessa non mantenuta. Nato dalla dinastia Ikshvaku, non potete farlo. Dopo aver detto una volta ‘sì lo faro’, non avete altra scelta che farlo. Altrimenti, perderete i meriti acquisiti con le vostre grandi imprese e raggiungimenti. Mandate Rama col saggio, e mandate anche Lakshmana. Non dovete avere nessun timore per la loro sicurezza. Se protetti da Viswamitra, nessun rakshasa può far loro del male. Come il nettare degli dèi è preservato dal cerchio di fuoco, così sarà Rama protetto dal potere di Viswamitra. Egli è tapas(8) in forma umana. Coraggioso tra i coraggiosi e saggio tra i saggi, egli è il signore di tutte le armi. Nei tre mondi non c’è, e mai ci sarà, un eguale a lui per valore marziale e spirituale. Come re, ottenne dagli dèi la padronanza su tutte le armi. Egli può vedere il passato, il presente e il futuro. Perché quindi chiede del principe?, dovreste chiedervi. Potrebbe benissimo lui stesso occuparsi del suo yaga; ma è per il bene di vostro figlio che è venuto qui e sembra cercare il vostro aiuto. Non esitate. Mandate vostro figlio con lui.” Ascoltando il saggio Vasistha, Dasaratha vide le cose con chiarezza e cambiò idea sulla partenza di Rama e Lakshmana. I due principi furono quindi portati in presenza del saggio. Il re, le regine madri e Vasistha li benedirono e li mandarono con Viswamitra. Spirava una piacevole brezza e gli déi del Cielo riversarono fiori sulla terra. Suoni di buon auspicio si udirono. L’arco in mano, i due ragazzi avanzavano con orgoglio ognuno a un fianco del saggio. I due splendidi principi andavano verso la loro prima avventura protetti da un grande rishi che era anche stato un valoroso guerriero, un maestro capace di creare nuovi mondi; accanto a lui, il capo eretto, i due alunni principeschi nati per porre fine alla razza dei demoni rakshasa. Con le spade della vittoria al loro fianco, gli archi e le faretre sulle forti spalle, avanzavano come un cobra dalle tre teste col cappuccio rigonfio.
NOTE 1. La città di Ayodhya esiste tuttora ed è fonte di una sanguinosa disputa fra Indù e Musulmani. I primi sostengono che un tempio musulmano era stato costruito sui resti di un più antico tempio indù dedicato a Rama, e su questa base anni fa alcune migliaia di fanatici indù lo avevano distrutto, nonostante il divieto della Corte Suprema indiana; l’intenzione era di riedificare l’antico tempio di Rama. L’intervento dell’esercito ha bloccato ulteriori iniziative e da allora pattuglia la zona, ma la disputa è irrisolta e rappresenta una continua fonte di tensione e di azioni violente, sovente con gravi conseguenze, tra la comunità indù, maggioritaria, e i musulmani d’India. 2. I tre mondi: degli Dèi, dei Demoni e degli Uomini. 3. Il dio della salute. 4. Altro nome di Vishnu. 5. Una bevanda dolce fatta di latte e riso. 6. Rishi: antichi saggi, scopritori e detentori della Conoscenza, che essi hanno trasmesso in forma ermetica e simbolica negli Inni dei Veda. I loro poteri uguagliavano e talvolta superavano quelli degli déi. 7. Rakshasa: demoni del mondo vitale. 8. Tapas: l’energia che viene dal compimento di grandi sacrifici e austerità.
‘domani’ Maggio 2008
Rama Uccide i Mostri
Viswamitra e i due principi passarono la notte sulle rive del fiume Sarayu. Prima di ritirarsi Viswamitra diede a Rama e Lakshmana l’iniziazione a due mantra segreti, Bala e Atibala, che avevano il potere di proteggerli dalla fatica e dai pericoli. Quella notte dormirono sulle rive verdeggianti del fiume e al risveglio ripresero il cammino. Raggiunsero l’ashram di Kama, ad Anga Desa. Dopo avere introdotto i principi al rishi, Vishwamitra raccontò loro la storia dell’ashram. “Questo - disse – è il luogo dove il Signore Siva dimorò a lungo praticando severe austerità. Fu qui che il folle dio dell’amore, Kama, diresse le sue frecce contro Siva per tentarlo e fu dal suo furore ridotto in cenere. È per questo che il posto è chiamato Kamaashram.” Quella notte furono ospiti del rishi e il mattino seguente, dopo la celebrazione dei riti, il saggio e i due allievi ripresero il cammino per raggiungere il Gange. Attraversarono il fiume su una zattera che li attendeva. Nel mezzo della corrente i principi udirono un rumore e domandarono a Viswamitra di cosa si trattasse. Era il suono del fiume Sarayu che si riversava nel Gange. I principi resero un silenzioso omaggio alla confluenza dei due fiumi sacri. Un fiume o una collina, un albero o una nuvola, davvero qualunque oggetto di bellezza eleva alla contemplazione dell’ Essere Supremo, alla silenziosa adorazione di Quello. In particolare, i fiumi sacri, i templi o le immagini che per generazioni sono stati oggetto di devozione e preghiera, posseggono questo potere a un grado speciale, in virtù dei sacri pensieri di cui sono stati testimoni e di cui si sono impregnati, come i tessuti assorbono e ritengono i profumi. Dopo aver attraversato il Gange, Viswamitra e i principi penetrarono in una densa foresta, aprendosi a fatica il cammino inseguiti da temibili rumori di animali selvaggi. “Questa – disse Viswamitra – è la foresta di Dandaka. Quella che ora è una selva ardua da penetrare, era una volta un popolato paese. Accadde, molto tempo fa, che Indra fu contaminato dal peccato, avendo egli ucciso con l’inganno il demone Vritra. Per questo dovette esiliarsi dal mondo dei Deva. Ma i Deva stessi si assunsero il compito di purificare i peccati del loro re. Raccolsero le acque dei fiumi sacri e con queste lo lavarono recitando dei mantra. Le acque che purificarono Indra si riversarono sulla terra rendendo il suolo estremamente fertile. A lungo la gente visse felice fino a quando Tataka - la moglie di Sunda, uno Yaksha(1) – e suo figlio Marika vi portarono lo scompiglio e trasformarono tutto ciò nella giungla selvaggia che ora è. Vivono ancora in questa foresta, e nessuno osa entrare per timore di Tataka. Ha una forza eguale a un’orda di elefanti. Vi ho portati qui per liberare la foresta da questo grande nemico. Non c’è alcun dubbio che questo mostro, fonte di miserie per i saggi rishi che vivono nella foresta, sarà da voi distrutto.” Rama, che ascoltava attentamente tutto quanto veniva detto, domandò al saggio: “Dici che è uno Yaksha. Non ho mai udito che gli Yaksha siano particolarmente forti. Inoltre, come mai una donna possiede tanta forza?” Viswamitra rispose: “Stai ponendo una domanda molto pertinente. La sua forza deriva da un dono concessole da Brahma. Viveva una volta uno Yaksha di nome Suketu. Non avendo progenie si sottopose ad austerità ottenendo l’intervento di Brahma che gli disse: “Avrai una figlia bellissima e forte, ma non avrai figli.” La figlia di Suketu, bella e forte, andò in sposa a Sunda, uno Yaksha, ed ebbero un figlio, Marika. Ma Sunda provocò il saggio Agasthya, e fu ucciso dalla sua maledizione. Tataka e Marika si scagliarono contro Agasthya, che li maledì a vivere come mostri che si cibano di carcasse umane. Per questo Tataka era ora un essere orrendo. “Da allora, Tataka e Marika hanno tormentato gli abitanti di questa regione di Agastya. Non esitate a distruggerla pensando che sia contro il dharma di uno Kshatrya(2) uccidere una donna. Le atrocità da lei commesse sono intollerabili. Punire il malvagio, uomo o donna, è il dovere dei Re. È giusto ucciderla, come si uccide un animale selvaggio per la salvezza degli uomini. È questo un dovere che incombe sui governanti. Molte donne sono state punite con la morte per i loro crimini. Dunque, non esitate.” Rama disse a Viswamitra: “L’ordine di nostro padre è di ubbidirvi senza porre domande. Comandati da voi e per il bene di tutti uccideremo Tataka.” Così dicendo, tese l’arco e il rumore della corda percossa risuonò per la foresta, terrorizzando gli animali selvaggi che si dispersero in tutte le direzioni. La vibrazione raggiunse veloce Tataka, colmandola di stupore per l’audacia dell’intruso che osava entrare nel suo dominio. Infuriata, corse nella direzione del suono e si scagliò contro Rama. Cominciò la battaglia. Il principe dapprima pensò di recidere gli arti del mostro e di risparmiargli la vita. Ma Tataka attaccò con ferocia e innalzandosi verso il cielo riversò una pioggia di pietre su Rama e Lakshmana. I due principi respinsero l’attacco. La battaglia si dilungava e Viswamitra mise in guardia Rama contro l’indugio nell’uccidere il mostro. “Non merita nessuna pietà – disse – il sole sta tramontando, ricorda che di notte la forza dei rakshasa cresce. Non aspettare, uccidila.” Così consigliato, Rama decise di uccidere Tataka; le perforò il petto con una freccia mortale e l’enorme, orrendo mostro stramazzò a terra senza vita. I Deva acclamarono e Viswamitra, colmo di gioia, abbracciò Rama e lo benedì. Con la fine di Tataka, la foresta era libera dalla maledizione e ritornò rigogliosa come prima. I principi vi passarono la notte e il mattino seguente si diressero verso l’ashram di Viswamitra. All’alba del giorno seguente, Viswamitra chiamò Rama vicino a sé e lo benedì dicendo: “Sono invero molto felice. Voglio ricompensarti per tutto quel che hai fatto. Ti insegnerò l’uso di tutti gli astra.(3) Così dicendo, Viswamitra diede a Ramachandra i divini astra che egli aveva ottenuto praticando terribili austerità e gli insegnò come usarli, controllarli e richiamarne il potere. Rama a sua volta impartì le stesse istruzioni a Lakshmana. Lungo il cammino, Rama scorse una grande collina con un’incantevole foresta lungo i pendii e domandò: “È quello il luogo dove stiamo andando? Chi sono quei malvagi che impediscono i vostri riti? Cosa devo fare per distruggerli?” Ramachandra era ansioso di combattere e meritare le benedizioni del saggio. “Quello è il luogo dove andiamo – rispose Viswamitra - Lì, il Signore Narayana(4) si era dedicato a pratiche austere ed è lì che nacque come Vamana. Il nome è Siddhaashram. E cominciò a raccontarne la storia: “Mahabali, figlio di Virochana e nipote di Prahlada, il buon asura(5), era un sovrano talmente potente che di lui anche i Deva avevano timore. Grazie alle sue imprese, Mahabali aveva acquisito i poteri di Indra stesso. “Kashyapa e la sua sposa Aditi, da cui tutti gli dèi erano scaturiti, si rivolsero a Vishnù pregandolo di incarnarsi come loro figlio per proteggere Indra e i Deva da Mahabali. In risposta alle loro preghiere, Vishnù nacque da Aditi come Vamana. “Vamana, nell’aspetto di un giovane bramino, andò allo yaga che Mahabali stava compiendo e dove tutti erano invitati a chiedere e ottenere qualunque cosa volessero. Quando Vamana si presentò come richiedente, il guru di Mahabali, Sukra, che era anche il precettore di tutti gli asura, e che sapeva chi Vamana in realtà fosse, mise in guardia Mahabali consigliandogli di non soddisfare la richie- sta del giovane, perché in realtà altri non era che lo stesso Hari venuto a distruggerlo. “Mahabali non lo volle ascoltare. Era un principio per lui non lasciare insoddisfatta nessuna richiesta. Inoltre, era nel suo cuore un devoto del Signore, e si sentì benedetto dalla possibilità che il Signore accettasse da lui un regalo. Con un sorriso, Mahabali pregò il giovane bramino di chiedere quel che volesse. ‘Tutto ciò che possiedo è a vostra disposizione - disse - denaro, gioielli, la vasta terra e tutto ciò che contiene.’ “Vamana rispose che le ricchezze non lo interessavano, e tutto ciò che chiedeva era il terreno che avrebbe potuto coprire con tre dei suoi passi. “Il monarca sorrise osservando le minute gambe del giovane bramino e disse: ‘Che così sia, misura e prendi.’ Il piccolo bramino crebbe improvvisamente in statura e con un passo coprì tutta la terra e con un secondo i cieli interi. E poiché non c’era più spazio per il terzo passo, pose il piede sul capo devoto di Mahabali. Agli occhi di Dio, la testa di un bhakta(6) è grande come la terra e i cieli. E Mahabali, il cui capo fu benedetto dal tocco del piede di Narayana, divenne uno dei sette immortali del mondo.” Dopo aver narrato la storia di Mahabali, Viswamitra aggiunse: “Questo è il luogo dove Narayana prima e Kashyapa poi hanno praticato le loro austerità, risultanti nell’incarnazione di Dio come Vamana. In questo santo luogo io vivo. E qui i rakshasa vengono ed ostacolano la nostra adorazione e le nostre cerimonie. Il tuo arrivo qui è per porre fine a queste malvagità.” “Così sia”, disse Rama. L’arrivo di Viswamitra e dei due principi fu occasione di festa nell’ashram; i rishi offrirono acqua e frutta come d’uso. Rama disse a Viswamitra che poteva cominciare subito i preparativi del suo yaga e Viswamitra prese i voti quella notte stessa. Svegliandosi molto presto il mattino seguente, i principi andarono da Viswamitra e domandarono quando egli si aspettava l’arrivo dei rakshasa, così che si tenessero pronti a riceverli. Viswamitra era vincolato dal voto del silenzio e non potè rispondere, ma i rishi e i discepoli dissero ai principi che dovevano rimanere vigili per sei giorni e sei notti stando a guardia del luogo del sacrificio. I principi, debitamente armati, vigilarono per sei giorni e sei notti. Il mattino del sesto giorno Rama disse a Lakshmana: “Fratello, è il momento dell'arrivo del nemico. Stiamo all’erta.” Proprio mentre pronunciava queste parole, alte fiamme eruppero dal fuoco sacrificale. Agni, il dio del fuoco, sapeva che i rakshasa erano arrivati. Mentre i riti venivano eseguiti, si udì dal cielo un gran boato. Rama guardò in alto e vide Marika e Subahu col loro seguito che si preparavano a riversare sostanze impure sul fuoco sacrificale. L’esercito dei rakshasa copriva il cielo come una grande nuvola nera. Rama disse: “Guarda, Lahshmana” e scoccò il Manavaastra a Marika. Così come previsto, l’arma celestiale non uccise Marika, ma avvolgendolo con forza irresistibile lo scagliò a cento yojana(7) vicino al mare. Con l’Agneyaastra Rama uccise Subahu; quindi, i due principi distrussero l’intero esercito di rakshasa. Il cielo splendeva nuovamente radioso. Viswamitra era supremamente felice al compimento del suo yaga. “Sono grato al re Dasaratha, - disse - avete mantenuto la vostra promessa, principi. Ammiro la vostra fermezza. Questo ashram, grazie a voi, è di nuovo un luogo di siddha, di realizzazioni spirituali.” Il giorno dopo, Rama e Lakshmana, dopo le loro preghiere mattutine, andarono da Viswamitra per ricevere nuovi ordini. Lo scopo della nascita di Rama non era sconosciuto al saggio Viswamitra. E conosceva anche i poteri delle armi date a Rama. Eppure, i fatti reali, quando si verificano, vanno talvolta oltre le aspettative. Il saggio Viswamitra era felice oltre misura, e il suo viso risplendeva come fiamma. Pensò quindi al favore che doveva ancora rendere a Rama. Era il matrimonio del principe con Sita. I rishi riuniti in assemblea dissero a Rama: “È nostra intenzione procede per il regno di Videha dove, nella capitale Mithila, Janaka, l’illustre re filosofo, intende celebrare un grande sacrificio. “Stiamo tutti andando là e sarebbe bene che anche voi e il principe vostro fratello veniate con noi. È opportuno e appropriato che il principe di Ayodhya veda il meraviglioso arco della corte di Janaka.” Così fu deciso, e Rama e Lakshmana andarono con Viswamitra nella città del re Janaka.
NOTE 1. Yaksha: una categoria di esseri celestiali. 2. Kshatrya: la casta guerriera, cui Rama e Laxshnana appartenevano. 3. Astra: armi celestiali di enorme potere, che proviene dalla forza delle invocazioni con cui sono caricate. 4. Narayana: altro nome di Vishnù. 5. Asura: demoni del mondo mentale, nemici dei Deva. 6. Baktha: Devoto di Dio attraverso l’adorazione. 7. Yojana: misura che corrisponde a circa 15 chilometri.
‘domani’ Agosto 2008
Sita
Janaka, re di Mithila, era un regnante ideale e grande amico di Dasaratha. Quando Dasaratha organizzò lo yaga per la sua progenie, invitò Janaka inviandogli non un semplice messaggero ma i suoi ministri. Janaka non era soltanto un valoroso condottiero, era anche versato nei Veda. Krishna lo cita nella Bhagavad Gita come un esempio di Karma Yogi. Egli era quindi un degno padre per Sita, che altri non era se non la consorte stessa di Vishnu, venuta sulla terra in forma umana. Quando Janaka ancora non aveva figli, pensò di organizzare uno yaga allo scopo di ottenerne, ed egli stesso cominciò a pulire e livellare il luogo destinato al rito. Ciò facendo trovò tra gli arbusti un’ infante divinamente bella. Janaka accettò la bimba come un regalo della Madre Terra. Prendendola in braccio andò dall’ amata moglie e le disse: “Ecco un tesoro per noi. Ho trovato questa bimba sul luogo dello yaga e ne faremo la nostra figlia.” E la moglie gioiosamente acconsentì. Gli occhi mortali non possono vedere la bellezza della dea Terra nella sua interezza, ma ne colgono qualche bagliore quando ammirano con gratitudine nel cuore il verde smeraldo della nuova primavera o i riflessi dorati dei campi autunnali, o con stupita reverenza e adorazione guardano le montagne, le valli, i fiumi e gli oceani. Tale era la divina bellezza di Sita, che gettava nell’ombra la stessa Lakshmi quando emerse dall’oceano di latte che déi e demoni avevano sbattuto per ottenere dalla panna il nettare dell’immortalità. E tale divino splendore fu allevato da Janaka e dalla sua diletta consorte. Quando Sita raggiunse l’età del matrimonio, Janaka era triste, perché avrebbe dovuto separarsi da lei. Ma per quanto cercasse, non trovò un principe degno di lei. Molti re vennero a Mithila chiedendo la mano di Sita, ma, agli occhi di Janaka, nessuno ne era sufficientemente degno. Il re pensò con ansia al problema e arrivò ad una decisione. Molto tempo prima, compiaciuto da uno yaga eseguito da Janaka, il dio degli oceani, Varuna, gli aveva regalato l’arco di Rudra(1) con due frecce. Era un antico arco celestiale che nessun uomo comune poteva anche soltan-to spostare. Lo conser-vava come un onorato cimelio di famiglia. Janaka emise un proclama: “Sita, mia figlia, sarà data in sposa al principe che saprà sollevare, piegare e tendere la corda dell’arco di Siva che Veruna mi ha donato.” Molti prin-cipi che avevano saputo della bellezza di Sita andarono a Mathila, ma tornarono delusi: nessuno riuscì a sod-disfare le condizioni imposte. Nel frattem-po, guidati da Viswamitra, i Rishi del Siddhaashram stavano procedendo verso Mithila, con carri trainati da buoi che portavano i loro bagagli. Anche gli animali e gli uccelli dell’ ashram avrebbero voluto seguire il corteo, ma Viswamitra con gentilezza intimò loro di desistere. Era sera quando raggiunsero il fiume Sona. Lì, riposarono per la notte. Al mattino, continuarono il viaggio attraversando un fiume non molto profondo e a mezzogiorno arrivarono sulle rive del Gange. Si bagnarono nelle acque sacre e improvvisarono un ashram per eseguire i riti in un luogo tanto propizio. Proseguendo il cammino, arrivarono in un bellissimo ashram, che tuttavia appariva deserto. Rama domandò a Viswamitra: “Di chi è questo ashram con alberi tanto antichi? Perché un luogo così incantevole è deserto? ” Viswamitra rispose: “Questo ashram è sotto un incantesimo. Qui viveva il saggio Gautama con la moglie Ahalya, passando il tempo nella pace e nella meditazione. Un giorno, durante l’assenza del saggio, Indra, il re degli déi, spinto da uno scellerato desiderio per la bella Ahalya, entrò nell’eremo assumendo le sembianze di Gautama e avvicinò la donna con urgente sollecitazione. Ahalya non fu ingannata dal camuffamento, ma la vanità per la sua bellezza e l’orgoglio di aver conquistato l’amore del signore dei celesti, le fece perdere il senso del giusto e cedette al desiderio di Indra. “Consumata la trasgressione, rendendosi conto della sua efferatezza e del potere spirituale del proprio consorte tradito, Ahalya ammonì Indra del terribile pericolo e lo pregò di fuggire subito. “Indra se la stava svignando in preda a panico colpevole quando, per sua sfortuna, quasi si scontrò con il Rishi che proprio in quel momento tornava dalle abluzioni, indossando indumenti bagnati e irradiando lustro spirituale. Pretendere ciò che non era si rivelò impossibile di fronte al saggio che tutto vede e Indra si prosternò supplice ai piedi di Gautama, affidandosi alla sua clemenza. Il saggio lo squadrò con ira e disgusto e lo maledì: ‘bestia libidinosa che tu sei, morto a tutte le verità della giustizia, da ora sarai privato della tua virilità’. “All’istante Indra divenne un eunuco e ritornò dagli déi colmo di ignominiosa vergogna. Poi il saggio si rivolse alla moglie che aveva errato e le prescrisse una lunga penitenza. Disse: ‘Rimarrai qui, non vista da alcuno, cibandoti di aria. Dopo molto tempo, passerà di qui il figlio di Dasaratha. Nel momento in cui egli entrerà in questo ashram, recupererai la virtù perduta e la tua bellezza.’ “Quindi il saggio lasciò l’ashram ormai contaminato per ritirarsi sull’Himalaya e lì continuare la pratica delle sue austerità.” (2) Viswamitra disse a Rama: “Entriamo nell’ashram. Redimerai Ahalya e riaccenderai in lei la luce come promesso dal saggio.” Ed essi entrarono nell’ashram. Non appena Rama vi posò il piede, la maledizione svanì e Ahalya si presentò di fronte a loro in tutta la sua bellezza. Dopo aver giaciuto nascosta da foglie e rampicanti per tanti anni, ora ella risplendeva alla presenza di Rama come una luna che emerge dalle nuvole, come una fiamma che prorompe dal fumo, come il riflesso del sole in acque increspate. Rama e Lakshmana toccarono i piedi della moglie del saggio purificata dalla penitenza. Lei diede il benvenuto ai divini principi seguendo tutti i riti prescritti dall’ospitalità. Una cascata di fiori discese dal cielo mentre Ahilya, purificata dall’errore, risplendeva come una dea. Nello stesso istante Gautama ritornava all’ashram con rinnovato affetto per la sua consorte pentita e purificata.
Rama conquista la mano di Sita
Tutti i preparativi per lo yaga di Janaka erano stati predisposti e molti rishi e bramini erano venuti da vari regni. Viswamitra e i principi furono degnamente ricevuti. Il precettore di Janaka, Satananda, fu il primo a onorarli, poi seguì Janaka. Il re disse al saggio: “Sono davvero benedetto se tu partecipi al mio yaga.” Poi, indicando Rama e Lakshmana: “Chi sono questi giovani simili a dèi che si assomigliano l’un l’altro e portano le armi con l’agio di guerrieri stagionati?” Viswamitra disse che si trattava dei figli di Dasaratha e gli narrò come avessero protetto il suo yaga e distrutto i rakshahsa. “Sono ora qui - continuò il saggio – per vedere, se è loro permesso, il grande arco di Rudra nel tuo palazzo.” Janaka capì il significato delle parole di Viswamitra e ne rigioì. Il re disse: “Il principe è benvenuto a vedere l’arco. Se potrà tenderne la corda, vincerà la mano di mia figlia. Molti sono i principi che hanno tentato e sono tornati indietro, incapaci perfino di spostare l’arma. Sarò veramente felice se il principe riesce dove così tanti hanno fallito e poter concedere a lui la mano di Sita.” Quindi Janaka ordinò ai suoi uomini di portare l’arco, che era tenuto al sicuro in una custodia di ferro. Fu portato su un carro a otto ruote e trascinato come fosse l'altare di un festival sacro. “Ecco – disse Janaka – l’arco di Rudra, venerato da me e dai miei antenati. Che Rama lo veda.” Dopo aver ottenuto il permesso di Viswamitra e del re, Rama si avvicinò alla custodia, mentre tutti gli occhi erano fissi su di lui in ansiosa aspettativa. Rama sollevò l’arco senza sforzo, come fosse una ghirlanda di fiori, e fermato a terra un lato con la punta del piede, fissò la corda, che poi tese con tale irresistibile forza che l’arco si spezzò risuonando con il fragore di un tuono. E cadde dai cieli una pioggia di fiori. Janaka proclamò: “La mia adorata figlia andrà in sposa a questo principe.” Veloci messaggeri furono inviati a Ayodhya per portare la notizia a Dasaratha e pregarlo di venire a Mithila. I messaggeri di Janaka raggiunsero Ayodhya in tre giorni. Arrivati al cospetto del re Dasaratha, seduto sul trono, pari ad Indra, gli dissero: “Il saggio Viswamitra e il re Janaka vi mandano felici notizie. Vostro figlio ha conquistato la mano della principessa Sita superando le prove prescritte. Non solo egli ha teso la corda di un arco che altri non hanno neppure saputo sollevare, ma ne ha anche piegato l’orgoglio spezzandolo. Il re Janaka attende con ansiosa impazienza il vostro grazioso assenso al matrimonio, così come la vostra presenza e le benedizioni per i festeggiamenti. Vogliate quindi partire per Mithila con il vostro seguito.” Dasaratha, che aveva lasciato andare Laxshmana e Rama con il cuore non certo privo di ansietà, anche dopo le rassicurazioni di Viswamitra, ebbe un fremito di gioia nell’udire le buone notizie. Disse ai Ministri di prepararsi per il viaggio e partì il giorno dopo per la capitale del regno di Janaka. Dasaratha e il suo seguito raggiunsero Mithila, dove furono accolti con grande entusiasmo. Terminato lo scambio di cortesie, Janaka disse a Dasaratha: “Lo yaga sarà presto concluso. Penso sia opportuno celebrare il matrimonio subito dopo”, e così dicendo chiese la sua approvazione. Dasaratha rispose: “Tu sei il padre della sposa e sta a te decidere come preferisci.” Al giorno e all’ora stabiliti, portando all’altare la sposa, il re Janaka disse a Rama: “Ecco mia figlia Sita, che percorrerà assieme a te il cammino del dharma. Prendi la sua mano nella tua. Benedetta e devota, ella rimarrà al tuo fianco come la tua stessa ombra”: Questa frase è ancora oggi recitata in India ad ogni matrimonio nel momento in cui la sposa viene offerta alla nuova famiglia. Così gli Eterni Amanti furono di nuovo uniti. E la loro gioia era quella degli amanti che tornano insieme dopo una lunga separazione.
Parasurama
Dopo aver felicemente ricondotto ad Ayodhya i principi che gli erano stati affidati, e dopo avere partecipato alla cerimonia del matrimonio, Viswamitra si congedò dai due re e ritornò sulle montagne dell’Himalaya. Viswamitra non comparirà più nel Ramayana, ma egli rappresenta la grande pietra miliare della storia. Il re Dasaratha ritornò ad Ayodhya, assieme al suo seguito. Lungo il cammino si imbatterono in cattivi presagi e un ansioso Dasaratha interpellò il proprio sacerdote Vasishtha sul loro significato. Questi rispose che non c’era ragione di allarmarsi, perché se gli uccelli in cielo annunciavano difficoltà, gli animali in terra promettevano un felice esito. Mentre Dasaratha e Vasishtha così conversavano, scoppiò una violenta tempesta; alberi furono sradicati, la terra tremò e nuvole di polvere si sollevarono oscurando il sole e precipitando ogni cosa nell’oscurità. Presto conobbero la ragione di questi fenomeni. Là, davanti a loro, si ergeva la paurosa immagine di Parasurama, il nemico giurato degli Kshatrya, la casta guerriera di cui i re erano parte.(3) Egli aveva un arco a tracolla e sull’altra spalla un’ascia da guerra; una freccia nella mano splendeva come il lampo. Dall’apparenza terribile, coi lunghi capelli scompigliati raccolti sulla testa, pareva Rudra esultante dopo la distruzione di Tripura. Il suo viso splendeva come fiamma. Egli, figlio del Saggio Jamadagni, seminava terrore tra gli Kshatrya, molte generazioni dei quali aveva distrutto. Ovunque andasse, era preceduto da tempesta e terremoto, e la razza Kshatrya tremava di paura. I Bramini al seguito si dicevano l’un l’altro: “Poiché suo padre fu ucciso da un re, Parasurama ha giurato di distruggere la razza Kshatrya. Osavamo sperare che la sua ira vendicativa fosse stata placata dal sangue degli innumerevoli re da lui trucidati. Ha di nuovo cominciato una nuova, crudele campagna?” Ciò malgrado, gli diedero il benvenuto, dopo di che Parasurama si rivolse a Rama: “Figlio di Dasaratha, ho udito delle tue prodezze. Sono stato sorpreso di sapere che hai piegato l’arco di Rudra e che nel tenderne la corda lo hai spezzato. Ecco il mio arco, uguale in tutti gli aspetti a quello che hai spezzato. È l’arco di Vishnu, affidato a mio padre. Se saprai tendere quest’arco, sarai degno della mia sfida.” Dasaratha si allarmò alla piega degli eventi e pregò che a suo figlio fosse risparmiata la prova. Disse a Parasurama: “Tu sei un Bramino. Abbiamo udito che, saziato dalla tua vendetta, eri ritornato alla pratica delle austerità proprie del tuo ordine, dopo il voto che avevi fatto a Indra di rinunciare alla terra dopo averla conquistata. È bene che tu non rompa ora il tuo voto, cercando di ferire un principe in giovane età che non ti ha fatto nulla di male, e che è a noi più caro della vita.” Parasurama lo ascoltò senza batter ciglio, senza neppure guardarlo, e si rivolse direttamente a Rama, come se gli altri non esistessero: “Viswakarma aveva originariamente fatto due archi uguali. Uno fu dato a Rudra e l’altro a Vishnu. Questo è quello dato a Vishnu. L’arco che si dice tu abbia spezzato è quello di Siva. Vedi se riesci a tendere questo arco di Vishnu; e se così farai, sarà la prova della tua destrezza e forza e ti concederò l’onore di batterti contro di me.” Parasurama disse questo con voce forte e arrogante. Rama gli rispose cortesemente, ma in tono fermo: “Figlio di Jamadagni! Sei vendicativo perché tuo padre è stato ucciso da un re. Non ti biasimo per questo. Ma non puoi umiliarmi come hai fatto con gli altri. Per favore, dammi il tuo arco.” Così dicendo, prese l’arco e la freccia da Parasurama. Incoccò la freccia e tese la corda e rivolgendosi a Parasurama disse con un sorriso: “Questa potente freccia di Vaishnava posta sulla corda non può essere impunemente ritirata. Deve distruggere qualcosa. Dimmi, distruggerà la tua capacità motoria o vuoi piuttosto che consumi i frutti delle tue austerità?” Nel momento stesso che il figlio di Dasaratha tendeva l’arco di Vishnu, la gloria svaniva dal viso di Parasurama, ed egli rimase non più come un conquistatore, ma come un rishi soggiogato, perché lo scopo del destino guerriero di Parasurama era stato consumato. Parasurama disse con umiltà al principe di Ayodhya: “Mi rendo conto ora chi tu sia. Non sono spiaciuto che tu abbia spento la mia arroganza. Lascia che le mie austerità vengano a te, ma a causa della mia promessa a Kashyapa, non posso rimanere nei suoi domini e devo quindi tornare sulle montagne di Mahendra prima che il sole tramonti. Lasciami usare i miei poteri motori per questo solo scopo. A questa condizione, permetti che la freccia che hai teso sull’arco consumi tutti i poteri da me conquistati attraverso le pratiche di austerità.” Così dicendo, Parasurama fece un giro intorno al principe in segno di reverenza e se ne andò. I cittadini di Ayodhya erano colmi di gioia alla notizia che Dasaratha e i principi stavano tornando nella capitale. La città, decorata a festa per l’occasione, risplendeva come un paradiso sulla terra. Rama e Sita vissero felici ad Ayodhya per dodici anni. Rama aveva donato il suo cuore a Sita. Era difficile dire se il loro amore cresceva per la loro virtù o era radicato nella bellezza delle loro forme. I loro cuori comunicavano anche senza parlare. Sita, nella gioia dell’amore di Rama, risplendeva come Lakshmi in cielo.
NOTE 2. Rassicuriamo i lettori sulla sorte di Indra: aiutato dagli altri déi, dopo un periodo di austerità purificatrici, Indra riacquistò la virilità e tornò alla guida del Regno Celeste. 3. Parasurama è in realtà una delle dieci incarnazioni di Vishnu, come lo è anche Rama. L'incontro tra i due Avatar simboleggia il passaggio evolutivo da un mondo dominato dal potere travolgente e primitivo di Parasurama a un'umanità di più alti ideali etici ed estetici che Rama incarna.
‘domani’ Novembre 2008
Rama e Sita trascorsero dodici anni felici ad Ayodhya. Ma ora il Signore e la sua consorte in forme umane avrebbero dovuto sperimentare le difficoltà, il dolore e i conflitti della vita sulla terra. Come Bhagavan, il Signore supremo, dice: “Qualunque avatar(1) io divenga, il mio gioco deve passare attraverso tutte le esperienze e i sentimenti propri di quella incarnazione.” Chi era il principe di Ayodhya che attraverso un corpo, la vita e le esperienze soffrì le tristezze del genere umano e salvò gli déi? Egli era l’Essere onnipresente e onnipotente che governa il mondo interiore ed esteriore. E fu così che il Re dei re accettò di subire le crudeli macchinazioni di una perfida domestica gobba e di una matrigna debole e ambiziosa. Dasaratha amava i suoi quattro figli, ma aveva un affetto speciale per Rama. Giustificato d’altronde, per le qualità regali che Rama incarnava e per la sua aderenza al dharma.(2) La regina Kaysalya, come Aditi, la madre degli déi, era orgogliosa di avere un tale figlio, che personificava le virtù dell’uomo ideale. La forma aggraziata ma virile di Rama, la sua forza e coraggio, la purezza di cuore, la sua vita perfetta, la compassione, la dolcezza nel parlare, la serenità, la profonda saggezza, la sua capacità di governare erano ammirati dalla gente, ansiosa di vederlo presto come il loro regnante. Dasaratha lo sapeva, e gioiva di questa aspettativa. Da ciò, considerando la sua età armai avanzata, Dasaratha decise di incoronare Rama come Yuvaraja, successore designato, affidandogli de facto il governo del regno. Informati i Ministri, fu fissata la data per l’assemblea deliberante. Rishi e saggi, capi politici e re delle terre vicine, parteciparono all’incontro. Quando tutti furono presenti e seduti nei seggi loro assegnati, Dasaratha si alzò e si rivolse a loro. La sua profonda voce virile, come lo squillo di una tromba, come il rombo di nuvole cariche di pioggia, riempì la grande sala. Una regale radiosità emanava dal suo viso. Le sue parole erano ricche di significato e incantavano ogni orecchio: “Come tutti i miei antenati, mi sono preso cura di questo regno come una madre si prende cura dei suoi figli. Ho lavorato incessantemente per la mia gente. Ora il corpo è vecchio e debole e desidero nominare il maggiore dei miei figli come Yuvaraja e trasferire a lui il peso delle responsabilità. Seguendo la sacra abitudine dei miei antenati, mi auguro di passare il resto della vita nella foresta praticando austerità. Rama è pienamente adatto al compito. È esperto nell’amministrazione e nell’arte di governo ed è senza rivali per valore. Posso trasferire a lui senza alcuna ansietà il compito di regnare e mi auguro che questa onorata assemblea mi permetterà di farlo.” Grida di gioiosa acclamazione si levarono dalla grande assemblea e all’unisono i principi e i notabili esclamarono: “Che così sia.” Il re parlò ancora: “Voi siete d’accordo con la mia proposta, ma non ne date la ragione. Non va bene. Che i saggi spieghino perché sono d’accordo.” Allora molti oratori presero la parola e parlarono delle virtù di Rama e perché fosse adatto al ruolo. Il cuore del re era colmo di gioia nell’udire le lodi a Rama. Infine l’intera assemblea si alzò e con una sola voce disse: “Non indugiamo oltre, che Rama sia consacrato Yuvaraja.” Il re rispose che ne era felice e che quindi avrebbe esaudito il loro desiderio. Poi, rivolgendosi a Vasishtha, Vamadeva e agli altri saggi e guardiani dei riti sacri, disse: “Questo è il mese di buon auspicio di Chaitra, la stagione quando gli alberi della foresta si rivestono di fiori. Riveriti anziani, date il via ai preparativi per la consacrazione di Rama.” L’assemblea era contenta nell’udire questi ordini solleciti. Come comandato dal re, Sumantra, il ministro responsabile della casa, andò a chiamare Rama. Rama, che ignorava quanto stava avvenendo, venne e stette di fronte a suo padre. Sentendo della decisione, umilmente si inchinò in segno di accettazione dicendo: “È mio dovere eseguire i vostri ordini, qualunque essi siano.” Dasaratha benedì Rama e disse: “Sei un buon principe amato dal popolo. Non permettere mai che la tua gentilezza e nobiltà vengano meno, ma fa che aumentino con le opportunità che ti saranno date per migliorare, meritando così una gloria imperitura.” Quindi Rama tornò nella sua dimora. Non era trascorso molto tempo che Sumantra ritornò in fretta da Rama per dirgli che il padre desiderava vederlo. Chiesta la ragione, Sumantra non era in grado di dirgliela, gli era solo stato intimato in tutta fretta di andare a prenderlo. Rama pensò: “Il re deve aver parlato in consiglio dell’incoronazione e forse ha incontrato delle difficoltà. Poco importa. Qualunque cosa sia, sarà per il meglio.” Rama non era ansioso di assumere il potere, lo vedeva come un dovere che era chiamato ad adempiere. Se il re lo desiderava, avrebbe accettato la responsabilità del regno, ma se doveva rinunciarvi, per lui era la stessa cosa. Con questo stato d’animo, andò dal padre. Il re abbracciò Rama, lo fece sedere accanto a lui sul trono e disse: “Sono vecchio. Ho gioito della vita come uomo e come re. Ho adempiuto ai miei doveri verso gli antenati. Non è rimasto nulla da fare per me. Il mio solo desiderio è di installarti sul trono dei nostri padri. La notte scorsa ho fatto dei brutti sogni. Coloro che vedono nel futuro mi hanno avvertito che un grande dolore, forse anche la morte, si sta avvicinando. Per questo desidero che la cerimonia dell’incoronazione sia celebrata domani, che, secondo coloro che leggono le stelle, è un giorno favorevole. Qualcosa dentro di me dice ‘fallo subito’. Tu e Sita dovete prepararvi per l’unzione di domani digiunando questa notte. Sdraiatevi su un letto di erba darbha e scegliete degli amici fidati che veglino sulla vostra sicurezza. Penso che questo momento, mentre Baratha è assente, sia particolarmente adatto alla vostra incoronazione. Non che non sappia che Baratha è l’anima stessa del giusto sia nel pensiero che nell’azione, e che vi è sommamente devoto, ma le menti degli uomini cambiano e possono essere soggette a cattive influenze.” Congedandosi dal padre, Rama andò negli appartamenti della madre Kausalya per darle la notizia e ricevere le sue benedizioni, ma la regina era già al corrente ed assieme a Sumitra, Sita e Lakshmana stavano offrendo agli déi le preghiere in favore di Rama. Lei disse al figlio: “Possa tu vivere a lungo. Sii un buon re. Conquista i nemici e proteggi i tuoi soggetti e i parenti. Hai soddisfatto tuo padre e hai reso me felice.” Quindi Rama si congedò dalla madre e dalla matrigna e proseguì per i suoi appartamenti. Come stabilito dal re, Vasistha, il sacerdote, andò da Rama per iniziarlo coi dovuti mantra al digiuno prima della incoronazione. Tornando dal re, Vasistha vide lungo la strada gruppi di persone che discutevano gioiosamente della grande festa del giorno dopo. Le case stavano per essere decorate con fiori, festoni e bandiere. Fu con difficoltà che Vasistha potè farsi largo fino al palazzo reale. Il re fu contento di sentire che il digiuno era cominciato e che i preparativi per la cerimonia erano in corso. Ma nel profondo del cuore c’era il timore che qualche contrattempo potesse sorgere e frapporsi alla sua letizia. La città era in festa. In ogni casa, strada, donne uomini e bambini vedevano nella incoronazione un evento di grande auspicio nella loro vita e lo attendevano con entusiasmo. Rama e Sita nella loro stanza meditarono a lungo sul Signore Narayana, alimentarono con ghee il fuoco sacrificale, e con reverenza sorseggiarono quanto rimase del burro liquido, e infine si addormentarono sull’erba sparsa sul pavimento. Il mattino presto seguente, furono svegliati dalla musica e si prepararono per andare al palazzo e rimanere in attesa della fausta chiamata. Ma la chiamata fu di tutt’altra natura. Come abitudine della casa reale, la regina Kaikeyi aveva un’ancella che le teneva compagnia, una donna gobba di nome Manthara, che era anche sua confidente. Il giorno in cui Dasartha aveva indetto l’assemblea e deciso di nominare Rama come successore, Manthara stava salendo la terrazza per andare nell’appartamento delle domestiche. Guardando giù nella strada, vide le gaie decorazioni. Bandiere sventolavano dai tetti, la gente indossava gli abiti belli con i gioielli, cosparsa di profumata crema di sandalo; il capo delle donne era contornato di gelsomini. Riunite in gruppi, le persone discutevano gioiosamente, mentre dai templi si udiva la musica delle grandi occasioni. Manthara non ne conosceva la ragione, e voltandosi verso una domestica le chiese: “Perché indossi un abito di seta? Cosa sta succedendo in città? Kausalya distribuisce regali ai Bramini; è una donna parsimoniosa, non lo farà per nulla. Ci sono segni di festa e musica ovunque. Ne conosci la ragione? La giovane domestica rispose, danzando di gioia: “Perché, non sai che il nostro Ramachandra sarà nominato Yuvaraja domani mattina?” Questa era una notizia! Manthara fu colta da un’improvvisa ira. In fretta zoppicò verso il piano terra e si precipitò nella stanza di Kaikeya, che riposava a letto. “Alzati, alzati, folle donna! Una valanga di sfortuna si sta abbattendo su di te per inghiottirti! Sei tradita e rovinata. Il tuo sole sta per tramontare. Folle ragazza, è questo il tempo di dormire?” Kaikey, temendo che qualche calamità aveva sconvolto Manthara, le chiese con gentilezza: “Che cosa ti preoccupa, perché sei così sconvolta?” La furba Manthara cominciò: “La distruzione si sta precipitando su te e su me, bimba mia. Dasaratha ha deciso la nomina di Rama al trono. Può esserci disgrazia più grande? Quando un dolore ti colpisce, come posso rimanere indifferente? Sono venuta di corsa da te. Sei nata e cresciuta in una famiglia reale. Sei stata sposata a una famiglia reale. Ora, ahimé, tutto è finito. Una semplice donna ora sei, sei stata ingannata. Tuo marito ti ha ingannato con dolci parole. E’ un misero complotto, come è evidente agli occhi di chiunque. Ha messo fuori causa Baratha mandandolo da uno zio lontano e si avvantaggia di questa assenza per incoronare in tutta fretta Rama. Entro domani sarà tutto finito. E tu te ne stai a guardare stando a letto senza fare nulla, mentre tu e tutto ciò che dipende da te sta per essere distrutto.” Manthara continuò a parlare su questo tono e Kaikey a mala pena poteva afferrarne il senso. Come ognuno nella casa reale, era stata afferrata dalla gioiosa aspettativa dell’incoronazione di Rama, perché lei, come chiunque altro, amava e stimava Rama. “Manthara – disse – tu mi hai portato belle notizie. Rama, che è per me come un figlio, sarà incoronato domani? Quale gioia più grande posso avere? Vieni qui, chiedimi qualunque cosa.” Così dicendo, Kaikey si tolse la collana dal collo e la porse a Manthara. Era un’usanza reale ricompensare subito con un ricco dono chi portava una buona notizia importante. Kaikey pensava che Manthara, come ogni dama di corte un po’ invadente, era gelosa nell’interesse della sua padrona. Come poteva questa donna capire la bontà di Rama, o gli affari di Stato? Pensò quindi che le sue sciocche paure sarebbero svanite vedendo la sua padrona contenta dell’evento. La mente di Kaikey non era ancora corrotta. Aveva una cultura degna del suo nobile lignaggio e non era facile trascinarla in bassi pensieri. Tutto ciò non fece che aumentare la stizza di Manthara, che gettò via la collana e disse: “Sventura a te, stupida donna. Tutto è perduto e tu scioccamente ridi. Come puoi essere cieca di fronte alla sfortuna che ti travolge? Devo ridere o piangere di questa follia? La tua rivale, la madre di Rama, ha cospirato per farlo re. E tu salti di gioia. Folle donna! Quale sarà la condizione di tuo figlio Bharata quando Rama regnerà? Non vedrà Rama in Baratha un pericoloso nemico? Rama conosce la natura umana. Sa che Baratha vivo rappresenta una minaccia costante al suo potere e non potrà che ucciderlo. Non si uccide un cobra solo per paura? Da questo istante non c’è più sicurezza per la vita di Barata. Domani mattina Kausalya sarà una donna felice e tu ti inchinerai davanti a lei come una schiava ben vestita. Le starai di fronte, le mani congiunte in obbedienza. Da domani anche tuo figlio sarà assoggettato e schiavo. In questi appartamenti non ci sarà più onore e gioia.” Qui si fermò, incapace di continuare per il dolore. Kaikey udì tutto ciò e si chiese: ‘Perché Manthara ha di queste paure? Non conosce Rama? Non è Rama il dahrma stesso in forma umana?’ Le disse: “Manthara, anche tu hai conosciuto e gioito della veridicità di Rama, della sua giusta condotta e umiltà. E’ lui il maggiore dei figli e per questo ha diritto al regno. Baratha lo otterrà un giorno, dopo di lui. Cosa c’è di male in tutto questo? Perché, amica cara, avverti questa pena? Dopo Rama, Baratha regnerà per lungo tempo, non piangere. Conosci l’affetto che Rama ha per me. In verità, si prende cura di me più che della sua stessa madre. Non è forse vero che Rama considera i suoi fratelli più cari della sua stessa vita? Non è giusto che tu tema del male da Rama.” “Ahimé, Ahimé – disse Manthara – perché sei così folle? Una volta che Rama è incoronato re, che possibilità avrà Bharata? Non conosci le regole della successione? Quando Rama ascenderà al trono finiranno tutte le prospettive regali per Baratha e i suoi discendenti. Dopo Rama, il figlio di Rama regnerà, e dopo di lui il figlio del figlio sarà re, e cosi continuerà la successione. Il maggiore succederà al maggiore. Non c’è nessuna possibilità per un fratello minore, non importa quanto degno e valido egli sia. Mia cara, neppure questo sai, che fare?” “Una volta incoronato, - continuò – Rama non non lascerà in pace Bharata. La vita di Barata sarà sempre in pericolo. Se vuoi che Bharata continui a vivere, consiglialo di non ritornare, di rimanere in esilio; perché se ritorna, sarà per morire. Meglio per lui lasciare anche la casa dello zio, e nascondersi in qualche luogo distante e sconosciuto. “E anche Kausalya non ti sarà amica. Ti è ostile perché sei la favorita del re e tu spesso l’hai trascurata. Ora sicuramente si vendicherà. Conosci la collera di una moglie rivale, è come un fuoco che divampa appena può. Puoi prenderlo per garantito: se Rama diventa re, Bharata lo puoi considerare come morto. Quindi pensaci bene. Sii ferma. Prendi una decisione e portala avanti. In qualunque modo, Bharata deve essere incoronato. Rama deve essere bandito dal regno.” La paura cominciò a infiltrarsi nel cuore della regina. Manthara aveva vinto. Il viso di Kaikey si infiammò, il respiro si fece affannoso. Impotente, si strinse a Manthara per conforto e salvezza.
NOTE 1. Avatar: incarnazione del Divino sulla terra per uno specifico scopo evolutivo. 2. Dharma: superiore regola di condotta.
‘domani’ Febbraio 2009
Kaikeyi Soccombe
Kaikeyi, che sempre aveva considerato Rama come un proprio figlio, cadde nella rete delle argomentazioni di Manthara e si vide senza speranza. “É vero, ho paura – disse – dimmi cosa fare. Dovrò essere schiava di Kausalya? Mai! mio figlio Bharata sarà re. Hai ragione, Rama deve essere esiliato nella foresta. Ma come posso riuscirci? Dimmi. Tu sei astuta e conosci il modo.” E dicendo questo si stringeva a Manthara. “É davvero strano, Kaikeyi – disse Manthara – devo essere io a dirti come ciò può realizzarsi? Hai veramente dimenticato? O fai solo finta? Ma se proprio vuoi che sia io a dirtelo, così farò. Ascolta.” Tacque per un istante. Kaikeyi, impaziente, la implorò: “Dimmi, dimmi. L’incoronazione di Rama deve essere impedita.” “Molto bene – disse Manthara – te lo dirò. Non essere impaziente. Ti ricordi quando il tuo consorte Dasaratha, molto tempo fa, aveva combattuto contro Samara, nel Sud? Tu eri con lui, non è vero? Non vi era egli andato in aiuto a Indra, il re degli dèi? Samara di Vaijayanti era troppo potente per Indra. Non è vero che in battaglia Dasaratha fu ferito e perse conoscenza? Fu allora che tu conducesti abilmente il suo carro fuori dal campo di battaglia, con attenzione rimuovesti le frecce dal suo corpo e lo rianimasti, salvandogli così la vita. Hai dimenticato tutto questo? “E cosa ti disse lui allora? Ti disse in gratitudine: ‘Domandami due doni. Ti darò qualunque cosa tu voglia.’ Allora tu rispondesti: ‘Ti chiederò in seguito i doni. Non voglio nulla ora.’ Allora egli promise, non è vero, ‘Avrai i tuoi due doni in qualunque momento li vorrai’? Tu stessa mi hai raccontato tutto ciò molto tempo fa. Forse lo hai dimenticato, ma io no. Il tempo è venuto perché egli mantenga la promessa. “Chiedigli che Bharata sia incoronato al posto di Rama. Questo sarà il primo dei due doni promessi. Come secondo dono, chiedi che Rama sia esiliato nella foresta per quattordici anni. “Non avere paura. Non temere di chiedere. Non pensare che simili richieste siano peccato. Fa quel che ti dico. Soltanto se Rama sarà allontanato nella foresta il suo ascendente sul popolo si indebolirà e sparirà nel tempo, e la posizione di tuo figlio si farà sicura. “Va ora e giaci sofferente nella tua stanza. Rimuovi i tuoi begli abiti e i gioielli, indossa un vecchio sari e gettati per terra. Quando il re entrerà nella stanza, non parlargli, non guardarlo nemmeno. Non potrà sopportare a lungo la tua sofferenza. Sarà quello il momento per te di intervenire. “Il re cercherà di offrirti alternative. Non cedere, non accettarne nessuna. Insisti sui due doni, sii ferma. “Vincolato dalla promessa, il re sarà costretto a cedere. So con quanta passione ti ama. Darebbe la vita per te. Si butterebbe nel fuoco per farti piacere. Fa quel che ti dico. Non avere paura. “A meno che Rama non sia mandato nella foresta, il tuo desiderio non sarà esaudito. Rama deve essere esiliato. Solo allora la posizione di Bharata sarà reale e duratura. Ricordatelo. Non vacillare.” A queste esortazioni, il viso di Kaikeyi si illuminò di speranza. “Che cervello hai, Manthara - esclamò – mi hai salvata”. E saltò di gioia come una puledrina. Manthara ripeté ancora e ancora che Rama doveva essere esiliato nella foresta. “Non ritardare. Ciò che deve essere fatto, fallo subito. È inutile rinforzare la cisterna quando tutta l’acqua è uscita. Ricorda quel che ti ho detto. Tutto dipende dalla tua fermezza. La vittoria è tua se non cedi.” Kaikeyi assicurò Manthara sulla sua fermezza e subito andò nella sua stanza, si tolse i gioielli e li scagliò per terra, si cambiò i vestiti e si gettò al suolo. Kaikeyi, istigata da Manthara, credeva veramente che Dasaratha l’avesse ingannata. Per la prima volta in vita sua mise da parte il senso della vergogna e del peccato e indurì il proprio cuore. Col respiro pesante, sudando e con gli occhi chiusi, Kaikeyi, bella come una dea, sciolse i capelli e si accasciò al suolo come un uccello ucciso dal cacciatore. I fiori e i gioielli risplendenti che prima adornavano il suo corpo, ora giacevano sparsi sul pavimento come stelle in un cielo di mezzanotte. * Sciolta l’assemblea e dati gli ordini necessari per la cerimonia dell’incoronazione, Dasaratha, ormai esauriti gli impegni e desideroso di riposo, cercò gli appartamenti della sua consorte preferita. L’incoronazione di Rama era stata decisa dopo l’approvazione di tutti coloro che avevano il diritto di essere consultati, e il re si sentiva felice e sollevato da un peso gravoso. Entrò nella camera di Kaikeyi per darle le belle notizie e per passare con lei una notte gradevole prima dell’incoronazione. La dimora della più giovane delle regine era un luogo incantevole, con deliziosi giardini fioriti e stagni dove gli uccelli giocavano con l’acqua e i pavoni danzavano facendo la ruota. Il buonumore del re quella notte gli faceva apparire tutto ciò ancora più gradito. Come una luna piena che avanza splendente prima di un’eclisse, senza sapere che l’eclisse incombe, il povero re entrava nella dimora di Kaikeyi con viso radioso. I porta-incensi e le bevande erano nei loro soliti posti, ma non vedeva la regina che egli era desideroso di incontrare. Di tutte le sue consorti, Kaikeyi era quella la cui compagnia egli cercava più volentieri per riposarsi dagli impegni di Stato, perché lei non interferiva mai negli affari del regno e sempre lo aspettava all’entrata per dargli il benvenuto con un abbraccio caloroso. Ma oggi, non riusciva a trovarla da nessuna parte. Il re era perplesso. Cercò in tutti gli angoli pensando a un dolce gioco a nascondino. Ma invano. Non la trovò. Mai era successo prima un simile fatto! Chiese all’ ancella dove fosse la regina. Giungendo le mani in segno di rispetto, la giovane disse: “Mio Signore, la regina è adirata. Si è rifugiata nella sua camera.” Il re sorpreso entrò nella camera, e vide una scena che lo stupì e sconvolse: lei giaceva sul pavimento vestita in disordine e i capelli scompigliati, come afflitta da una pena mortale. Appariva angosciata. Il povero, ingenuo re, neppure pensando che potesse essere lui la causa di tanta pena, si comportò come un vecchio marito in adorazione, sedendosi accanto a lei sul pavimento e accarezzandole i capelli cercando di consolarla con dolci parole: “Cosa ti è accaduto? Sei malata, addolorata? Non ho forse io i migliori dottori del regno? Li manderò subito a chiamare, non temere.”. Kaikeyi sospirò pesantemente, ma non proferì parola. Il re continuò: “Qualcuno nel palazzo ti ha mancato di rispetto? Dimmelo e lo punirò. Oppure sono io che ho mancato verso te?” Kaikeyi era come se non sentisse e rimaneva muta e assente come una posseduta. Il re riprese con maggior fervore: “Dimmi il tuo desiderio, sarà esaudito. Vuoi che qualcuno sia punito? Lo punirò. Vuoi che qualcuno sia perdonato? Lo libererò, fosse anche un assassino. Conosci la mia autorità assoluta, posso dare e prendere come mi pare. Ovunque, a chiunque posso fare come desidero. Chiedimi qualunque cosa e sarà fatta subito.” Kaikeyi allora si alzò, e il re ne fu contento. Poi cominciò: “Nessuno mi ha offesa o disonorata. Ma c’è qualcosa che tu puoi fare e devi fare per il mio bene. Dammi la tua parola che adempierai il mio desiderio. Allora ti dirò di cosa si tratta.” Ciò sentendo, il vecchio re ignaro fu colmo di gioia. Avendo un potere assoluto, non aveva dubbi sulla possibilità di soddisfare qualunque suo desiderio, e così, con decisione e gioia disse: “Va bene, Kaikeyi, dimmi il tuo desiderio. Sarà esaudito, te lo giuro. Lo giuro su ciò che amo di più, lo giuro su di te, la più cara tra le donne, e su Rama, il più caro tra gli uomini! Lo giuro in nome di Rama: qualunque cosa tu desideri, io la farò, te lo prometto, lo giuro.” Il giuramento del re in nome di Rama colmò Kaikeyi di suprema delizia. Ora era sicura di aver vinto, perché il re non avrebbe mai rotto una promessa associata a quel nome tanto amato. “Lo prometti? Molto bene! – esclamò - prometti di nuovo in nome di Rama che farai senza indugi ciò che desidero, giuralo!” Il re disse: “Mia adorata regina, lo prometto. Lo giuro su Rama. Qualunque cosa tu desideri, io la farò. Questa è la mia parola solenne.” A questo punto, pensando all’atrocità della sua richiesta, Kaikey ebbe un attimo di esitazione, colta dalla paura che udendola il suo consorte inorridito avrebbe esclamato: “Che Dio sia testimone: nessun voto o promessa possono essere forti abbastanza da giustificare un peccato così odioso!” indietreggiando da lei allibito.
Kaikeyi si alzò con le mani giunte, si voltò verso le quattro direzioni, invocò in tono solenne i poteri divini a testimoniare e convalidare il voto: “Oh Dei! Voi avete udito e siete testimoni della promessa fatta a me dal mio consorte. Sole, Luna, Pianeti, siete tutti i miei sacri testimoni. Voi, i Cinque Elementi, avete udito la promessa. Mio marito, colui che mai è mancato di parola, ha giurato di esaudire il mio desiderio. Siate i testimoni.” Il re la guardava con gioiosa aspettativa. Kaikeyi conosceva il suo uomo e cominciò con baldanza: “Ricordi, mio re, come, quando molto tempo fa sul campo di battaglia stavi per perdere la vita, io condussi il tuo carro nella scura notte, ti portai fuori dal campo di battaglia, rimossi le frecce dal tuo corpo e ti confortai e rianimai? Quando ti riprendesti dallo svenimento, mi dicesti qualcosa, non è vero? Tu dicesti: ‘Mi hai ridato quella vita che i nemici mi avevano presa. Ti concederò due doni; puoi chiedermi qualunque cosa’ Io ti dissi: ‘Non voglio nulla ora. Mi basta la gioia di saperti vivo. Ti chiederò i doni in seguito.’ Lo ricordi?” Il re rispose: “Certo che lo ricordo. Chiedi i due doni, li avrai ora.” Kaikeyi disse: “Ricorda che hai fatto un voto, hai giurato in nome di Rama. Gli déi e i cinque elementi sono stati i testimoni della tua promessa. I tuoi antenati non hanno mai mancato di parola. Dimostra di essere loro degno discendente. Continuando i preparativi già intrapresi, incorona mio figlio Baratha. Questo è il mio primo desiderio. Il secondo dono che ti chiedo è di mandare tuo figlio Rama a vivere nella foresta Dandaka per quattordici anni. Ricorda il tuo voto solenne che non puoi rompere. Il buon nome della dinastia è nelle tue mani.”
‘domani’ Maggio 2009
Consorte o Demone?
Dasaratha fu come colpito dal fulmine. Quando la sua mente riprese a funzionare, cominciò a dubitare della realtà di quanto aveva appena udito. “Forse è solo un sogno odioso. O la fantasmagoria di un cervello insano. Oppure l’improvvisa materia-lizzazione dei peccati di una passata nascita che reclama un castigo. Certamente sono vittima di un’ illusione. Non posso credere che sia vero.” Incapace di sopportare la confusa agonia e il terrore che lo aveva pervaso, il re perse i sensi. Riaprendo poco dopo lentamente gli occhi, lo sguardo cadde inevitabilmente su Kaikeyi ed egli tremò come un cerbiatto alla vista di una tigre. Sedette sul pavimento ed emise un lamento, ondeggiando come un cobra sottomesso a un potente incantesimo. Di nuovo svenne. Riprese i sensi dopo un lungo intervallo e con gli occhi rivolti alla sua tormentatrice e infiammati da ira incontenibile gridò: “Orca malvagia! Distruttrice della mia dinastia! Che cosa ti ha mai fatto Rama? Non ti ha forse egli sempre rispettata come una madre? Credevo tu fossi una donna. Vedo ora che sei una serpe velenosa venuta da lontano e nutrita al mio petto solo per colpirmi con un morso mortale!” Kaikeyi non fece una piega e non pronunciò parola. Il re continuò: “Come posso bandire Rama, che tutti amano e lodano? Potrei perdere Kausalya e sopravvivere. Potrei perdere Sumitra, la pura di mente, e sopravvivere. Ma se perdo Rama, come posso vivere ancora? Senz’ acqua, senza la luce del sole, posso vivere un po’, ma mai senza Rama. Rigetta dalla tua mente questo pensiero peccaminoso. Prostrato ai tuoi piedi, te ne supplico. Non hai sempre detto tante volte ‘due cari figli io ho. E di loro Rama, il maggiore, mi è il più caro’? Nel decidere di incoronare Rama, che cosa ho fatto se non rendere reale il tuo stesso desiderio inespresso? Perché allora mi chiedi questi due crudeli doni? No, no, non può essere che intendi veramente questo. Mi stai solo mettendo alla prova per scoprire se io amo veramente tuo figlio Bharata. Non permettere che questo grande peccato distrugga la nostra onorata dinastia regale.” Di nuovo, Kaikeyi non pronunciò parola, ma i suoi occhi sprizzavano rabbia derisoria. Il re continuò: “Fino ad oggi non hai mai fatto nulla che mi recasse dolore, non una parola indegna. Chi ti ha corrotto? Non posso credere che un tale pensiero diabolico sia il tuo. Quante volte mi hai detto, mia adorata, che, per quanto nobile sia Bharata, Rama lo era ancor di più? È lo stesso Rama che ora vuoi esiliare nella foresta? Come può dimorare in una foresta? Come puoi anche solo indugiare sul pensiero che egli vada in una zona selvaggia infestata da bestie feroci? Con quanto amore Rama ti ha sempre trattato e servito! Come puoi dimenticarlo e indurire il cuore pronunciando le parole ‘mandalo nella foresta’? Che errori ha commesso? Delle centinaia di donne del palazzo non una sola ha mai pronunciato parole contro il suo onore o virtù. Il mondo intero lo ama per le sue grandi e buone qualità. Come puoi tu sola fra i tanti trovare motivi di biasimo? Non è Rama come lo stesso Indra? Non irradia il suo viso bontà e luce spirituale come quello di un rishi? Chiunque loda la sua veridicità e gentilezza, la sua erudizione e saggezza, l’eroismo ed umiltà. Nessuno ha mai udito dalle sue labbra parole dure. Come posso io, suo padre, dirgli: ‘Figlio, va nella foresta’? È assurdo. Abbi pietà di me, un vecchio vicino ai suoi ultimi giorni. Kaikeyi, chiedimi qualunque altra cosa di questo regno, e te la darò. Con le mani giunte, ti supplico, non mandarmi da Yama, nel regno della morte. Prostrato ai tuoi piedi ti prego, ti prego umilmente, salva Rama! Salvami dal peccato!” Al re che così lottava in un oceano di dolore, Kaikeyi rispose senza pietà, pronunciando parole crudeli: “Re, se dopo aver promesso doni te ne penti e spergiuri, che razza di re sei, e che diritto hai di parlare di satya e dharma? Come potresti rivolgerti agli altri sovrani? Confesseresti loro senza vergogna, ‘Sì, Kaikeyi mi ha salvato dalla morte ed io le ho fatto una promessa. Poi, mi sono pentito e non l’ho mantenuta’? Cos’altro potresti dire? Saresti considerato la disgrazia dell’ ordine dei monarchi! E il popolo riderà del suo sovrano e dirà, ‘Il re ha rotto persino la promessa fatta alla sua regina. Non aspettiamoci che sia di parola.’ Non conosci la storia di Saibja, che per mantenere la promessa fatta a un uccellino non esitò a tagliarsi un pezzo della sua carne? Non sai di Alarka che si è accecato per essere di parola? Il mare resta nei propri confini e non inonda la terra perché si sente legato all’accordo con gli dèi. Non violare la tua promessa. Segui il sentiero dei tuoi nobili antenati. Ma, ahimé, temo che il loro indegno discendente abbandonerà il dharma; tu incoronerai Rama e amoreggerai con Kausalya. Cosa te ne importa del dharma? Se mi neghi i doni promessi con il voto, questa stessa notte berrò un veleno e porrò termine alla mia vita. Potrai consacrare e installare sul trono Rama, ma davanti ai tuoi occhi, o violatore di promesse, io sarò morta. Questo è sicuro. E lo giuro in nome di Bharata.” Dopo questa solenne dichiarazione, Kaikeyi rimase in silenzio. Dasaratha, sconvolto, fissava la sua crudele moglie. Questa incantevole creatura era veramente Kaikeyi o era un demone? Poi, come un imponente albero abbattuto dall’ ascia del boscaiolo, il re vacillò e si abbatté al suolo giacendo pietosamente inconscio. Riprendendo i sensi, disse a bassa voce:
“Kaikeyi, chi ha corrotto la tua mente al punto di volermi morto e di distruggere la nostra razza? Quale spirito demoniaco ti ha posseduto e ti fa ballare questa danza indegna? Pensi veramente che Bharata accetterà di diventare re dopo aver esiliato Rama nella foresta? Non lo farà mai, e tu lo sai. Come potrei sopportare il peso di dire a Rama di ritirarsi nella foresta? Non mi disprezzeranno i re del mondo dicendo, ‘Questo vecchio succube e rimbambito ha scacciato il figlio maggiore, il migliore tra gli uomini’? Non capisci che si faranno beffe di me? È facile per te dire, ‘Scaccia Rama nella foresta,’ ma come potrà soprav-vivere Kausalya, o io stesso, alla sua parten-za? E hai pensato alla figlia di Janaka? Non sopravvivrà all’udire che Rama dovrà ritirarsi nella foresta di Dandaka. “Ingannato dal tuo viso, ho pensato che tu fossi una donna e ti ho presa in moglie. Come un uomo beffato, tentato dal profumo di un vino avvelenato, sono stato indotto dalla tua bellezza a prenderti in moglie. Come un cerbiatto attirato dal cacciatore, sono finito nella tua rete e muoio. Come un bramino ubriaco in strada sarò da tutti deriso. Che doni mi hai domandato? Doni che per sempre in avvenire macchieranno la gloria del nostro casato con l’ignominia di una lussuria demente che ha portato un vecchio scemo a bandire un figlio senza pari. “Se dico a Rama di partire per la foresta, certamente egli obbedirà, persino con allegrezza, e se ne andrà. Io stesso, kausalya e poi Sumitra moriremo. E come gioirai del regno acquisito con simili mezzi, o folle donna peccaminosa? “E Bharata, sarà d’accordo coi tuoi piani? O donna senza vergogna, nemica della mia vita, uccidi tuo marito e diventi vedova per usufruire dei benefici del regno assieme a tuo figlio. Come sono peccatrici le donne, e senza pietà! Ma che dico? Perché insulto le altre donne? Quale dolore che il mio Bharata abbia un mostro come madre! No, non posso fare una cosa simile! Kaikeyi, mi getto ai tuoi piedi e ti imploro. Abbi pietà di me!” Il re rotolò a terra contorcendosi in agonia. Ma Kaikeyi inesorabile disse con fermezza: “Ti sei vantato di essere uno che dice sempre la verità. Ma ora, dopo aver giurato davanti agli déi, cerchi di rimangiarti la promessa. Se non mantieni la parola, certamente mi ucciderò e questo non aiuterà certo la fama della tua dinastia, di cui sei così orgoglioso!” “Molto bene, allora - disse Dasaratha – manda Rama nella foresta e lasciami morire. Dopo aver distrutto me e la mia razza, una vedova giubilante, soddisferai il tuo desiderio e vivrai una vita di gioie!” Dopo qualche istante, il vecchio re gridò: “Che vantaggi pensi di ottenere mandando Rama nella foresta? Non riesco a capirlo. Il solo risultato sarà che il mondo intero ti disprezzerà. Ho avuto Rama dopo anni di preghiere e penitenze, ho avuto Rama per grazia di Dio. Ed è lui che ora devo scacciare nella foresta, io, il più derelitto tra gli uomini!” Alzando gli occhi al cielo, disse: “Oh notte, non finire, rimani! Perché quando passerai e l’alba verrà, che cosa farò? Che cosa dirò alla folla impaziente che per amore di Rama attende il momento dell’ incoronazione? Oh cieli, per pietà mia, non muovete le vostre stelle! Anzi, no, no. Andatevene, o sarò costretto a vedere sempre questa donna peccaminosa. Vattene subito, oh notte, così che possa fuggire da questa faccia.” Così, tra momenti di delirio e di coscienza, il povero vecchio, un re potente che per tanti anni aveva dominato, continuò ancora: “Abbi pietà di me Kaikeyi. Dimentica le mie parole dure pronunciate in momenti d’ira. Ti imploro in nome dell’ amore che mi hai portato. Ecco, ti dono il mio regno. È tuo. E puoi darlo con le tue stesse mani a Rama e presiedere la cerimonia dell’ incoronazione. L’assem-blea ha deciso e ho annunciato agli anziani e a Rama che l’incoronazione avrà luogo domani. Non permettere che questo annuncio sia falso. Abbi pietà di me. Dai il regno, come fosse tuo, a Rama. La fama di un tale gesto magnanimo durerà quanto il mondo. Il mio desiderio, il desiderio del popolo, il desiderio degli anziani, il desiderio di Bharata, tutti vogliono che Rama sia incoronato. Fa questo, amore mio, vita mia.” Di nuovo il re si avvinghiò ai piedi di Kaikeyi. Ma lei rispose: “Piantala con queste scene, cerca di non rompere la promessa e non obbligarmi a mantenere la mia, uccidendomi. È inutile che tenti di sfuggire.” Il re disse: “Con i riti sacri, mentre ardeva la pira sull’altare, ti ho presa per mano e chiamata moglie. Qui ed ora, ti ripudio, e con te tuo figlio. La notte è trascorsa, l’alba si avvicina e il mattino non vedrà l’incoronazione di Rama, ma il mio funerale.” Kaikeyi tagliò corto: “Stai cianciando invano. Manda subito a chiamare Rama. Fallo venire qui. Digli che il regno è di Bharata e che lui deve andare nella foresta. Mantieni la promessa. Non perder tempo.” Dasaratha emise un gemito: “Va bene. Lasciami almeno posare gli occhi sul viso di Rama prima che muoia. Vincolato al dharma, questo vecchio pazzo è senza vie d’uscita.” E di nuovo svenne.
‘domani’ Agosto 2009
La Risoluzione di Rama e L’Ira di Lakshmana
Venne l’alba. L’ora fissata per l’incorona-zione era vicina. La processione dei sacerdoti con le anfore d’oro colme delle acque dei fiumi sacri si approssimava al palazzo. La strada principale, festosamente addobbata, traboccava di folla acclamante che esultava al passaggio del corteo di sacerdoti, ancelle, elefanti, cavalli, carri con il bianco emblema carichi di miele, burro purificato, riso fritto, erba sacra e fiori; buoi e cavalli trainavano il trono ricoperto di una pelle di tigre, mentre musicisti diffondevano note gioiose. Vasishtha, il grande sacerdote, avvicinandosi al cancello del palazzo scorse il ministro Sumantra e gli disse: “Ti prego, informa il sovrano che i preparativi sono terminati e il popolo attende”. Sumantra si avvicinò alla camera del re salmodiando gli inni mattutini e disse: “Sire, svegliati dal sonno ascoltando gli inni del tuo auriga, come il re degli dèi fa con i canti di Matali. Possano tutti gli dèi esserti favorevoli. Gli anziani, i generali e tutti i cittadini più importanti aspettano il tuo darshan. La dea della notte si è ritirata. Il lavoro del giorno attende i tuoi ordini. Oh re dei re, sii felice di alzarti. Il santo Vasishta e gli altri sacerdoti ti attendono.” Ma il re si torceva nell’ angoscia, senza poter proferire parola; allora Kaikeyi con baldanza rispose per lui: “Il re ha passato la notte discutendo l’incoronazione di Rama e non ha dormito. È stanco. Va subito a chiamare Rama.” La furba donna sapeva che il re era sottomesso, ma non aveva la forza di fare quel che doveva essere fatto. Si era quindi decisa ad agire lei stessa. Sita e Rama erano pronti per la cerimonia e obbedirono subito al messaggio di Sumantra che la regina voleva vederli. I ritardi e gli strani comportamenti cominciavano a far sorgere dubbi nelle persone della corte, ma nessuno osava parlarne, nella speranza che le cose si sarebbero comunque aggiustate. Intanto la gente si domandava: “Perché questo lungo ritardo? Forse i riti preliminari sono più laboriosi di quanto pensavamo.” E mentre nelle strade la folla aumentava, anche l’impazienza cresceva. Sumantra accompagnò Rama al palazzo di Kaikeyi aprendosi il cammino con difficoltà tra la fitta moltitudine. Non appena Rama varcò la soglia dell’ appartamento della regina, sussultò, come se avesse calpestato un serpente, colpito dallo stato del padre che stava angosciato sul nudo pavimento. Gli toccò i piedi, in segno di rispetto, e lo stesso fece con Kaikeyi. Dasaratha pronunciò a bassa voce il nome di Rama e non aggiunse altro. Non era in grado di parlare. E neppure poteva guardare il figlio negli occhi. Rama era perplesso e in apprensione. Si rivolse a Kaikeyi: “Madre, come è strano tutto questo. Per quanto irato possa essere, mio padre mi parla sempre con dolcezza. L’ho forse offeso senza saperlo? È stato colto da un’improvvisa malattia? Qualcuno gli ha parlato senza rispetto? Ditemi cosa è accaduto. Non posso sopportare questa attesa.” L’audace Kaikeyi afferrò l’occasione e disse: “Il re non è arrabbiato con nessuno. Non c’è alcun problema di salute. Tuttavia, ha qualcosa in mente che teme di comunicarti. Teme che potresti esserne ferito e per questo tace. Molto tempo fa, contento di me, mi offrì, ed io accettai, due doni a mia scelta. Ora, come se fosse un rozzo qualsiasi, il re si pente. È degno di lui? Come può un re dare la propria parola e poi dolersene? Tu hai il potere di soddisfare la sua promessa, ma egli teme persino di parlartene e sta pensando di non mantenerla. Ti sembra giusto? Se lo rassicuri che non ha bisogno di essere ansioso della tua reazione e che deve ad ogni costo mantenere quel che ha detto, gli darai la forza necessaria a fare la giusta scelta. Devi dargli l’aiuto di cui ha bisogno. La cosa è nelle tue mani. Ti dirò di che si tratta, ma solo dopo mi darai la promessa che aiuterai il re ad adempiere al voto.” Rama, addolorato al pensiero che sia lui in qualche modo la causa del malessere del padre, disse a Kaikeyi: “Madre, sono proprio io la causa di tutta questa pena? Non penso di meritare che dubitiate di me. Se mio padre mi chiede di gettarmi nel fuoco, non esiterei a farlo. Se mi chiede di bere del veleno, lo berrò senza indugio. Voi lo sapete. Voi sapete che a un suo cenno mi lascerei affogare nell’oceano. Qui, ora, Madre, vi faccio la promessa solenne che adempirò alla promessa che il re vi ha fatto, e mai mancherò di rispettarla.” Quando Rama pronunciò queste parole, Kaikeyi esultò, perché sapeva di aver vinto. Il re, da parte sua, era disperato, vedendo che ogni via d’uscita era stata chiusa. Quindi, la crudele donna pronunciò queste terribili parole: “Rama, ciò che dici è degno di te. Quale più alto dovere ha un figlio se non adempiere alla parola data dal padre? Ora ti dirò quanto da lui promesso. Quando egli fu ferito combattendo Sambara, io l’ho soccorso e riportato in vita. In segno di gratitudine mi promise due doni che avrei richiesto quando lo avessi deciso. Ora ho deciso. Essi sono che Bharata sia nominato Yuvaraja, erede al trono, e che tu sia mandato via oggi stesso nella foresta di Dandaka, dove rimarrai in esilio per quattordici anni. Tu hai giurato solennemente di mantenere la promessa ed è ora tuo dovere dimostrare che sarai di parola. Se trovi che la giusta condotta è troppo dura, come ha fatto tuo padre, è un’altra storia. Altrimenti, ascolta quel che dico. Devi abbandonare questi luoghi e andartene in esilio coi capelli in disordine e ricoperti di erbacce come usano gli eremiti, lasciando che gli allestimenti predisposti siano usati per l’incoronazione di Bharata.” Quando pronunciò queste crudeli parole, il re si contorse in agonia, ma Rama le ascoltò senza dare mostra di esserne toccato. Kaikeyi pensò a un miracolo. Non c’era in Rama il minimo segno di delusione o tristezza. Sorridendo, il principe disse: “È tutto, Madre? Certamente la promessa del re deve essere mantenuta. I miei capelli saranno scompigliati, mi vestirò di corteccia e andrò oggi stesso nella foresta. Non sono forse felice se posso dare qualcosa a Bharata? Anche se nessuno me lo chiedesse, gli darei con gioia tutto quanto posseggo. Come potrei esitare ora che mio padre stesso me lo comanda? L’unico piccolo dolore è che egli possa aver dubitato di me. Perché ha esitato a dirmi quel che voleva e ha lasciato che foste voi a comunicarmelo? Non sono suo figlio? Non sono vincolato ai suoi ordini? Quale altra gloria o gioia posso ricercare se non il rispetto della sua volontà? Come ho potuto meritare che mio padre distolga da me lo sguardo e non abbia parole d’amore? Il mio dolore, se c’è, è che egli non mi abbia chiamato subito e non mi abbia annunciato lui stesso i suoi ordini. Andrò nella foresta oggi stesso. Mandate un veloce messaggero che riporti subito a casa Bharata.” Il viso del principe risplendeva come le fiamme divampanti di un fuoco sacrificale su cui si è versato il burro rituale. Kaikeyi gioì dell’apparente successo. La sua folle bramosia non le faceva vedere le conse-guenze devastanti che richiamava su di sé. Dasaratha, come un elefante selvaggio incatenato, giaceva in agonia. Kaikeyi, con inutile durezza, fece fretta a Rama: “Non aspettare che il re parli e prolunghi la storia.” Al che Rama disse: “Madre, sembra proprio che non mi conosciate. Non c’è per me piacere più grande che onorare la parola di mio padre. Che Bharata porti il peso del regno e si prenda cura del nostro anziano padre. Mi darà così, davvero, la gioia più grande.” Dasaratha, finora silenzioso, emise un lamento. Rama gli toccò i piedi e toccò quelli di Kaikeyi e si affrettò fuori dalla camera. Lakshmana era rimasto fuori ad aspettare. Sapeva cosa era successo e con occhi rossi di rabbia seguiva fremente il fratello. Lungo la strada Rama vide i vasi con le acque sacre per la cerimonia. Vi girò intorno in segno di rispettosa devozione. Con calma maestà lasciò alle spalle il bianco ombrello e le altre insegne reali e invitò la folla a disperdersi. Il principe, in cui ogni desiderio era stato vinto, andò nelle stanze di sua madre per darle la notizia e riceverne le benedizioni prima di partire per la foresta. Lì erano riunite molte persone che aspettavano con impazienza il momento dell’ incoro-nazione. Nella parte più interna dell’ appartamento, la regina, vestita di un sari bianco, stava di fronte al fuoco sacrificale invocando benedizioni sul figlio. Non appena Rama entrò, lei corse ad abbracciarlo e si premurò di portarlo a uno speciale seggio che aveva fatto preparare per l’occasione. “Madre, questo trono ora è troppo per me - disse Rama. - Sono un eremita e il mio giaciglio è l’erba sparsa sul pavimento. Ti porto notizie che forse ti rattristeranno. Ascolta, e dammi le tue benedizioni.” Gli raccontò così quanto accaduto, e concluse: “Devo partire oggi, madre, e sono venuto per ricevere le vostre benedizioni.” A queste parole Kausalya cadde a terra come un albero improv-visamente reciso. Rama e Lakshmana l’aiutarono con gentilezza ad alzarsi. Lei si avvinghiò a Rama e gridò: “Il mio cuore è fatto di pietra o di ferro perché viva ancora?” Lakshmana non poteva sopportare la vista del dolore della regina e con rabbia parlò: “Questo vecchio re ha emesso una condanna riservata ai più malvagi malfattori. Che peccato ha commesso Rama? Il vecchio innamorato ha perso la ragione per la sua giovane moglie e non è più degno di essere re. “Come può un re ascoltare una donna e violare il dharma? Anche i tuoi nemici, oh Rama, quando ti vedono cominciano ad amarti, ma questo invaghito di tuo padre ti esilia nella foresta. Fratello, buttiamo giù dal trono insieme questo re e prendiamo noi in mano il regno. Chi oserà opporsi? Ucciderò chiunque voglia farlo. Dammi solo il tuo assenso, e lo farò anche da solo. “Il fratello minore che diventa re e tu che sei mandato nella foresta. Il mondo riderà di questa assurdità. Non acconsentire. Per quanto mi riguarda, non l’accetterò mai. Demolirò ogni opposizione e vigilerò sul tuo regno. Sai che ho la forza per farlo. Questa mattina non il sole è sceso sulla terra, ma una grande oscurità. Di fronte a una simile ingiustizia non ha senso essere amabili ed educati. Non posso sopportarlo, devo compiere il mio dovere. Madre, ora vedrai la forza del mio braccio, e anche tu, fratello.” Le parole di Lakshama furono di qualche conforto a Kausalya, anche se il discorso di detronizzare il re la spaventava. Disse: “Rama, considera attentamente quel che dice Lakshmana. Non andare nella foresta. Se vai, come potrò rimanere qui sola tra nemici? Anch’io verrò con te.” Rama aveva ascoltato in silenzio lo scoppio di Lakshmana, perché era bene permettere che la passione trovasse uno sfogo nelle parole. Poi, rivolgendosi a Kausalya disse: “Madre, che non ci sia nessun discorso di qualcuno che vuole ve-nire con me nella foresta. È vostro dovere restare qui e servire il re, e consolarlo della pena sopravvenutagli così avanti negli anni. Come potrebbe la regina di un imperatore vagabondare con me nella fore-sta come una vedova? È mio dovere adem-piere alla promessa di mio padre, che sia giusto o no, spontaneo o estorto con la forza o la frode. Se vengo meno a questo dovere primario, non ci sarà nessuna ric-chezza o potere che possano darmi soddi-sfazione o contribuire al mio buon nome. Lakshmana, le tue proposte sono sbagliate. Conosco la tua forza e non ho dubbi che tu possa vincere e distruggere ogni opposizio-ne e conquistare il regno per me. Conosco anche l’affetto che mi porti. Ma il modo in cui proponi di usare questi tuoi attributi non è degno della dinastia alla quale appar-teniamo. Il nostro dovere più elevato è di portare a compimento la volontà di nostro padre. Se non ne siamo capaci, nessun altro raggiungimento potrà sostituirlo.” Rama cercò di consolare sia la madre che il fratello, ma l’ira di Lakshmana non poteva essere facilmente placata. Forse Lakshmana avrebbe potuto, se fosse stato lui e non Rama a subire gli eventi. Ma era Rama la vittima della crudele ingiustizia e così Lakshmana si contorceva irato come un cobra ferito. Rama lo prese da parte e lo fece sedere: “Lakshmana, non sei tu la mia altra metà, la mia stessa anima in un altro corpo? Ascoltami. Sei coraggioso e forte. Controlla per me la tua ira e il dolore. Non permettere che questi spiriti maligni si impossessino di te. Rimani fedele al dharma e trasformiamo questa disgrazia in una grande gioia. Dimentichiamo l’incoronazione e pensiamo a ciò che è degno della nostra razza. “Considera la condizione di nostro padre. I nostri cuori devono volgersi a lui in simpatia, perché è colpito da un grande dispiacere. Qualunque sia la ragione, ha fatto una promessa e se dovesse romperla commetterebbe un peccato vergognoso che vanificherebbe tutte le sue imprese grandi e gloriose. Ha il cuore spezzato per quella che lui sente come un’ingiustizia che mi ha inflitto; ma io non la considero affatto tale, perché un re deve mantenere la propria parola e un figlio deve obbedienza al padre. Anche tu devi dare prova di essere libero da ogni senso di afflizione; solo così possiamo alleviare il peso che gli grava sulla mente. “Egli ci ha dato la vita e noi gli dobbiamo pace mentale. Teme per il viaggio nell’altro mondo e noi dobbiamo aiutarlo a liberarsi di questa paura. Fino ad ora non gli abbiamo mai causato pena o insoddisfazione. Dobbiamo farlo ora? “La sola cosa che desidero adesso è di andare nella foresta e lasciare che Bharata sia incoronato. Se ritardo, Kaikeyi divente-rà sospettosa e si tormenterà, e mi dispiace. Quindi devo partire. Non dobbiamo essere irati con lei. Non è sempre stata gentile tutti questi anni? Che all’ improvviso abbia concepito una tale idea è sicuramente opera del fato. Non dobbiamo biasimarla. Ci si propone qualcosa, ma poi il fato decide diversamente. In questo senso, Kaikeyi non è che uno strumento nelle mani del fato. Ella dovrà sopportare il peso gravoso del biasimo generale, ma il nostro amore per lei deve rimanere immutato. Se, prima d’ora, ci fosse stata malvagità nei suoi pensieri, l’avrebbe mostrato. Non c’è dub-bio che una forza più grande le abbia fatto dire all’improvviso e con durezza: “Rama, vai nella foresta”. Altrimenti, come avreb-be potuto una donna della sua cultura, che ci ha sempre accuditi come figli com-portarsi ora così sfacciatamente con il proprio consorte? Chi può opporsi al destino? Anche inamovibili saggi sono stati improvvisamente deviati dalle loro austerità. Come può la povera Kaikeyi sperare di opporsi al fato? “Prendiamo la ferma risoluzione di trasformare questa pena in gioia. Sarebbe una prova della nostra nobiltà e coraggio. Fratello, non essere triste pensando al regno e alla ricchezza. Ora la mia gioia più grande sarà la vita nella foresta .” La spiegazione calmò un poco Lakshmana. Ma presto la sua ira divampò ancora e disse: “Va bene; è opera del fato. Accetto che il fato sia la causa dell’ improvvisa follia della nostra matrigna, e non ce l’ho con lei. Ma non è una buona ragione per starcene tranquilli senza fare nulla. Non è dovere dello Kshatriya opporsi alle malvagità e ristabilire la giustizia? “Un eroe non si inchina al fato. Solo i codardi si sottomettono. Gli eroi vi si oppongono per conquistarlo. Oggi vedrai un possente eroe sfidare il fato. Domerò quel pazzo elefante di fato e lo obbligherò a servirmi. Butterò nella foresta tutti quelli che hanno cospirato di mandarci te. Se ti piace visitare la foresta per un certo tempo, potrai farlo dopo. Il momento giusto sarà dopo che avrai regnato per molti anni e affiderai la corona ai tuoi figli. Questo è il costume dei nostri padri. Se qualcuno mette in dubbio il tuo diritto ora, mi troverà sul suo cammino per annichilirlo. “Queste spalle sono solo per bellezza? Quest’arco, queste frecce e questa spada che mi pende al fianco, sono solo per de-corazione? Pensi siano oggetti da teatro messi per bella mostra? Aspetto i tuoi ordini. Metti alla prova la mia prodezza.” Rama con gentilezza pacificò la rabbia di Lakshmana e disse: “Fintanto che i nostri genitori sono vivi, è nostro dovere obbedire loro. Che gioia c’è nell’ottenere il regno dopo aver insultato i nostri genitori e ucciso Bharata che è la personificazione del dharma?”(*) Così dicendo asciugò le lacrime dagli occhi di Lakshmana. Quando Rama fece questo, Lakshmana cominciò a calmarsi, perché il tocco di affetto di Rama era capace di produrre miracoli.
* Notare la differenza, quasi il contrasto, con l’altro grande poema epico dell'India, il Mahabharatha. In quest’ ultimo il comportamento odioso dei Kaurava causa una guerra feroce che Krishna sostiene. Il periodo storico descritto dal Ramayana è infatti precedente a quello del Mahabharatha. Scopo di Rama è di affermare, in un’umanità ancora primitiva, i valori etici e morali, le regole di condotta fondamentali per portare l’uomo oltre la propria animalità, verso un mondo illuminato dalla mente. Scopo di Krishna nel Mahabharatha era invece di distruggere il dharma, cioè quei valori che erano divenuti regole meccaniche, e proiettare l’umanità verso un più avanzato stadio evolutivo, oltre la mente verso lo spirito. (nde)
‘domani’ Novembre 2009
La Determinazione di Sita
Il popolo era all’oscuro di cosa fosse accaduto nelle stanze del palazzo. Ma Rama, da parte sua, non perse tempo e iniziò i preparativi per la vita nella foresta. Quando si recò dalla regina madre Kausalya per riceverne le benedizioni prima di lasciare la città, ella disse di nuovo: “Come posso restare ad Ayodhya se tu parti? È meglio che venga con te nella foresta.” Naturalmente sapeva che il proprio dovere era quello di restare accanto al marito, per servirlo nella vecchiaia e condividerne il dolore, ma era così confusa dall’angoscia da non riuscire a valutare gli avvenimenti. Rama non volle sentirne parlare e le ricordò il dovere di restare col vecchio re affranto, nella sua triste solitudine. Ella riconobbe che il consiglio era giusto e lo benedì con dolci parole ‘diluite col sale delle lacrime.’ “Fai come tuo padre ha decretato e ritorna glorioso”. Rama la rincuorò con un sorriso dicendole: “I quattordici anni passeranno presto e mi vedrai tornare.” Non appena Rama ricevette le benedizioni della madre il suo volto luminoso si fece ancora più splendente. Sita, che Rama aveva lasciato ignara per raggiungere il re dopo il messaggio di Sumantra, stava aspettando il ritorno del suo amato nel carro con l’ombrello reale, circondata da una numerosa scorta. Ma ora lo vedeva tornare solo, senza seguito, senza alcuna insegna reale. Notò che aveva sul volto i segni di una ferma risoluzione. Intanto Rama stava chiedendosi come avrebbe potuto comunicare alla sua sposa la notizia dell’esilio nella foresta. “Qualcosa turba la mente del mio signore - pensò Sita - ma che importanza può avere finché ci sarà il nostro amore?” E gli chiese: “Cosa succede? Perché questo sguardo insolito?” Rama le raccontò brevemente ciò che era accaduto e poi aggiunse: “Principessa, amore mio, posso immaginare il dolore nel dovervi separare da me rimanendo qui. La figlia di Janaka non ha bisogno del mio consiglio per compiere il proprio dovere. Tenete presente il benessere del Re e delle tre Regine – vostre madri. Non aspettatevi a palazzo un trattamento diverso da quello delle altre principesse. Siate rispettosa nei confronti di Bharata che sarà il Sovrano e badate a non offendere i suoi sentimenti. Ho fiducia che il vostro amore per me non diminuirà durante questa assenza. Ritornerò dalla foresta trascorsi questi quattordici anni, fino ad allora non trascurate i riti e le cerimonie abituali. Madre Kausalya, nel suo dolore, necessiterà della vostra sollecita attenzione. Bharata e Satrughna mi sono cari, li considererete come vostri fratelli. Comportatevi come compete alla vostra stirpe regale e alla vostra stessa natura. Evitate di decantarmi per non rischiare di offendere altri uomini giusti. Oggi devo partire per la foresta, siate calma e risoluta.” Quando Sita intese questo discorso inaspettato, il suo amore per Rama si manifestò sotto forma di collera al pensiero che avesse potuto immaginare, anche solo per un momento, che avrebbe acconsentito a separarsi da lui per vivere negli agi del palazzo mentre il suo amato si trovava senza casa a vagare in foreste selvagge. “Avete tenuto un bel discorso o Conoscitore del dharma. Mi sembra una strana dottrina quella che sostiene che una moglie sia diversa dal marito e che i doveri di lui non siano anche i suoi e che non abbia alcun diritto di condividerli. Non potrò mai accettarlo. Io ritengo che le vostre fortune siano le mie e che, se Rama deve andare nella foresta, l’ordine include anche Sita che è una parte di lui. Camminerò davanti a voi nei sentieri della foresta e calpesterò le spine e il duro suolo di fronte a voi per renderlo più agevole ai vostri passi. Non crediate che sia ostinata, mio padre e mia madre mi hanno istruita nel dharma. Ciò che mi dite è totalmente contrario a ciò che essi mi hanno insegnato. Andare dovunque voi andiate, questa è la mia sola direttrice. Se oggi dovete andare nella foresta, ebbene, oggi io verrò al vostro fianco. Non vi è spazio alcuno per discuterne. Pensate che non sia in grado di sopportare la vita della foresta? Con voi al mio fianco sarà una vacanza gioiosa. Non sarò causa di problemi. Mangerò frutta e radici come farete voi e non resterò indietro negli spostamenti. “Per lungo tempo ho desiderato andare nei boschi in vostra compagnia e gioire alla vista delle grandi montagne e dei fiumi. Passerò il tempo felicemente fra gli uccelli e i fiori, bagnandomi nei fiumi ed eseguendo i riti giornalieri. Lontano dalla vostra presenza lo stesso paradiso non ha alcun interesse per me. Morirò sicuramente se mi lasciate. Vi imploro di portarmi con voi. Abbiate pietà di me. Non mi abbandonate ora.” Iniziato nella collera il discorso era finito in singhiozzi. Rama spiegò a Sita che la vita della foresta non era così semplice come lei la immaginava e le descrisse un gran numero di difficoltà e di pericoli e insistette ancora perché rinunciasse ad accompagnarlo. Gli occhi di Sita si riempirono di lacrime. “Tigri, leoni, orsi, serpenti – nulla si avvicinerà a me. Fuggiranno alla vostra vista. E sopporterò di buon grado sole, pioggia, vento e le spine dei cespugli di cui parlate. Non sono spaventata e, d’altro canto, potete stare certo che la vita mi lascerà se mi abbandonerete qui e partirete. Quando ero a Mithila, aggiunse, i Bramana e gli astrologi dissero a mia madre che, per un certo periodo della mia vita, ero destinata a vivere nella foresta. Posso forse compiere questa predizione da sola nella foresta? Questa è l’opportunità per me di adempierla, in vostra compagnia, e ciò renderà la selva un giardino di delizie. A chi spiace la vita della foresta? Solo a quegli uomini e donne che non hanno il controllo dei propri sensi. Voi e io possiamo controllare pienamente i nostri sensi e non perdere nulla. Vi imploro di non mettermi da parte perché il separarmi da voi sarebbe più doloroso della morte.” Nell’amore supremo c’è una forza che sconfigge la ragione e ride in faccia alla stessa morte e Rama accettò di essere persuaso, in parte perché il suo amore era grande quanto quello di lei e ogni parola appassionata pronunciata da lei trovava una pronta accoglienza nel suo cuore e in parte perché aveva fiducia nella sua capacità di proteggerla. Venne quindi deciso che Sita avrebbe accompagnato Rama nella foresta. Ella chiamò i poveri e distribuì tutto ciò che le apparteneva e si preparò per la vita nella selva. Anche Lakshmana decise di partire col fratello e porsi al suo servizio e Rama dovette accettare. I tre si recarono a prendere congedo dall’anziano Re. Nelle strade e sui balconi una folla di persone si accalcava a guardare. Dalle finestre e dalle terrazze dei palazzi uomini e donne videro Rama, Lakshmana e la principessa procedere verso il palazzo, a piedi, come i più poveri sulla terra. Il popolo, colmo di incontenibile dolore e indignazione diceva: “Che razza di Re è questo che manda un principe così nobile nella foresta? E guardate là, Sita che cammina per strada, una principessa che dovrebbe essere alla testa di un corteo reale. Potrà sopportare il caldo e la pioggia della foresta? Tutto questo è mostruoso! “Se così è, andremo anche noi nella foresta. Raccogliamo tutto ciò che abbiamo e andiamo nella foresta con questi principi. La foresta dove risiederà Rama sarà la nostra Ayodhya. “Lasciamo che queste case rimangano deserte, infestate da topi e serpenti. Lasciamo Kaikeyi regnare sulle rovine di Ayodhya. Le bestie selvagge e gli avvoltoi verranno ad abitarla. Questa città diventerà una foresta, e la foresta Ayodhya.” Rama udiva questi discorsi, ma non se ne curava. All’ingresso del palazzo di Kaikeyi Rama vide Sumantra, seduto in disparte, afflitto. Gli parlò gentilmente: “Noi tre siamo venuti per incontrare il Re. Sumantra, chiedi per noi il permesso di essere ammessi alla sua presenza.” Sumantra entrò per annunciarli al Re. Quale vista lo aspettava! Come un sole in eclisse, come un forno colmo in ogni dove di cenere, come una cisterna secca, il Re era disteso sul pavimento, la sua gloria svanita e il suo volto distorto e contratto dal dolore. Sumantra, con voce tremante e le mani giunte disse: “Il Principe attende all’ingresso e chiede udienza per ricevere le vostre benedizioni prima di distribuire tutto ciò che possiede ai Bramini e iniziare il viaggio per la foresta Dandaka.” Il Re ordinò a Sumantra di fare entrare il Principe. Rama entrò e s’inchinò al Re, ad una certa distanza. Questi, non appena vide Rama, si alzò precipitosamente e si lanciò con le braccia aperte ad abbracciarlo, ma cadde svenuto prima di raggiungere il figlio. Rama e Lakshmana lo sollevarono delicatamente o lo distesero sul suo divano. “Mio Signore,” disse Rama, “Siamo venuti a chiedere il vostro permesso per andare nella foresta. Sita e anche Lakshmana vengono con me, malgrado tutto ciò che ho detto loro per convincerli a desistere. Vi prego di darci le vostre benedizioni e il permesso di partire.” Dasaratha allora disse: “Rama, io sono vincolato dai favori che ho promesso a Kaikeyi, ma tu non sei vincolato, perché non mi rimuovi dal trono e prendi il regno con la forza?” Il Re nutriva da tempo quest’idea, come la sola e migliore soluzione al problema crudele che doveva affrontare, e ora si era espressa chiaramente a parole. Ma Rama rispose: “Non desidero il regno o il potere, padre. Possa tu regnare per ancora mille anni. Il mio cuore è ora determinato ad andare nella foresta e sono pronto a partire dopo avere ricevuto la vostra benedizione. Quando i quattordici anni saranno passati ritornerò e mi offrirò al vostro servizio.” La vaga speranza del Re, ora era chiaro, doveva essere abbandonata. “Figlio mio, porta onore alla nostra stirpe di re. Vai, ma ritorna sano e salvo, possa il pericolo fuggire dal tuo cammino. Resta nel dharma. Tu sei irremovibile nella determinazione, salda e immutabile è la tua volontà, ma non andare via oggi, passa qui con me solo questa notte. “Lascia che i miei occhi si riempiano della tua immagine, puoi metterti in viaggio all’alba. Come qualcuno che porti il carbone acceso nascosto sotto la cenere, ho dato la mia promessa a Kaikeyi, senza sapere ciò che aveva in mente. Ora sono impotente e preso nella sua rete. E tu dici: “Soddisferò la promessa fatta da mio padre, non permetterò che il disonore macchi il suo nome. Cederò il regno e andrò nella foresta! Dove si può trovare nel mondo intero un figlio come te? Ti giuro, non avevo intenzione di causare questo grande torto.” Così pietosamente parlò il Re. Dasaratha desiderava morire senza perdere il rispetto di Rama. “Padre, manda immediatamente a chiamare Bharata e adempi la promessa che hai fatto a madre Kaikeyi. Non tormentarti al pensiero di avermi fatto un qualche torto perché non ho alcun desiderio del trono e non me ne sento privato perché mi è stato negato. Senza pena o dubbi incorona Bharata e benedicilo. Allontana ogni patema, non piangere. Può l’oceano inaridirsi? Così possa anche tu non perdere mai il tuo equilibrio, grande padre. “Il mio solo desiderio è di portare a compimento la parola che avete dato. Se ottengo tutta la ricchezza del mondo, ma distorco la vostra parola, che gioia me ne verrebbe? Felicemente passerò il tempo nella foresta. Dove se non nella foresta si può trovare bellezza e gioia? Padre, voi siete il mio Dio. Considero che sia Dio ad avermi inviato nella selva. Quando i quattordici anni saranno terminati mi ve- drete di nuovo, non rattristatevi. Quale vantaggio c’è nel mio restare qui una notte di più e partire domani? Il tempo è fatto da una successione di domani e ogni giorno si assomiglia. Le pene inevitabili, con un rinvio, non diventano gioia.” “Bene, in questo caso manda a chiamare i comandanti,” disse il Re a Sumantra, “e ordina loro di preparare carri, elefanti, cavalli e fanti perché vadano con Rama nella foresta. E, con l’esercito, invia tutte la provviste necessarie affinché Rama possa vivere coi rishi della foresta. Che non manchi nulla in uomini, denaro o suppellettili necessarie.” Il povero Dasaratha immaginava di poter rendere l’esilio di Rama nella foresta simile a un viaggio reale, un piacevole cambiamento della routine del Palazzo, arricchito dallo scambio di cortesi ospitalità con gli abitanti della selva. Mentre parlava, il volto di Kaikeyi sbiancò di rabbia. Guardò torva il Re e con voce tremula di collera sprezzante disse: “Certamente siete un monarca buono e generoso! Darete a Bharata questo regno dopo averne spremuto tutto il meglio che contiene, come si potrebbe offrire per scherno un boccale vuoto ad un uomo che sta morendo di sete! Che piacere o gloria avrà mio figlio nel governare uno stato deserto?” Dasaratha gemette, confuso e mortificato e si stupì di fronte ad una crudeltà che poteva ferire un uomo già schiacciato da un peso intollerabile. Dalle bocche di coloro che li attorniavano sorsero parole di collera, perché anche i cortigiani trovarono questa aperta mancanza di cuore più grande di quanto potessero tollerare in silenzio. Rama mise fine a tutte le recriminazioni affermando che non avrebbe consentito a portare con sé parafernali incongrui con ciò che veniva inteso per vita della foresta. “Onorato Signore - disse - sto partendo per la foresta per vivere di ciò che questa fornisce, che necessità avrei di un esercito o di tutto l’equipaggiamento scintillante della pompa reale? Dopo avere rinunciato al trono di buon grado che necessità ho dei sui intralci? Non sarebbe un’assurda brama, dopo essersi separato dall’elefante, gravarsi con la sua ponderosa catena? Padre, ho volentieri abdicato il mio diritto al regno in favore di Bharata e di sua madre, e con questo tutti i diritti accessori della regalità. Per i miei quattordici anni di vita nella foresta non ho bisogno d’altro che della corteccia degli alberi per vestirmi, come è costume fra i rishi, e dei semplici strumenti della vita della foresta come vanghe e ceste.” Rama aveva a malapena terminato di pronunciare queste parole che la sfrontata Kaikeyi si precipitò ad esibire l’ab-bigliamento per la selva che aveva preparato essa stessa e lo diede di persona, senza vergognarsi, a Rama che senza indugio lo indossò. Anche Lakshamana indossò l’abito di corteccia, mentre Dasaratha osservava tutto questo in preda ad un’angoscia impotente. Kaikeyi portò un abito di corteccia anche per Sita. Ella lo ricevette e rimase perplessa perché prima di allora non aveva mai indossato nulla di simile e non sapeva come fare. Avvicinandosi a Rama, che stava là risplendente di divino fulgore, Sita chiese timidamente: “Per favore, come s’indossa?” Mentre Rama prendeva l’abito di corteccia e lo poneva sopra quello di seta di Sita fissandolo con un nodo sulla spalla, le dame di compagnia levarono alti gemiti e Dasaratha venne meno. Quando riprese conoscenza insultò ad alta voce Kaikeyi, ma ella rispose con un sorriso sprezzante. Non era certamente lei colpevole per la partenza di Sita nella foresta. La principessa andava in cerca della sua propria soddisfazione andando nella foresta con suo marito e non sarebbe stata dissuasa. Rama, abbassando gli occhi mentre stava per partire, disse: “Padre, lascio qui mia madre Kausalya, una donna irreprensibile e gentile di natura, privata del figlio nella vecchiaia. Questo fato improvviso è amaro come la morte per lei, ma acconsente a continuare a vivere solo per voi, per condividere il vostro dolore e consolarvi. È incapace di dare asilo a qualunque genere di pensiero scortese, verso chiunque, e non ha mai provato prima d’ora la fitta straziante causata da una simile separazione. Siate gentile con lei quando non sarò più qui e, quando ritornerò dal mio lungo esilio, nella speranza di porre il mio capo sui suoi piedi, non fatemi sentire che ella è morta di dolore.” Così parlò Rama incapace di sopportare il pensiero del dolore di sua madre e, mentre Rama così parlava, Dasaratha non poté sostenere più a lungo la scena e si coprì il volto con le mani.
‘domani’ Febbraio 2010
Dopo la partenza di Rama, passò un certo tempo prima che il Re riuscisse a raccogliere quel tanto di facoltà da poter almeno pensare. Quando recuperò sufficienti energie mormorò in uno stato di semi-incoscienza: "In una vita precedente devo avere certamente inflitto qualche orrenda sofferenza a qualcuno, strappato figli alle loro madri o mariti alle mogli. Per quale altro motivo devo ora soffrire così? E la morte non arriva quando la si desidera. Dovrò sopportare per sempre la tortura dell’immagine di mio figlio, che è simile a un dio, spogliato dei suoi diritti e costretto a vestire l’abito dell’ eremita. O vita, quanto amaramente ti stringi a coloro che vorrebbero disfarsi di te! Rama è andato in esilio e ancora non muoio! Rama…Rama…sei partito…" Poco più tardi, in un bagliore di lucidità, il Re ordinò: "Sumantra, prepara il carro e accompagna mio figlio alla frontiera del regno." Nel frattempo Lakshmana, il devoto fratello di Rama, era andato da sua madre Sumitra. Al suo cospetto, riuscì solo a pronunciare: "Madre." Lei lo abbracciò, lo baciò in fronte e disse: "La devozione che mostri per tuo fratello mi colma di gioia e di orgoglio; è tuo dovere, figlio, proteggere e servire Rama. Sii sempre vigile al suo fianco. Tuo fratello maggiore è per te precettore e re. Questo è il dharma, la legge della nostra razza."Vai con le mie benedizioni, Lakshmana. Nella foresta considera Rama come tuo padre e vedilo come se fossi io stessa e la foresta sarà per te come Ayodhya. Vai di buon animo, mio caro figliolo, e Dio ti benedica." Sumantra, rivolgendosi a Rama, disse: "Sali sul carro o Principe. Dimmi quando devo partire, o mio signore, perché i quattordici anni sono iniziati." Sita salì allegramente sul carro. Kausalya aveva preparato per lei un pacco di oggetti personali. Gli scudi, gli archi, le frecce e altre armi dei due fratelli, insieme con picconi e ceste vennero sistemati nel carro. I picconi e le ceste sono essenziali nella foresta. Rama e Lakshmana salirono sul carro e Sumantra partì. Nelle strade la folla gridava all’auriga: "Vai piano, vai piano. Facci ammirare il volto di Rama." "Ahimè, ahimè, chi ha potuto mandare tali giovinetti nella foresta? Come potranno le loro madri sopportare il dolore e sopravvivere? Guardate il volto di Sita. è davvero benedetta. E Lakshmana è felice di avere un simile fratello a cui dedicarsi con devozione. Egli è un vero eroe e un conoscitore del dharma." Così diceva il popolo mentre seguiva il carro. Il dolore cresceva, come in un’inondazione."Più veloce, più veloce." Diceva Rama al buon conduttore. "Piano, piano." Chiedeva la gente. E la folla aumentava di momento in momento. Sumantra fece del suo meglio per allontanare il carro dalla calca della città in lutto dove, oltre al profondo dolore delle strade, si aggiungeva nelle case quello delle donne e dei bambini. Il Re uscì dagli appartamenti di Kaikeyi e scrutò il carro allontanarsi. Rimase là per molto tempo a guardare la nuvola di polvere come se la vedesse prendere la forma dell’amato Rama. Quando anche la polvere svanì, s’accasciò a terra gemendo. Kausalya e Kaikeyi gli si sedettero a fianco. "Non toccarmi," disse Dasaratha a Kaikeyi. "Odio la tua vista, donna scellerata! Tutto è finito fra te e me. Rinuncio a te qui e ora." "Se Bharatha acconsente ai tuoi desideri e accetta il regno - aggiunse - non voglio che si occupi del mio funerale e, anche se lo facesse, il mio spirito rigetterebbe la sua offerta." "Come può Rama vivere in una foresta? dormirà per terra con un sasso o un tronco per cuscino? si nutrirà di frutta e bacche?" Il Re continuò in questo modo, con disperazione. Talvolta si volgeva a Kaikeyi e diceva: "Che tu possa essere contenta del tuo successo! Che tu possa vivere a lungo come una vedova felice." Col cuore a pezzi e svuotato come qualcuno che rientra da una cerimonia di cremazione entrò per abitudine negli appartamenti di Kaikeyi; poi, improvvisamente disse: "Qui, no. Conducetemi alle stanze di Kausalya." Così fecero ed egli giacque là in attesa della fine. A mezzanotte chiamò: "Kausalya, sei qui? Toccami con la mano perché la mia vista se ne è andata con Rama." La povera Kausalya fece del suo meglio per consolare il Re, ma quale conforto poteva offrire il suo cuore ferito? Perché mentre le ore scivolavano lente, di veglia in veglia, appesantite dal dolore, il freddo della notte le sembrava una fiamma che la consumava, e la tiepida luna ardente come il sole di mezzogiorno. A lei che si agitava nel dolore disse Sumitra: "Sorella, tu hai ascoltato gli Shastra e conosci il Dharma. Perché ti affliggi? Tuo dovere è di infondere coraggio negli altri, non dovresti abbatterti. Rama è partito per la foresta per proteggere l’onore del Re. Tu sei, in verità, benedetta fra le donne, perché sei la madre di un eroe che ha disprezzato un regno e preferito sostenere l’onore del padre. Perché dovresti affliggerti per un figlio che adempie a un dovere difficile, in cerca della perfezione? Non dobbiamo dispiacerci se qualcuno segue il glorioso sentiero degli antenati e conquista fama immortale. Sono orgogliosa che Lakshmana abbia accompagnato Rama. Sita, ben conoscendo le privazioni che dovrà affrontare, ha accompagnato il marito. La gloria di Rama brillerà come una luce immortale. Non è il momento di affliggersi. La sua purezza e virtù saranno per loro uno scudo e un’armatura."È così grande e santo che i raggi del sole cadendo su di lui non lo bruceranno e la brezza lo accarezzerà con il suo fresco tocco. La sua figura, mentre dorme nella notte, sarà abbracciata e protetta dai raggi della luna come un bimbo dalla sua amorevole mamma. Allontana ogni ansia per il tuo eroico figlio. Nessun avversario può affrontarlo senza sfuggire alla morte. Tuo figlio è un eroe, farà certamente ritorno ad Ayodhya e salirà sul trono. Rama, non altri, è il Signore del mondo. "Sita è con lui e Sita non è che la Dea Lakshmi. Rama tornerà e salendo al trono riempirà di gioia il regno che ora piange il suo esilio. Hai visto il dolore dei cittadini mentre lo vedevano partire. Il mio eroico figliolo, Lakshmana, armato di arco e spada è andato con lui per proteggerlo. Nessun pericolo, nessuna minaccia può avvicinarsi a Rama. Lo vedrai tornare coi tuoi stessi occhi, dopo che avrà adempiuto il suo voto. "Credimi, Rama tornerà, stupendo come la luna piena e si prostrerà ai tuoi piedi con gioia e devozione. Allora piangerai lacrime, non di dolore, ma di letizia. Cara, cara Kausalya, non soffrire. Li vedrai tornare tutti e tre. Dovresti consolare le altre donne del palazzo e non affliggerti tu stessa. Chi altri al mondo è risoluto nel dharma come Rama? È forse questo motivo di dolore? No, sii orgogliosa di tuo figlio, Kausalya!"Ascoltando le parole di Sumitra, Kausalya fu in qualche modo consolata. Nel frattempo una grande folla di cittadini aveva seguito Rama. Cercavano di fermare il carro gridando: "Non andare nella foresta, ritorna in città." "Mi reco nella foresta per mantenere la parola di mio padre," rispondeva Rama. "non vi è motivo di addolorarsi per questo e non dovreste cercare di ostacolarmi." Ma la popolazione non lo ascoltava e lo seguiva accalcandosi, urlando selvaggiamente: "Non andare nella foresta, non andare nella foresta!" Rama fece fermare il carro e si rivolse alla gente che lo seguiva con occhi colmi d’amore: "Cittadini di Ayodhya, conosco l’amore che provate per me. Dimostratelo ancor più trasferendolo a mio nome e per mio volere al mio amato fratello Bharatha. Nient’altro mi farebbe maggior piacere. Bharatha è virtuoso e nobile, possiede tutte le qualità regali ed è degno di tutto il vostro amore. Giovane, possiede la saggezza di chi è maturo e il suo cuore è eroico e benevolo. Ha la forza necessaria per proteggervi. È il vostro re e gli dovete lealtà e affetto." Così parlò loro Rama, in tono gentile. Ma essi lo amavano proprio per questo e non si sentivano consolati. Dei preti Bramini, anziani saggi virtuosi, guardando il carro piangevano e imploravano fra i lamenti: "Oh cavalli, perché portate il nostro Rama nella foresta? Si dice che i cavalli hanno un udito fine; ascoltateci dunque e riportateci il nostro Rama." Udendo ciò, Rama fermò il carro. I tre scesero e continuarono a piedi. La gente comune, i cittadini eminenti, i saggi anziani, i religiosi e perfino gli uccelli che sorvolavano il sentiero, cercavano di impedire a Rama di andare nella foresta. Il fiume Tamasa stesso sembrava cospirare con loro mentre fluiva lungo il loro tragitto. Il carro si fermò sull’argine del fiume. Sumantra sciolse i cavalli, li fece abbeverare e li lasciò liberi di brucare. Rama disse: "Lakshmana, questa è la prima notte della nostra vita nella foresta, passiamola sulle sponde di questo sacro fiume; la vita nella foresta non è penosa, come tu e io sappiamo. Guarda: gli uccelli, gli animali e anche gli alberi sembrano simpatizzare con noi. La sola sofferenza è il dolore dei nostri genitori ad Ayodhya, sebbene mi senta rassicurato dalla nobiltà e virtuosità di nostro fratello Bharata. Si prenderà certamente cura dei nostri genitori con vero affetto. Sumantra, vai, bada ai cavalli." Detto questo, Rama eseguì i riti sacri lungo il fiume e disse: "Digiuniamo questa prima notte della nostra nuova vita, Lakshmana. La tua presenza al mio fianco mi libera da ogni ansietà." Lakshmana stese dell’erba sul suolo perché Rama e Sita vi potessero riposare, ma lui passò la notte di guardia, discorrendo con Sumantra. Rama si alzò molto prima dell’alba e disse a Sumantra: "I cittadini che ci hanno seguito, affaticati dal lungo cammino, sono profondamente addormentati. Sebbene sia intimamente toccato dal loro affetto non posso permettere che il loro amore mi forzi a tornare. Di conseguenza partiamo subito, mentre sono ancora addormentati." I cavalli vennero attaccati al carro che lentamente attraversò il fiume. Raggiunta l’altra riva Rama disse a Sumantra: "Se ritorni sull’altra riva dove gli abitanti di Ayodhya stanno dormendo e ti dirigi per un certo tratto verso la città e poi ritorni da questa parte possiamo riprendere il nostro viaggio. Vedranno le tracce del carro e pensando che siamo ritornati a casa, torneranno anch’essi. Se non farai così continueranno a seguirci." Sumantra fece come gli era stato detto e quando il carro ritornò, i tre vi salirono e ripresero il viaggio verso sud.
Soli con sé stessi
I cittadini che avevano dormito sugli argini del fiume Tamasa si svegliarono la mattina e si guardarono intorno sorpresi di scoprire che Rama e il carro erano scomparsi. Seguirono le tracce delle ruote, ma rimasero delusi nel vedere che si perdevano sulla strada principale che portava alla capitale. Tornarono alle proprie abitazioni e si sfogarono ingiuriando Kaikeyi. Senza Rama la città era priva di bellezza e avvolta nella tristezza. Sumantra e i principi avevano guadato il Tamasa molto prima dell’alba e si erano inoltrati nella foresta. Attraversati numerosi corsi d’acqua giunsero ai confini meridionali dello Stato di Kosala. Mentre viaggiavano Rama disse a Sumantra: "Mi chiedo se caccerò di nuovo nella foresta di Sarayu. È decoroso per dei principi cacciare? Forse sì … con moderazione." Parlando così di vari argomenti continuarono ad avanzare. Quando arrivarono ai confini del regno Rama fermò il carro e guardando a nord verso Ayodhya chinò il capo in preghiera dicendo: "Oh, gioiello fra le città! Oh, antica capitale degli Ikshvaku! Potrò io, terminata la mia penitenza nella foresta, vivere per vedere mio padre, mia madre e te? Concedimi questa gioia suprema." Il carro raggiunse le rive del Gange. Continuarono lungo la sponda ammirando la bellezza del fiume. Trovato un luogo d’incomparabile fascino Rama disse: "Passeremo qui la notte." Sciolti i cavalli si sedettero sotto un albero. Guha, il capo della regione, era già stato avvisato dai suoi uomini dell’ arrivo di Rama. Andò loro incontro con la sua scorta per accogliere Rama e Lakshmana. Nutriva un amore sconfinato per la famiglia reale e per Rama. Essendo il capo delle tribù che abitavano le rive del fiume Gange, era uomo di grande prestigio e potere. Rama e Lakshmana si alzarono per riceverlo quando era ancora lontano. Guha diede loro il benvenuto con un abbraccio sincero, dicendo: "Considerate questa terra come la vostra. Vostra quanto lo è Ayodhya. Chi può sperare di avere un ospite di tale importanza? È, in verità, una mia fortuna." Guha aveva preparato un sontuoso intrattenimento. Continuò dicendo: "Sentitevi perfettamente a casa e felici nel mio regno. Potrete passare tutti i quattordici anni qui con noi. Non vi mancherà nulla, ve lo assicuro. Prendermi cura di voi sarà per me un piacere e un privilegio. Siate così gentili da accettare la mia ospitalità." Abbracciando con calore ancora una volta Guha, Rama rispose: "Fratello, so quanto è profondo il tuo amore per me. Il tuo desiderio è esso stesso tanto generoso quanto l’ospitalità offerta. Ma sono legato ai miei voti e devo rifiutare ciò che li oltrepassa. Sono venuto per vivere nella foresta e non per godere la vita come ospite di un capo. Questi cavalli sono i favoriti e i più cari a mio padre. Ti prego di foraggiarli bene. Ci accontenteremo di cibo semplice e del riposo della notte." Si stesero sotto l’albero per la notte. Guha e Lakshmana rimasero svegli conversando con Sumantra. Guha disse a Lakshmana: "Fratello, vai e riposa, c’è un letto preparato per te. I miei uomini faranno la guardia con attenzione. Nessuno osa fare qualcosa in questa foresta che io non sappia. Non avere ansie riguardo alla sicurezza di Rama. Riposa." Lakshmana gli rispose: "Come posso trovare riposo, Guha? Qui distesa sul suolo c’è Sita, figlia del grande Janaka e nuora del grande Dasaratha. Il grande Purushottama in persona che può soggiogare i tre mondi riposa disteso sull’erba. Come posso dormire vedendo ciò? "Mi chiedo come Ayodhya possa sopportarlo. Gli appartamenti delle regine devono risuonare di lamenti. Dubito persino che Kausalya e mia madre siano ancora vive in questo momento. In verità mio padre ha trovato in qualche modo la forza di dire a Rama: "Vai nella foresta." Ma dubito che abbia forza sufficiente per sopravvivere alla partenza di Rama. E se egli è morto anche le nostre madri avranno abbandonato la vita. E noi siamo qui, privati persino del privilegio di offrire gli ultimi riti funebri ai morti. "In ogni caso è assai improbabile che nostro padre e le nostre madri siano ancora vivi per accoglierci quando torneremo ad Ayodhya dopo il nostro periodo nella foresta." Così parlò Lakshmana nel suo dolore. Guha piangeva. La notte fu spesa in simili tristi conversazioni. La mattina presto, Rama disse a Lakshmana: "Dobbiamo attraversare adesso il fiume. Chiedi a Guha di approntare una barca sufficientemente grande per superare questo ampio fiume. Guha diede ordini ai suoi uomini in tal senso e avvisò Rama. Sumantra s’inchinò profondamente e rimase di fronte a Rama in attesa di altri comandi. Rama comprese il dolore non espresso e posandogli la mano sulla spalla gli disse: "Sumantra, torna ad Ayodhya in fretta e rimani a fianco del Re. Il tuo dovere ora è di prenderti cura di lui." "Oh, Rama - proruppe Sumantra - la rettitudine, il sapere e la cultura sembrano non avere più alcun valore. Voi, vostro fratello e Vaidehi state andando a vivere nella foresta. Quale sarà la nostra sorte? Come faremo a sopportare la reggenza di Kaikeyi?" Piangeva come un fanciullo. Rama, asciugandogli le lacrime, lo consolò: "La nostra famiglia non ha conosciuto amico più nobile di te. Sarà tuo compito confortare mio padre. Il suo cuore è lacerato dal dolore. Quali che siano i suoi ordini eseguili fedelmente. Non domandarti se chiede per sé o per fare piacere a Kaikeyi. Evita di dargli qualsiasi pena. Che non ci siano ansie fra noi. "Dovrai dire questo da parte mia al mio vecchio padre che è stato colpito da una sofferenza mai provata prima. Stringi i suoi piedi come mi hai visto fare e assicuralo da parte mia che nessuno di noi, non io o Lakshmana o Sita, ci sentiamo feriti o dispiaciuti all’essere stati allontanati da Ayodhya. Siamo desiderosi di iniziare questi quattordici anni di vita nella foresta che passeranno veloci sulle ali della felicità e in seguito torneremo certamente ai suoi piedi per ricevere la sua benedizione. Porta il nostro amore a mia madre Kausalya e dille che protetti dalle sue benedizioni stiamo bene. Dai la stessa notizia anche alle nostre matrigne, specialmente a Kaikeyi, affinché non pensi che siamo partiti in collera. Riferisci al Maharaja che è mia pressante preghiera che si acceleri l’insediamento di Bharatha, così che possa essere di consolazione per lui in nostra assenza." Ma Sumantra, incapace di trattenere il dolore, improvvisamente esclamò: "Come posso tornare e con quali parole dare conforto?" Poi, guardando il carro vuoto, piangendo disse: "Come posso condurre questo carro così desolato senza di voi?" Di nuovo Rama lo confortò e incoraggiò, insistendo sul dovere della pazienza, e lo mandò a casa. Poi, rivolto a Guha: "Guha, potrei veramente trascorrere quattordici anni nel tuo regno come desideri, ma così facendo adempierei al mio voto? Ho lasciato Ayodya per attuare la promessa di mio padre, e devo quindi condurre la vita di un tapasvi [un asceta]. Non devo toccare piatti cucinati e raffinati. Dobbiamo vivere solo di frutta, radici e quella carne che ci è concessa come offerta al fuoco del sacrificio."Confortato Guha con queste parole, i due fratelli cosparsero i loro capelli ricciuti con latte di banyan, aiutarono Sita a salire sulla barca e la seguirono. Guha ordinò al barcaiolo di portarli sull’altra riva. Il traghettatore li guidò rapidamente attraverso il fiume. In mezzo alla corrente Sita offrì una preghiera alla divinità del fiume: " Devi, aiutaci ad adempiere il voto e a ritornare salvi nella nostra madrepatria."Raggiunsero l’altra riva chiacchierando fra loro e là, per la prima volta, senza la scorta degli amici che li accompagnavano, i tre furono soli. "Lakshmana, tu sei la mia sola guardia armata ora. - disse Rama - Tu marcerai davanti, Sita seguirà e io camminerò dietro a voi due. Dobbiamo salvaguardare Sita il più possibile dalle asprezze della vita della foresta. D’ora in avanti non vi sarà nessuno a tenerci compagnia, né divertimenti o svaghi." Il pensiero di Rama si volse alla madre Kausalya. "Lakshmana," disse, "non dovresti tornare ad Ayodhya e prenderti cura di madre Kausalya e di Sumitra-devi? Io mi arrangerò in qualche modo per la mia permanenza nella foresta." Lakshmana rispose: "Perdonami fratello, non ritorno ad Ayodhya." In verità Rama non si aspettava altra risposta che questa. Mentre Rama era immerso nei pensieri delle madri lasciate a palazzo, Lakshmana lo consolò con parole d’affetto, di coraggio e di speranza. Passarono quella notte sotto un albero di banyan e partirono presto la mattina successiva per l’ ashram di Bharadwaja, che raggiunsero al calare del sole.Accettando l’ospitalità del saggio, gli chiesero di indicare dove avrebbero potuto passare tranquillamente l’anno nella foresta e, seguendo il suo consiglio e con le sue benedizioni, partirono per Chitrakoota.
‘domani’ Maggio 2010
Trascorsa la notte nell’Ashram di Bharadwaja, il mattino seguente, dopo aver salutato rispettosamente il Maharishi, Rama e i suoi compagni si misero in cammino verso le colline di Chitrakoota. Il saggio li aveva trattati con affetto, come se fossero figli suoi, e li aveva accomiatati con le sue benedizioni e le istruzioni sulla via migliore per attraversare la foresta. I tre seguirono scrupolosamente le sue indicazioni e raggiunsero il fiume Kalindi. Fabbricarono una zattera con legname, bambù e rampicanti raccolti nella foresta con cui Lakshmana costruì un sedile di ramoscelli e foglie per Sita. La traversata avvenne senza problemi. Nel mezzo del tragitto Sita rivolse il suo saluto alla dea del fiume e pregò affinché Rama potesse adempiere il voto e tutti loro tornare sani e salvi a casa. Dopo aver attraversato altri corsi d’acqua minori, giunsero ad un grande albero banyan descritto loro da Bharadwaja e anche sotto questo albero Sita offrì le sue preghiere. Rama chiese a Lakshmana di camminare davanti a Sita mentre lui avrebbe chiuso la fila. "Lungo la via raccogli per lei qualsiasi fiore o frutto che ti chieda e tienila di buon umore." Mentre procedevano Sita mostrava una viva curiosità per gli alberi, le piante rampicanti e si perdeva in ammirazione della bellezza che vedeva nei molti aspetti della vita della foresta. Durante il tragitto si divertirono molto e, per la notte, si fermarono a riposare sull’argine di un fiume. La mattina seguente Rama svegliò Lakshmana esortandolo con queste parole: "Ascolta il canto degli uccelli al sole mattutino: è tempo per noi di partire." Compiute le abluzioni e gli atti di devozione ripresero il viaggio lungo il sentiero indicato da Bharadwaja. Era estate, gli alberi e le piante erano fiammeggianti di fiori multicolori e i rami si piegavano sotto il peso dei frutti e delle fioriture. Di tanto in tanto, parlando con Sita, Rama metteva in risalto la bellezza della foresta: "Quanto è bella la foresta non guastata dall’ingerenza umana! Guarda quelle arnie che penzolano lassù! E il terreno interamente ricoperto dai fiori caduti! Ascolta il canto degli uccelli! Cantano meravigliosamente l’uno per l’altro e vivono felici! La vita sarebbe senza dubbio piacevole se potessimo gioire sempre di tali scenari e melodie." Poi, scorta in lontananza la collina Chitrakoota, si avviarono lieti, a passo veloce, in quella direzione. "Come è bella questa regione" esclamò Rama. "Qui la foresta offre frutta e radici eccellenti; l’acqua è trasparente e dolce e molti sono gli ashram dove dimorano i rishi; in loro pia compagnia, possiamo certamente vivere felici." Iniziarono quindi a costruire un loro ashram. Lakshmana era un abile lavoratore e in poco tempo edificò una solida capanna resistente alle intemperie e la rese confortevole e pratica. Completò da solo la struttura in fango con finestre e porte di bambù e altri materiali della giungla. Quando Lakshmana ebbe terminato la costruzione Rama lo abbracciò con le lacrime agli occhi e gli disse: "I delicati piedi della principessa di Mithila, soffici come fiori, hanno attraversato il duro suolo della foresta. Se i suoi piedi hanno compiuto un miracolo le tue mani, fratello, hanno sagomato una casa miracolosa! Oggi ho apprezzato il vantaggio che deriva dalla sventura." In questo luogo, a fianco dell’incantevole collina di Chitrakoota, sulla riva del fiume Maalyavati, i tre giovani vissero in quella capanna liberi da ogni preoccupazione, compiendo i loro riti giornalieri. Dimenticarono di essere in esilio e passavano il tempo felicemente, come Indra in cielo attorniato dagli di. Sumantra e Guha restarono ad osservare le tre figure fin quando fu possibile, e quando sparirono alla vista tornarono alla città di Guha immersi nella tristezza. Poco dopo Sumantra ritornò ad Ayodhya. Avvicinandosi alla capitale la trovò desolata e senza il solito allegro trambusto della vita di città. Non appena ebbe oltrepassato la porta della cinta muraria il carro fu circondato da una folla ansiosa di sapere: "Dove hai lasciato Rama? Come stava quando lo hai lasciato?" "Cara gente di Ayodhya," rispose Sumantra, "Rama e Lakshmana hanno attraversato il fiume Gange e, ordinatomi di tornare, sono penetrati a piedi nella foresta." Un grande grido di dolore si levò dalla moltitudine e molti si maledirono attribuendo la catastrofe ai propri peccati. Ai lati delle strade le donne si lamentavano piangendo: "Guardate il carro che era partito con i principi e Sita: ora è tornato vuoto." Sumantra continuò a condurre coprendosi il volto con il lembo della veste, vergognandosi di se stesso. Infine, raggiunta la reggia di Dasaratha, fermò il carro e scese. Anche di fronte al palazzo si era radunata una grande folla. Le donne dicevano fra loro: "Come farà Sumantra ad incontrare la regina Kausalya e annunciarle di aver lasciato il figlio nella foresta? Come potrà lei sopportare e sopravvivere al racconto?" In un crescendo di afflizione e confusione Sumantra entrò nel palazzo della Regina dove trovò il Re più morto che vivo. In tono sommesso riferì il messaggio di Rama e il Sovrano lo ascoltò affranto, in silenzio. A questo punto, Kausalya, incapace di controllare la propria collera si rivolse al Re: "Il tuo ministro è qui di fronte a te, tornato dalla foresta dove ha lasciato mio figlio per obbedire al tuo comando, perché taci? È stato facile e piacevole concedere favori a Kaikeyi. Perché te ne vergogni ora? Non sapevi che questo sarebbe stato il risultato delle tue azioni? Hai tenuto fede alla parola data. Puoi essere contento di questo. Ma chi può condividere il mio dolore? Lo devo sopportare tutto da sola. La tua sofferenza non attenua la mia angoscia. "Non vi sono regole che ti obblighino ad apparire afflitto per ciò che hai volutamente compiuto. Perché taci? Non c’è bisogno che ti trattenga dal dare libero sfogo al tuo dolore per tema di offendere Kaikeyi, perché lei non è presente. Senza dubbio dovresti chiedere notizie di Rama a Sumantra. Non hai un po’ di umanità? Perché cerchi di reprimere anche i tuoi sentimenti più naturali? Il dolore e l’amore per Rama le impedivano di vedere lo stato fisico e mentale di suo marito. Invece di alleviarne la pena la peggiorava. Dasaratha aprì gli occhi e Sumantra gli riferì ancora debitamente, con parole sue, il messaggio di Rama. Cercò anche di fare del suo meglio per consolare Kausalya che continuava a ripetere: "Portatemi dove si trova Rama e lì lasciatemi. La giovane Sita è con lui ad affrontare le asprezze della vita nella foresta. Non posso sopportare questa agonia. Lasciatemi andare a Dandaka con Sita." Sumantra le rispose: "Regina, sii forte. Scaccia questa sofferenza. Rama sta trascorrendo il suo tempo persino più felicemente nella foresta di quando era in Ayodhya. Non prova nessun dispiacere e Lakshmana è lieto di essere al servizio del fratello che ama. Per quanto riguarda Sita ella, là nella foresta come qui a palazzo, vive per Rama con ogni suo respiro e non conosce paura o delusione. Passa il suo tempo come se fosse una divinità silvestre ed è tanto felice laggiù quanto lo era qui ad Ayodhya quando giocava nel boschetto e nei giardini. La bellezza del suo volto è ancora quella della luna che sorge, come una cerbiatta vive con grazia senza preoccupazioni passando ore dorate con Rama al suo fianco. Ogni nuova scoperta e suono sono una ragione di gioia per lei e un tema di dialogo col marito e Lakshmana. "Cammina scalza e i suoi piedi sono rossi come il loto e non hanno bisogno di essere dipinti con henna. Si muove nella foresta come se stesse danzando; non le mancano che le tintinnanti cavigliere. Tutto ciò che dico è vero. Non hai ragione di angustiarti. Loro tre stanno compiendo il proprio sacro dovere e stanno dando una lezione al mondo. Mantengono la parola del Re e per questo la loro vita sarà ricordata e lodata per sempre. Perché dunque dovremmo rattristarci?" Dopo tali parole Kausalya si sentì consolata. Ma ben presto si intristì di nuovo e cominciò a lamentarsi: "Ahimè, ahimè, Rama, bambino mio." Le parole pungenti, nate dal dolore, della regina che sembrava in questo modo trovare un po’ di sollievo, avevano causato un tormento straziante a Dasaratha. "Orgoglioso per aver mantenuto la tua parola e felice dell’approvazione e della gratificazione di Kaikeyi, non pensi agli altri? Sei stato il mio universo e il mio dio, la gioia in questo mondo e la speranza per il prossimo e mi hai abbandonata. Mio figlio, la luce della mia vita mi è stato strappato e bandito. Vivo qui sola, vecchia, una donna senza speranza, senza l’amore del mio signore o la vista del mio unico figlio. È mai esistita donna più infelice? Ma tu sarai contento di ciò che hai fatto. "Per te basta che Kaikeyi e Bharata siano felici. Non hai bisogno di temere che Rama sciupi quella felicità anche se ritorna dalla foresta fra quattordici anni. Non toccherà il regno governato da Bharata. La tigre non tocca gli avanzi della caccia di altri animali. Come un pesce che si nutre della sua prole tu hai ucciso tuo figlio." Toccato sul vivo il Re, persino nell’intensità del suo tormento, si volse a mani giunte verso la moglie con un’umile preghiera di perdono. "Abbi pietà di me Kausalya - gemette – sei stata gentile e disposta al perdono anche con gli estranei. Mostra un po’ di compassione verso tuo marito che ti ha sempre amata e onorata e ha il cuore spezzato da un dispiacere che non conosce rimedio!" Queste parole compassionevoli, la vista del marito supplice e il ricordo delle ore più felici colpirono la nobile regina nel profondo ed ella cadde ai suoi piedi chiedendo perdono per le parole sconvenienti che la sofferenza l’aveva costretta ad esprimere. Mentre le ore pesanti come il piombo scorrevano lentamente, Dasaratha rammentò qualcosa che era accaduto tanto tempo prima e il ricordo aggravò l’angoscia del suo cuore. Il re si volse verso Kausalya e disse: "Sei ancora qui mia cara? Non si può mai sfuggire al frutto delle proprie azioni. Io ora sopporto la conseguenza di un grande peccato che commisi in giorni ormai passati. Gli uomini a volte, nella loro ignoranza, causano grandi dispiaceri mentre sono alla ricerca di qualche fuggevole, momentaneo piacere. Poi, quando arriva il momento, bisogna pagarne il prezzo. "Da giovane, possedevo l’abilità di colpire col mio arco bersagli nascosti alla vista, mirando seguendo solo il rumore. Una volta, per il piacere di esercitare questa mia maestria, ho ucciso un uomo innocente e commesso un grande peccato. Ascolta, ti racconterò questa triste avventura. "Fu prima che ci conoscessimo. Una notte uscii sul mio carro per cacciare sulle sponde del fiume Sarayu. Aveva piovuto intensamente e dal fianco della montagna scorrevano ruscelli carichi dei ricchi colori dei minerali e di terreno fresco. Gli uccelli erano muti e la foresta sembrava addormentata. "Potevo mirare usando i rumori e colpire, senza vederla, una tigre o un orso o un altro animale selvaggio che giungesse a soddisfare la sua sete al corso d’acqua. Volevo mettere alla prova questa abilità. L’oscurità era completa. Attendevo che giungesse qualche animale. "Poi udii un gorgoglio, come di un elefante che stesse bevendo. Scoccai una freccia. La saetta sibilò come un serpente velenoso e colpì. Rimasi scioccato nell’udire una voce umana esclamare: "Ahimè, sto morendo!" "Udii l’uomo lamentarsi ancora, pietosamente: "Chi può essermi nemico? Non ho mai fatto del male ad alcuno. Chi, quindi, può volermi uccidere mentre stavo riempiendo d’acqua la brocca? Cosa potrebbe guadagnare da un simile atto? Perché qualcuno dovrebbe provare odio verso chi vive un’innocente vita da eremita nella foresta? Cosa accadrà ora ai miei anziani genitori ciechi, con nessuno che possa curarsi di loro? O disgrazia!" "Paralizzato dall’orrore, tremavo in tutto il corpo. Arco e frecce mi caddero di mano. Mi avvicinai al luogo da cui giungeva la voce: lì trovai un giovane asceta steso al suolo coi capelli arruffati e il corpo sporco di terra e sangue. Al suo fianco una brocca rovesciata. Lo sguardo dei suoi occhi era come fuoco. Quando mi vide gridò: "O Peccatore che mi hai ucciso! Perché hai scoccato la freccia su di me che stavo raccogliendo acqua al ruscello? I miei genitori, anziani e ciechi, hanno sete e mi stanno aspettando nell’ashram, pensando che tornerò con la brocca piena. Perché mi hai voluto uccidere? O Dio, le mie penitenze e devozioni si sono risolte in nulla. I miei vecchi non sanno che giaccio qui colpito e senza speranza. Continueranno ad aspettarmi, e anche se sapessero, cosa potrebbero fare ciechi e senza aiuto? Chi sei? Cosa! Non sei tu forse il Re di Kosala? E così, tu, il Re che hai il dovere di proteggermi, mi hai ucciso. Molto bene, O Re, vai tu stesso a raccontargli cosa hai fatto. Cadi ai loro piedi e chiedi umilmente perdono, altrimenti la loro ira ti ridurrà in cenere. Vai, segui quel sentiero, vai immediatamente e salvati. Ma prima di andare estrai questa freccia che mi tortura, così il dolore cesserà." "Sapevo che se avessi estratto la freccia il dolore sarebbe terminato, ma così pure la sua vita con un fiotto di sangue. La mano si rifiutò di farlo e per un momento stetti senza sapere cosa fare. "Allora il giovane asceta mi disse: "Non esitare, poni fine al dolore. La mente è ora chiara e mi sono calmato. Estrai con coraggio la freccia e libera la mia vita." "Estrassi con delicatezza la freccia. Il giovane accasciato sul terreno si volse, emise un sospiro e, con gli occhi fissi su di me, spirò. "È questo crimine che adesso mi perseguita. Devo soffrire in me stesso l’agonia di quei genitori ciechi che ho privato del figlio." Dasaratha continuò: "Ascolta, ti dirò ciò che accadde dopo. "Commesso il peccato e dopo aver assistito alla morte del giovane asceta, mi chiesi cosa avrei dovuto fare. Alla fine conclusi che era mio dovere e mio interesse fare ciò che lui mi aveva consigliato. Pulii e riempii d’acqua fresca la brocca e mi incamminai lungo il sentiero che mi aveva indicato. "Raggiunsi la casetta e vidi l’anziana coppia che attendeva il ritorno del figlio. Sedevano là come due uccelletti con le ali rotte, avvizziti nel corpo e incapaci di muoversi. Erano entrambi ciechi. "Stavano parlando fra loro chiedendosi la ragione del gran ritardo del figlio. Mentre mi avvicinavo, lentamente, fui invaso dal terrore. "Il vecchio, udendo i miei passi, mormorò: "Perché questo grande ritardo, figlio mio? Presto dammi un po’ d’acqua da bere, anche tua madre ha sete. Ti stavi divertendo al ruscello? Qual' è stata la ragione di questo ritardo, figlio? Perché non parli? Anche se io o tua madre ti avessimo offeso in qualche modo, non devi prendertela in questo modo. Tu sei un figlio perfetto e il nostro unico sostegno. Abbiamo perduto la vista e tu sei i nostri occhi. Ci sei veramente molto più caro della nostra stessa vita. Perché ancora taci? Sei ancora arrabbiato?" "Udendo il vecchio sdentato parlare in questo modo tremavo di paura. Raccolto il coraggio gli dissi: "O sant’uomo, mi chiamo Dasaratha, sono uno Kshatriya, vincolato ad obbedirti e a servirti, sebbene non l’abbia fatto con tuo figlio. Guidato dal mio precedente karma, ho commesso un terribile delitto e sto qui in spregevole umiltà di fronte a voi. Sono andato sulla riva del fiume per svagarmi, sperando di uccidere animali selvaggi. Ho pensato di aver udito nell’oscurità un elefante che si abbeverava e ho scoccato la freccia perché sono un tiratore scelto che può colpire utilizzando il suono o la vista. Ed è stata la mia sfortuna e il suo fato che la freccia abbia colpito vostro figlio nel momento in cui stava riempiendo la brocca. Così, senza averne l’intenzione, ho ferito mortalmente vostro figlio. Quando raggiunsi il luogo e lo vidi riverso nel sangue con la freccia nel petto, mi sono maledetto. Paralizzato dal terrore non sapevo cosa fare. Su sua richiesta ho estratto il dardo per liberarlo dal dolore. È morto. Vi ho raccontato il tremendo peccato che ho commesso. Mi getto ai vostri piedi e vi chiedo perdono. Attendo il vostro giudizio." "La sventurata coppia era ammutolita al tremendo racconto sulla sorte del figlio. I loro occhi privi della vista piangevano. Il vecchio disse: ‘Re, il tuo delitto è veramente grande, ma fu compiuto nell’ignoranza. E sei venuto di persona a dirmelo, per questo vivrai. Portaci entrambi sul luogo, che possiamo toccare il nostro amato figlio con le nostre mani e inviarlo alla custodia di Yama’." "Li condussi al fiume dove giaceva il figlio morto. Toccarono il corpo dappertutto, piangendo e benedicendo la sua anima e infine eseguirono la cremazione. "Poi, prima di salire sulla pira funeraria e dare se stessi alle fiamme, si volsero verso di me e dissero: "Anche tu dovrai a tempo debito sopportare questa grande afflizione che ci hai portato. Morirai di dolore separato da tuo figlio." "Dicendo questo s’immolarono e le loro anime si congiunsero agli dèi. Il mio crimine mi ha seguito e ora sono preso nella sua morsa. "Il mio vecchio delitto mi sta uccidendo. Come il cibo proibito dai medici e consumato follemente uccide l’uomo ammalato, ciò che quel vecchio padre disse fra insopportabili sofferenze si è ora avverato. Ho inviato mio figlio innocente nella foresta e, incapace di sopportare lo strazio della separazione, adesso entro nella dimora di Yama. "In che altro modo potrebbero questi eventi innaturali aver luogo? Come altrimenti avrei potuto essere in tal modo raggirato e tradito? Anche se ora ordino a Rama di andare nella foresta, perché dovrebbe obbedire al mio ingiusto comando? Perché insistere nell’essere esiliato? è la maledizione di quella vecchia coppia di ciechi, nient’altro. "Kausalya, non ti vedo. La mia vista se n’è andata. La morte si appressa velocemente. Vieni più vicino e fatti toccare. Tutto è finito. I messaggeri di Yama mi stanno chiamando. Arriverà Rama? Lo vedrò prima di morire? Oh, sto morendo. L’olio è tutto consumato e la mia luce si spegne! Ah, Kausalya! Oh, Sumitra!" La vita venne meno lentamente e quella notte, non notato da alcuno, il Re esalò l’ultimo respiro. La sua morte non fu immediatamente notata da Kausalya o Sumitra perché era svenuto così spesso e poi si era sempre ripreso. Inoltre erano stanche per l’afflizione e la veglia e per la fatica si erano addormentate in un angolo dell’appartamento. All’alba i musicisti e i cantanti che avevano il compito di risvegliare il Re dal sonno raggiunsero la stanza da letto e cantarono i soliti inni, ma non videro alcun segno di risveglio nel Re. I servitori reali, che si occupavano di lui la mattina, aspettarono a lungo e si chiesero come mai dormisse fino a così tardi. Poi si fecero arditi ed entrarono nell’appartamento e lo trovarono morto. La notizia si diffuse rapidamente e il palazzo si riempì di tristezza. Le vedove del grande Dasaratha piangevano come bambine divenute orfane, abbracciandosi l’un l’altra in vani lamenti.
‘domani’ Agosto 2010
Kausalya avvinghiata al corpo del Re gridava: "Andrò col Re nella dimora di Yama. Come posso vivere senza mio figlio e mio marito?" Gli anziani e gli ufficiali di palazzo riuscirono a separarla dal corpo e a condurla via. Poi, discussero dei riti funebri che non potevano essere eseguiti immediatamente perché Rama e Lakshmana erano andati nella foresta e Bharata e Satrughna erano lontani nel palazzo dello zio. Si decise di mandare a chiamare Bharata e di tenere il cadavere immerso nell’olio fino al suo arrivo. I resti del grande monarca vennero così conservati in attesa dell’arrivo di Bharata. Ayodhya, la Città dello Splendore, era immersa nell’oscurità e nei lamenti. Folle di donne si riunivano qui e là e ingiuriavano Kaikeyi. Nel cuore degli uomini vi era ansia: il principe ereditario era andato in esilio nella foresta e anche Bharata era lontano; si temeva l’anarchia, perché nessuno a quei tempi poteva immaginare un popolo senza un re. Trascorsa una lunga notte, la mattina i ministri, gli ufficiali e gli anziani si riunirono nella sala delle udienze. Maarkandeya, Vaamadeva, Kaashyapa, Kaataayama, Gautama, Jaabaali e altri uomini sapienti con Sumantra e altri ministri s’inchinarono al ministro Vasishtha e dissero: "Signore, la notte appena trascorsa è stata lunga quanto un secolo. Il Re non è più con noi. Rama e Lakshmana sono nella foresta, Bharata e Satrughna sono nella lontana Kekaya nella casa dello zio. Qualcuno deve immediatamente assumere la responsabilità di governare. Una nazione senza re non può sopravvivere. L’ordine svanisce, il figlio non obbedisce al padre e la moglie al marito. Le piogge cessano. Ladri e furfanti possono girare indisturbati. La reciproca fiducia fra la gente è perduta. L’agricoltura e il commercio non possono più fiorire. Senza un re, il paese perde la propria prosperità. Le sorgenti della carità si seccano, le celebrazioni e le commemorazioni nei templi finiscono, si esauriscono le spiegazioni degli Shastra e dei poemi epici e non ci sarà neppure chi le ascolterà. Il popolo cesserebbe di dormire con le porte aperte. La cultura declinerebbe e rapidamente sparirebbe. Penitenze, voti, divertimenti e conoscenza – tutto è subordinato alla protezione del re. La stessa bellezza delle donne svanirebbe. Il senso di sicurezza andrebbe perduto e gli uomini si divorerebbero l’un l’altro come fanno i pesci. La crudeltà e la miseria crescerebbero velocemente e lascerebbero un paese devastato. Perché prosperi il bene e il male sia contenuto, un re è indispensabile. "È come se una grande oscurità avesse invaso la nazione – aggiunsero – il Dharma è in pericolo, assicuriamoci subito un re." Vasishtha chiamò messaggeri esperti e disse loro: "Partite all’istante: recatevi per la via più breve e veloce a Kekaya. Abbiate cura di non mostrare alcun segno di dolore sul volto o nel comportamento. Bharata non deve sapere che il Re è morto. Ditegli semplicemente che i ministri e i precettori della famiglia desiderano il suo ritorno immediato ad Ayodya e riportatelo con voi alla massima velocità che vi sia concessa. Non ditegli nulla di Rama o di Sita partiti per la foresta o della morte del Re per non dargli pena. Per evitare ogni sospetto portate con voi i consueti regali di gioielli e abiti preziosi da presentare al Re di Kekaya." I messaggeri furono approvvigionati ed equipaggiati per il lungo viaggio e ricevettero anche i doni da portare in omaggio. Cavalli veloci e resistenti li condussero attraverso fiumi, foreste e colline alla loro meta. La notte in cui i messaggeri arrivarono Bharata ebbe degli incubi e si svegliò la mattina colmo di ansia sul loro significato. Sono ancora sconosciuti gran parte dei segreti della natura e della telepatia degli affetti umani. Forse, la sofferenza e l’agonia di Dasaratha avevano raggiunto Bharata. Egli pensò: "Mi sembra che la morte si stia avvicinando a me, a mio fratello Rama e a Lakshmana. Si dice che i sogni fatti di prima mattina non manchino mai di realizzarsi. E i miei sono stati terribili. Sono pieno di paura. Non so cosa fare." Proprio in quell’istante vennero annunciati i messaggeri. Il Re di Kekaya e suo figlio Yudhaajit ricevettero gli inviati con la consueta cortesia. Questi resero omaggio al Re e ai principi, poi si volsero a Bharata e dissero: "I sacerdoti e i ministri ti inviano le loro benedizioni e chiedono il tuo ritorno immediato ad Ayodhya. Desiderano che noi ti comunichiamo la necessità della tua presenza che è richiesta con la massima urgenza. Ti preghiamo di toccare in segno di accettazione gli abiti e i gioielli perché vengano dati a tuo zio come regali dal palazzo di Ayodhya." Bharata interrogò i messaggeri sul benessere di tutti quelli a casa e temendo che la convocazione avesse a che fare con sua madre chiese: "E mia madre, la regina Kaikeyi, che si crede saggia e deve sempre ottenere tutto a modo suo è in buona salute?" Il meglio che gli inviati seppero rispondere fu: "O tigre fra gli uomini, tutti coloro che ti stanno a cuore sono in buona salute. Lakshmi, la dea della sovranità, la cui dimora è il loto, ti corteggia. Sali sul tuo carro senza indugio." Vi era un enigma in questo saluto originato dal fatto che, secondo loro, Bharata doveva essere incoronato. Il principe si congedò dallo zio e dal nonno e viaggiò velocemente, senza curarsi della fatica, e giunse a tappe forzate ad Ayodhya la mattina dell’ottavo giorno. Il carro del principe entrò in città attraverso la Porta della Vittoria. Le vie, le case e i templi erano disadorni, i volti della persone apparivano tesi e scarni. "Come mai gli strumenti musicali sono silenziosi?" chiese, "Perché i cittadini non sono adornati di fiori e di pasta di sandalo? Tutti questi sono segni infausti, non posso reprimere l’ansia." Giunse al palazzo di Dasaradha senza trovarvi il Re. La sua ansia crebbe. Entrò quindi nel palazzo di Kaikeyi dove sua madre, al vederlo dopo la lunga assenza, balzò dal suo divano dorato per abbracciarlo. Egli si chinò a toccarle i piedi ed ella lo baciò sulla fronte accogliendolo con le benedizioni materne. "Hai fatto buon viaggio?" chiese, "Lo zio e il nonno stanno bene? Raccontami di loro." Egli le rispose: "Il viaggio è durato sette giorni. Tutte le nostre genti a Kekaya sono felici e stanno bene. Il nonno e lo zio ti inviano il loro amore. Hanno mandato ricchi regali per te, ma arriveranno più tardi. Sono giunto in anticipo. Gli inviati mi hanno sollecitato dicendo che vi era un lavoro urgente che richiedeva la mia presenza. Di cosa si tratta? Sono andato al palazzo del Re senza trovarlo e anche qui il suo divano è vuoto. Forse si trova presso qualcuna delle mie madri più anziane. Devo raggiungerlo e rendergli omaggio." Quando Bharata, con cuore innocente e all’oscuro di tutto disse queste cose, la folle regina, intossicata da un nuovo senso di potere rispose: "Figlio mio, tuo padre ha avuto la sua parte colma delle benedizioni della vita. La sua fama era grande. E aveva eseguito tutti i sacrifici richiesti dalla tradizione. Era un rifugio per i buoni e ora è passato nel mondo superiore e ha raggiunto gli dèi." Bharata, udite queste parole, cadde al suolo con un grido di dolore e guardando il letto vuoto di suo padre pianse come un orfano indigente. La madre vedendolo a terra come un grande albero abbattuto dall’ascia gli disse: "Alzati o Re, levati. Non è giusto per un Re piangere in questo modo e rotolarsi sul pavimento. Onore e gloria stanno attendendo il tuo consenso. Devi sostenere il dharma ed eseguire i riti funerari per tuo padre. La tua intelligenza brilla come il sole a mezzogiorno. Nessuna sfortuna osa avvicinarsi. Figlio, forte di corpo e di cuore, alzati." La mente di Bharata era immacolata, senza macchia, e quindi non si accorse di tutto quello che Kaikeyi aveva messo nel suo appello! Dopo essersi lamentato a lungo si alzò e disse: "Come sopporterò questa calamità? Non vedrò più il volto di mio padre. Di cosa è morto? Come si è ammalato? E io non ero al suo fianco quando giaceva sofferente! È toccato a Rama assisterlo negli ultimi istanti. Ma, madre, dov’è Rama? D’ora in avanti sarà per me sia padre che precettore. Devo incontrarlo immediatamente e baciargli i piedi. Ora è lui il mio solo rifugio. Quale è stato l’ultimo messaggio di mio padre per me? Desidero sentire le sue stesse parole. La risposta di Kaikeyi doveva esprimere sia la verità dei fatti che le sue macchinazioni. E voleva, allo stesso tempo, preparare il figlio alle altre notizie, per cui gli disse: "Tuo padre ha reso l’ultimo respiro lamentandosi e invocando: "Ah, Rama, ah, Lakhmana, ah, Jaanaki." Queste furono le sue ultime parole: "Non mi è dato di vivere per vedere Rama, Lakshmana e Sita tornare. Felici coloro che vedranno il loro ritorno." Bharata si rese conto che i fratelli non erano a palazzo e con ancor maggior dolore chiese alla madre: "Dove sono? Quale impegno può averli allontanati dal fianco di mio padre nei suoi ultimi momenti di vita? " Sperando di pacificarlo Kaikeyi rispose: "Figlio mio, Rama ha indossato gli abiti dell’asceta e, portando Lakshmana e Sita con sé è andato nella foresta Dandaka." Lo stupore di Bharata non ebbe più limiti. Disse: "Non capisco nulla di ciò che mi dite. Quale peccato può aver commesso per dover sottomettersi a una simile espiazione? Ha derubato qualche Brahmana, o ferito un innocente o desiderato la moglie altrui? Perché è dovuto andare nella foresta? Chi ha posto sulle sue spalle una tale penitenza?" Sotto questa tempesta di domande Kaikeyi raccontò la verità sperando follemente per il meglio. "Rama non ha commesso alcun crimine. Non ha rubato o ferito alcuno. E non è nella natura di Rama di mettere gli occhi sulla moglie di altri. Quello che è accaduto è che io, vedendo i preparativi per l’incoronazione di tuo fratello a principe della corona e reggente, ho avvicinato il Re nel tuo interesse e sono riuscita a ottenere due doni che mi aveva promesso molto tempo fa. Gli ho chiesto che il regno fosse tuo e che Rama venisse esiliato nella foresta. Legato alla sua promessa il Re ha acconsentito. Di conseguenza Rama, con Lakshmana e Sita, si è recato nella foresta, mentre tuo padre, incapace di sopportare il distacco, è morto di dolore. Non perderti ora in vani lamenti. Pensa a ciò che devi fare. Tu conosci il dharma. Il tuo dovere è quello di accettare il peso dell’autorità di Re. Ho fatto tutto questo per te e ora devi raccogliere il frutto delle mie azioni. La città e il regno sono diventate tue senza che tu lo cercassi o fossi attivo per ottenerli. Compi, seguendo le istruzioni di Vasishtha e degli altri saggi, le esequie di tuo padre e poi preparati per l’incoronazione. Sei uno Kshatriya, hai ereditato il regno di tuo padre, prenditi cura di ciò che ti è capitato in sorte come un dovere." Bharata, a questo punto, comprese tutta la portata dell’enorme complotto ordito dalla madre. Sopraffatto dalla pena e dalla rabbia, non riuscì a controllarsi: al pensiero di ciò che lei aveva fatto e dell’eterna infamia che aveva attirato su sé stessa, la sua pena crebbe a dismisura e le parlò con parole spietate: "Cosa hai fatto?", gridò, "speri di farmi accettare il Regno? Privo di un tale padre e fratello, pensi che mi interessi il potere? Dopo aver causato la morte del Re e l’esilio di Rama, mi chiedi di prendere il loro posto e regnare. Questo è come versare olio sul fuoco del mio dolore. Oh, quanto sfortunato è stato mio padre nell’averti scelta come moglie! Anche Kausalya e Sumitra morranno di dolore. Come hai potuto fare questo a Rama che ti era così devoto? Madre Kausalya ti ha trattato come se fossi sua sorella. Come hai potuto pensare di complottare contro il suo figlio amato? E non sapevi quanto io amassi Rama? L’avidità ti ha distrutto il cervello. Altrimenti non avresti concepito per la mia felicità una cosa tanto folle! Anche il grande Re faceva assegnamento su Rama e Lakshmana. Come hai potuto pensare che in loro assenza avrei regnato? E, anche se ne fossi capace, che avrei accettato? Il tuo desiderio non avrà mai la mia cooperazione. Non posso più considerarti come madre. Tronco ogni relazione con te e rifiuto di considerarti mia madre. "Come hai avuto la fantasia anche solo di pensare di disprezzare le regole e i costumi e fare incoronare un figlio non primogenito? La legge dei Re e la tradizione della nostra famiglia non può essere violata. Io non sarò complice del tuo disegno. Andrò nella foresta e riporterò Rama. Porrò la corona sul suo capo e gioirò nell’essere il suo fedele servitore." Bharata alzò la voce e aggiunse: "Bandire Rama! Sei tu che dovresti essere bandita, donna crudele, che hai abbandonato la via del dharma. Per quanto ti riguarda puoi considerarmi morto, preferirei essere morto piuttosto che il figlio di un’assassina! Kaamadhenu, la vacca-madre, aveva centinaia di migliaia di figli, e tuttavia pianse alla vista della sofferenza di due tori aggiogati all’aratro e le sue lacrime ustionarono Indra sul suo trono nel paradiso più alto. E tu hai inviato l’unico figlio di Kausalya nella foresta, sperando con ciò che tu e io avremmo potuto essere felici! "Eseguirò le esequie e andrò nella foresta a gettarmi ai piedi di Rama per ricondurlo al suo regno. E poi, per lavare il peccato e la vergogna che mi hai gettato addosso condurrò una vita da asceta nella foresta Dandaka." Non trovando sollievo nelle parole, sospirando come un giovane elefante appena catturato, con le lacrime che gli scorrevano sulle gote, sentì di non poter reggere più a lungo la vista di sua madre e corse verso gli appartamenti di Kausalya per trovarvi un luogo più adatto a esprimere la sua afflizione. Così Kaikeyi si rese conto che il suo castello in aria era finito in fumo. Si abbandonò in lacrime sul pavimento e la più dolorosa di tutte le sue riflessioni fu quella di aver perpetrato un crimine invano. Il primo pensiero di Kausalya quando seppe dell’arrivo di Bharata fu che egli si fosse affrettato a rientrare per appropriarsi della fortuna che gli era piombata addosso. Non avevano forse i ministri e gli anziani, guidati da Vashistha, deciso di fare chiamare il principe perché potesse compiere i riti funebri ed essere poi incoronato re? Di conseguenza, vedendolo giungere gli disse a bassa voce, col cuore ancora desolato dalla perdita del marito e del figlio: "Bharata, la reggenza è stata assicurata da Kaikeyi per il tuo bene. Non devi temere alcun problema o impedimento da parte nostra. Prendilo e che tutta la felicità possa essere tua. Ti chiedo solo una grazia: permettimi di unirmi a tuo padre sulla pira funeraria." Queste parole giunsero come frecce avvelenate alle orecchie del principe che cadde ai suoi piedi e li afferrò incapace di parlare. Kausalya aggiunse: "Almeno, consentimi di andare a vivere nella foresta con Rama". Bharata, incapace di reggere tutte queste parole pietose e impossibilitato dal dolore a parlare, svenne. Ripresosi rispose: "Madre, perché mi torturi in questo modo? Sono innocente. Sai che ero lontano e all’oscuro delle azioni malvagie che si stavano compiendo a palazzo. Non sai quanto amore provi per Rama? Avrei mai potuto fargli una cosa simile? Possano tutti i peccati del mondo scendere su di me se ho avuto il minimo sentore di ciò che si stava macchinando. Non ho nulla a che fare con questo intrigo e non desidero raccoglierne i frutti. L’appassionata sincerità del principe convinse Kausalya che i propri sospetti erano ingiusti e con cuore rinfrancato, teneramente, rialzò Bharata e ne pose il capo in grembo accarezzandolo come fosse Rama stesso. "Mio caro figlio, la mia pena è raddoppiata vedendo la sofferenza che si agita nel tuo cuore innocente. Cosa possiamo fare, figlio? Siamo tutti giocattoli nelle mani del fato. Possa la ricompensa per la tua bontà restare con te in questo mondo e in quello a venire!" * Le esequie del Re morto si svolsero come si conviene e, quattordici giorni dopo la morte del re, i ministri riunirono l’Assemblea e si rivolsero a Bharata dicendo: "Il re è passato nel mondo dell’al di là. Rama e Lakshmana sono nella foresta. Il regno è ora senza re. È giusto che tu assuma la reggenza come noi ti chiediamo. I preparativi per l’incoronazione sono completati e i cittadini e i ministri stanno attendendo il tuo consenso. Questo è il regno della legge dei tuoi antenati e spetta a te essere unto e regnare con giustizia su di noi." Bharata girò con mani giunte intorno ai materiali preparati per l’incoronazione e si rivolse con voce grave all’assemblea degli anziani: "Non considero giusto che mi chiediate di accettare il regno. Secondo le usanze della nostra casata il trono appartiene al figlio maggiore. Con tutto il rispetto per voi, ho deciso di recarmi nella foresta e riportare Rama ad Ayodhya con Lakshmana e incoronarlo. Vi prego di preparare gli uomini e i materiali necessari allo scopo. Allestite la strada per il viaggio, mobilizzate gli operai necessari. È mia decisione definitiva e irrevocabile di non accettare la corona." Nell’udire le parole del principe l’intera assemblea era fuori di sé dalla gioia. Applaudirono il suggerimento di Bharata. Venne organizzata una spedizione con un grande seguito per accompagnare il principe nella foresta. Un esercito di operai si avviò a preparare il percorso. Uomini che conoscevano la foresta, genieri che potevano scavare pozzi e canali, maestri d’ascia per le barche, carpentieri e ingegneri lavorarono entusiasticamente perché erano coinvolti nell’impresa di riportare Rama a casa. Furono scavati canali di scolo, vennero abbattuti alberi, i saliscendi del percorso vennero livellati, le marcite drenate e furono approntati spazi per il riposo dell’esercito con acqua fresca da bere e ogni altra cosa necessaria. Mentre si svolgevano i preparativi Vashista e gli altri ministri radunarono di nuovo l’assemblea. Non avevano rinunciato all’idea di convincere Bharata ad accettare il trono. L’assemblea era riunita in attesa dell’ingresso del principe senza macchia. Egli entrò nella sala come la luna piena che sale in cielo. S’inchinò agli anziani e si sedette. Vashistha prese la parola: "Questo regno ti è stato dato da tuo padre e da tuo fratello Rama; accettalo e proteggici secondo le antiche usanze." Ma il cuore di Bharata era lontano, in compagnia di Rama. Il principe rivolse frasi di rimprovero rispettoso all’indirizzo dei suoi precettori, mentre le parole lottavano con le lacrime: "Come potete chiedere a uno della mia razza ed educazione di usurpare ciò che appartiene a qualcuno assai più nobile e più degno di me? Può forse uno qualsiasi dei figli di Dasaratha immaginare una simile iniquità? Questo regno, io stesso e tutto ciò che d’altro vi è in esso apparteniamo a Rama. Lui è il maggiore, il più nobile fra noi, un amante del dharma, pari a Dilipa e Nashusha di antica memoria. Egli è il re giusto, degno di regnare sui tre mondi. Da qui, io offro a Rama nella foresta il mio omaggio. Lui è il Re, non io!" L’Assemblea scoppiò in lacrime di gioia all’udire queste parole. E Bharata continuò: "Se sarò incapace di convincere Rama il Re ad acconsentire, resterò laggiù in penitenza. È vostro dovere, o Anziani, usare ogni mezzo per riportare qui Rama. Farò tutto quello che è in mio potere per ricondurre mio fratello ad Ayodhya e incoronarlo Re." ‘domani’ Novembre 2010
Guha, il re cacciatore, scrutando il fiume Ganga notò sulla riva opposta un’inconsueta agitazione. Un grande esercito si era accampato. Indicandolo a un familiare disse: "Chi è costui che arriva con un esercito così grande con l’intenzione di attraversare il fiume? Dalla bandiera sembra trattarsi del figlio di Kaikeyi, Bharata, e del suo esercito. Sì, riesco a vedere la bandiera sventolare in cima al carro e distinguo l’insegna dell’albero: è proprio lo stemma del Re di Ayodhya. Ma ora Bharata è nemico di Rama. Ha ottenuto ingiustamente il regno grazie alle macchinazioni di sua madre Kaikeyi e sembra essere alla ricerca di Rama per ucciderlo. Raduniamo i nostri guerrieri, i familiari e gli amici, che si tengano pronti su questa riva. Raduna tutte la barche e riempile di uomini armati pronti alla battaglia. Aspettiamo e vediamo cosa succede. Se non hanno intenzioni malvagie verso Rama li aiuteremo, altrimenti non gli consentiremo di attraversare il fiume." E così, preparati i suoi, Guha, per dovere di ospitalità, salì su una barca con alcuni doni per incontrare Bharata. Sull’altra riva, nello stesso istante Sumantra stava dicendo al principe: "Guarda! Guha, il re cacciatore, amico fedele di Rama, sta arrivando con la sua gente per darci il benvenuto. È il monarca di questa regione. Lui e i suoi conoscono ogni angolo della foresta. Potrebbero dirci dove trovare Rama e condurci da lui rapidamente e in tutta sicurezza." Attraversato il fiume, Guha si inchinò a Bharata dicendo: "Sono sorpreso della tua visita inattesa, ma considera tuo tutto ciò che mi appartiene e attendo i tuoi ordini. È un onore ospitare te e il tuo esercito." Bharata gli rispose: "Sei molto gentile, o amico di mio fratello, ad offrire ospitalità a un così grande esercito, ma desidero procedere verso l’eremitaggio di Bharadwāja. Non conosciamo la via e dobbiamo anche attraversare questo grande fiume." Guha s’inchinò a mani giunte e continuò cortesemente: "Mio signore, i miei servi e io stesso siamo pronti a venire con te come guide, ma devi scusarmi se esprimo un dubbio che mi è sorto alla vista di questo grande esercito: sicuramente non hai intenzioni ostili nei confronti di Rama?" Addolorato da queste parole e con cuore limpido e puro come un cielo estivo Bharata rispose: "Ahimé, quale più grande vergogna mi può colpire se gli uomini che amano Rama mi temono e sospettano? Non temere, Guha, Rama è mio padre adesso, perché ha preso il posto del padre che ho perduto. Sono venuto per pregarlo di ritornare a Ayodhya. Lo giuro, non ho altro scopo." Guha fu felice di vedere sul volto del principe l’intenso amore per Rama e il dolore per ciò che era accaduto e gli disse: "Mio Signore, chi al mondo può eguagliarti per spirito di sacrificio? Chi se non tu stesso avrebbe rinunciato a una tale ricchezza e potere giunti non richiesti? La tua gloria brillerà per sempre." Bharata chiese quale cibo avesse preso Rama quando si era fermato sulla riva del fiume, dove si era seduto, dove avesse dormito e cosa avesse fatto. Guha rispose con amore a tutte le domande e indicò il punto in cui Rama aveva dormito. Gli riferì la parole di Lakshmana: "Quando Rama e Sita giacciono sulla nuda terra, come posso io dormire?" E raccontò come, piangendo, fosse rimasto insieme a lui di guardia per tutta la notte con l’arco in mano. Riguardo al cibo Guha disse: "Mio signore, digiunarono quella notte. Lakshmana portò dell’acqua e Rama bevve dandola poi al fratello. Il cibo che avevo preparato non venne toccato. Il mattino seguente acconciarono i capelli come gli eremiti e si avviarono nella foresta." Bharata aveva trovato un po’ di sollievo alla sua pena dopo la risoluzione presa di riportare Rama indietro, ma ora le parole di Guha e la vista dei luoghi l’avevano resa ancora più acuta. "Per il mio bene, Rama, hai dormito sull’erba. Ho visto il luogo e sono ancora vivo. E vorrebbero anche farmi portare una corona!" Così si lamentava inconsolabile il principe. Il mattino seguente di buonora Guha arrivò con una flotta di barche su cui vennero caricati armi e bagagli e la traversata risuonò di mille clamori che la fece somigliare a una grande festa. Superato il fiume, Bharata e il suo seguito continuarono la marcia verso l’eremitaggio di Bharadawāja. Quando giunsero ad un boschetto di alberi Prayāga, videro in lontananza una piccola splendida valle con al centro una capanna. Informato che si trattava dell’eremitaggio del saggio, il principe lasciò il seguito e accompagnato da Vashistha e da pochi altri anziani si incamminò con l’umiltà che l’occasione richiedeva. Un po’ più avanti, lasciò gli abiti di seta, le armi e anche i ministri e si avviò a piedi dietro a Vashistha. Quando Bharadwāja vide Vashistha si alzò e andò incontro all’illustre visitatore ordinando ai suoi discepoli di portare l’acqua, come l’usanza imponeva, per lavare i piedi degli ospiti. Bharata offrì i suoi umili saluti e il rishi, saputo di chi si trattava, lo accolse con il rispetto dovuto a un re e si informò sulla sua salute, ma evitò di accennare al triste destino di Dasaratha. Dopo questo scambio di convenevoli il saggio chiese al principe: "Perché avete lasciato i vostri doveri di re e siete giunto fin qui? Non dovreste essere ad Ayodhya? Pensate forse che malgrado quanto successo la vostra reggenza non è chiara e siete venuto a chiedere una doppia conferma?" Udendo ciò Bharata pianse. Le lacrime gli impedivano quasi di parlare. "La morte - disse - sarebbe meglio. Dubitate di me, maestro? Non biasimatemi per ciò che è stato fatto da mia madre in mia assenza, senza che ne fossi informato e senza il mio consenso. Sono venuto oggi per fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per persuadere Rama a ritornare con me ad Ayodhya per essere incoronato Re. Ed è mia intenzione essere suo umile schiavo per tutta la vita. Sono qui per chiedervi dove si trovi ora Rama, per raggiungerlo e pregarlo di tornare a casa. E voi sospettate di me!" Bharadwāja rispose: "Bharata, conosco la tua vera natura. Sei un discendente della razza di Raghu. Ti ho interrogato perché volevo portare alla luce il tuo affetto e la tua lealtà e, quindi, riconoscere e diffondere la tua gloria. Non addolorarti. Il principe dimora sulla collina Chitrakoota. Resta qui oggi. Domani, tu e i tuoi ministri potrete raggiungerlo. Fatemi la cortesia di accettare la mia ospitalità nell’ashram, per un giorno. Bharata rispose: "Mio Signore, i vostri auguri e le parole d’affetto sono come una festa per me. Che altro chiedete?" Bharadwāja sorrise perché si era accorto che il principe non desiderava chiedere a un povero asceta di nutrire un esercito. "Sono vincolato ad intrattenerti in modo adatto al tuo stato e cortesia. Perché hai lasciato indietro l’esercito e il seguito?" Bharata rispose che aveva seguito la regola che impone di non avvicinarsi alla residenza di un rishi con tutto il seguito e poiché il suo era numeroso, sarebbe stato di disturbo al saggio. Ma il rishi rispose "Per nulla, ordina a tutti quelli che sono con te di venire qui." Quindi Bharadwāja raggiunse il fuoco dei sacrifici e pronunciando dei mantra bevve un piccolo sorso d’acqua tre volte e chiamò Viswakarma, Maya, Yama, Varuna, Kubera, Agni e altri esseri celesti e gli ordinò di preparare una grande festino per Bharata e i suoi. Accadde un miracolo. Il banchetto preparato nell’ashram del rishi era come quello che Vashistha aveva offerto nei tempi antichi a Viswamitra. Ciascuno ricevette una confortevole accoglienza: furono offerti pasta di sandalo, fiori, cibo e bevande, musica e danze eseguite da artisti divini. La festa preparata da Bharadwāja fu più sontuosa di quelle organizzate dai re desiderosi d’emularsi l’un l’altro. Abitazioni, carri, servitori sorsero all’improvviso dal nulla. Gli ospiti dimenticarono se stessi nella festa e i soldati, in estasi, si dicevano l’un l’altro di non voler più andare nella foresta Dandaka o di ritornare a Ayodya, ma di voler rimanere per sempre in quel luogo. Non sapevano che ciò di cui stavano godendo era per quel solo giorno e che al tramonto sarebbe svanito, come il teatro e gli attori del villaggio quando la spettacolo è terminato. Gli ospiti si saziarono in abbondanza e presto si addormentarono profondamente. La mattina seguente il saggio spiegò a Bharata in dettaglio il percorso per raggiungere il fiume Mandākini, come entrare nella foresta e raggiungere la collina Chitrakoota verso sud dove vivevano nella loro capanna i fratelli con Sita. Prima di partire gli vennero presentate le tre regine affinché potessero ricevere le sue benedizioni: "Questa è la regina Kausalya;" disse Bharata, "la madre di Rama e, alla sua destra per sorreggerla, vi è la madre di Lakshmana e Satrughna, sofferente e claudicante come un pianta rampicante colpita dal vento estivo. E qui vi è mia madre, la causa di tutto il nostro dolore," indicando Kaikeyi che con le altre regine si prostrò ai piedi del saggio. "Non giudicare tua madre duramente," disse Bharadwāja posando il suo sguardo cortese sulla donna addolorata. "Tutto ciò che è accaduto doveva essere per il bene del mondo." Completati i saluti, Bharata e il suo grande seguito presero la via della foresta indicata dal saggio. Videro da lontano la collina Chitrakoota e mentre procedevano con ardore una colonna di fumo si innalzò a indicare il luogo dove si trovava il rifugio del Principe e grida di gioia si levarono dalla folla. Lasciando indietro il suo seguito Bharata continuò oltre accompagnato solo da Sumantra e da Vasishtha.
I Fratelli si Incontrano
Mentre Bharata era impegnato a cercare di rimediare ai guai creati da altri, nella capanna della foresta di Chitrakoota la vita scorreva piacevole. A Rama, con Lakshmana e Sita al suo fianco, non mancava nulla. La maestosità del paesaggio montano e la foresta con le dolci note e canzoni degli uccelli allietavano il suo animo. Dimenticò il dispiacere per l’esilio dalla città e dalla sua gente. "Guarda Sita, quegli uccelli che giocano," era solito dire, "guarda quella roccia sulla collina con le sue vene brillanti di colore blu, giallo e rosso; e quelle piante e i rampicanti coi loro fiori. Avevamo temuto per la vita nella foresta non sapendo quanto sarebbe stata piacevole. Sono così felice qui. E sto anche adempiendo la promessa fatta da mio padre. Il senso del dovere compiuto si associa al piacere di una vita felice. Senza contare la felicità di sapere che mio fratello Bharata sta governando il regno." In questo modo, Rama, libero da dispiaceri, rendeva felice anche Sita. Qualche volta scendendo dalla collina raggiungevano il fiume Mandākini. "Guarda quelle collinette di sabbia," diceva Rama, "E quei cigni che giocano fra i loti. Il fiume è bello quanto lo sei tu, mia amata. I guadi dove gli animali vengono ad abbeverarsi sono rossi della nuova terra. Persino il fiume del regno di Kubera non può essere meraviglioso come questo. Guarda laggiù i rishi che fanno le loro abluzioni ed elevano le preghiere e offrono inni al sole. Oh, i fiori che cadono dai rami sull’acqua. Guarda quella cascata che sembra spargere perle. Siamo davvero fortunati ad essere lontani dalla folla della città. Là non possiamo ammirare i rishi e le anime pure che si bagnano al fiume. Questa collina è la nostra Ayodhya. Uccelli e animali sono i nostri sudditi e il fiume Mandākini il nostro Sarayu. "Con te e Lakshmana al mio fianco mi sento così felice e appagato. È così piacevole vedere gli animali che si abbeverano senza paura! Bagnandomi nel fiume, nutrito da frutti e radici, passeggiando per la foresta o salendo sulla collina, perché dovrei pensare al regno o al potere?" Un giorno, seduti come al solito sul pendio della collina in una pace assoluta, all’improvviso videro a una certa distanza sollevarsi in cielo una nuvola di polvere che sembrava dirigersi verso di loro. E, ben presto, udirono il rumore come di una grande folla. Rama vide che gli animali della foresta fuggivano in tutte le direzioni, colti da paura. Era come se un esercito fosse entrato nella foresta. "Senti anche tu questo rumore?" Chiese Rama a Lakshmana, "Gli elefanti, i bisonti e i cervi fuggono con furia disordinata. Cosa può essere successo? Potrebbe trattarsi di un re venuto qui a cacciare. O una tigre o qualche altra bestia feroce che vaga per la foresta. Vai a vedere e torna a raccontarmi." Il fratello salì su un alto albero e da lì vide un grande esercito, completo di tutti i reparti, carri, elefanti, cavalli e fanti che si avvicinava da nord. Gridò al fratello: "Ascolta, fratello. Un grande esercito si sta avvicinando con le bandiere al vento e in formazione completa. Siamo prudenti, spegniamo il fuoco, mettiamo al riparo Sita nella caverna e indossiamo la nostra armatura preparandoci per la battaglia." Rama rispose. "Non correre troppo, guarda ancora la bandiera sul carro e dimmi quale re sta portando qui il suo esercito." Lakshmana guardò ancora e andò in collera: "Fratello mio, è Bharata. Non soddisfatto di aver ottenuto il regno ci dà la caccia fin qui. Posso vedere l’albero sulla nostra bandiera che sventola nella brezza. È venuto per ucciderci; ma il figlio di Kaikeyi non fuggirà vivo da me oggi. Che peccato può esserci nell’uccidere questo distruttore del dharma? Il solo dubbio è se li aspetteremo qui oppure sulla cima della collina. Gli faremo pagare tutto il male che ci ha fatto. Con lui sarà distrutta l’ingordigia di sua madre. In breve tempo vedrai scorrere sangue sui sentieri della foresta. Abbatterò al suolo Bharata come un elefante che sradica un albero. Distruggeremo il suo esercito e ingrasseremo gli animali predatori della foresta." Questo disse Lakshmana, fuori di sé dalla rabbia. Rama volle calmarlo: "So che puoi distruggere i sette mondi se vuoi, ma ascolta, tu puoi uccidere facilmente Bharata e sgominare il suo esercito, ma vi è una cosa che dobbiamo considerare prima che tu ti metta sul piede di guerra. Quale beneficio otterremo dal combattere e ottenere un regno, disobbedendo e mettendo in disgrazia nostro padre e uccidendo nostro fratello e guadagnandoci un eterno discredito? Ciò che otteniamo uccidendo i nostri parenti è simile al cibo misto a veleno. Per quale motivo e per chi cerchiamo ricchezze e regno? Non è forse per la gioia degli altri, la cui gioia è anche la nostra? "Perché volere un regno con mezzi illeciti? E che gioia può esservi in un regno che non puoi condividere con chi ami? Sinceramente ti dico che non cercherò mai ricchezze e poteri che tu stesso, con Bharata e Satrughna, non possiate godere con me. "So perché nostro fratello è giunto qui oggi e te lo dirò. Egli conosce le vie del dharma. È venuto qui per offrirmi il regno. Se si fosse trovato ad Ayodhya, invece che nella lontana terra di suo zio, avrebbe dissuaso Kaikeyi e salvato nostro padre dal grande dolore che lo ha colpito. Sono certo che è venuto per riportarmi indietro in città. È sbagliato da parte tua pensare male di tuo fratello e parlare di lui in termini così crudi. Se è il desiderio del regno che ti spinge ad essere così crudele nei tuoi sospetti, dimmelo. Dirò a Bharata di passarlo a te e non ho dubbi che lo farà con piacere." Rama lo disse ridendo e il fratello si ritirò in se stesso dalla vergogna. "Forse," riprese Lakshmana, "nostro padre il re è venuto lui stesso a trovarci." Rama rincuorò il fratello dicendogli: "Sì, può essere come dici, pensando alla durezza della foresta il re può essere venuto a prenderci, specialmente Sita, per ricondurci in città. Ma non vediamo il grande ombrello bianco simbolo del re. Sia come sia, devi restare calmo." Lakshmana rimase umilmente davanti al fratello con le palme giunte. Intanto Bharata aveva fermato l’esercito ad una certa distanza e inviato alcuni uomini a osservare e riportare notizie circa il luogo da cui si era levato il fumo. Questi tornarono con la notizia che il luogo corrispondeva alla descrizione fatta dal saggio Bharadwāja e la capanna era probabilmente la dimora di Rama. Bharata si avviò seguito da Satrughna, Vashistha e Sumantra. Mentre avanzavano trovarono indizi che indicavano che l’eremo era abitato. Vi era un sentiero che conduceva al fiume ai cui lati erano poste torce per renderne più facile l’individuazione al crepuscolo. Giunsero infine ad una capanna dal tetto di foglie vicino alla quale si trovavano una pila di fascine e dello sterco secco di cervo e bufali selvaggi accatastato per l’inverno. Sulle mura della capanna erano posti possenti archi e faretre colme di frecce mortali, spade che sembravano irradiare di vittoria e altre armi, tutte di fattura superlativa. Videro anche stesi ad asciugare sui rami degli alberi abiti di corteccia. Bharata, con cuore gonfio, ritenne che tutti questi fossero segni sicuri della residenza di suo fratello. Dall’interno giungeva il fumo delle offerte della preghiera giornaliera ed entrando vide l’altare con il fuoco fiammeggiante e Rama seduto a fianco con i capelli arruffati, maestoso, benché con indosso un abito di pelle di cervo e corteccia, un sovrano del mondo, con le braccia possenti, l’ampio torace e una compostezza fatta per comandare amore e obbedienza. Al suo fianco sedevano Sita e Lakshmana. Aveva pensato per tutto il tempo del viaggio all’infamia accumulata e si era chiesto cosa avrebbe detto e fatto quando avesse incontrato Rama. Ma ora, vendendolo, dimenticò tutto nel grande amore che sorse in lui e sommerse qualsiasi altro pensiero o paura. Si avvicinò rapidamente al fratello e non riuscì a dire altro che: "Fratello," e cadde ai suoi piedi singhiozzando. Nello stesso istante lo raggiunsero anche Sumantra e Guha. Rama vide di fronte a sé Bharata, steso al suolo con le mani giunte in supplica, coi capelli arruffati e vestito di corteccia, smagrito per il dolore e il digiuno e abbattuto dalla fatica e dall’esposizione all’onta degli avvenimenti. Lo abbracciò e baciò sul capo chiedendogli come mai avesse lasciato loro padre per avventurarsi fin lì nella foresta e come mai fosse dimagrito. Aggiunse anche tutte le formule di cortesia come d’uso quando membri della famiglia reale si incontrano. Bharata era senza parole. Dopo un po’ ritrovò la forza per dire: "Perché mi domandi del regno, fratello, come se io fossi il re? Quale nesso può esserci fra me e il regno? Quando sei tu il re di diritto, come potrei farmi chiamare re o regnare? Il mio dovere è quello di offrirti un umile servizio. Non è stato dato a me, è il primogenito che deve, secondo la legge e la consuetudine, sopportare il peso della reggenza. Torniamo ad Ayodhya, indossa la corona e diffondi la tua grazia sulla famiglia e sul popolo. Il compito del vecchio re in questo mondo è terminato egli è entrato nell’al di là. Quando lasciasti Ayodhya per la foresta e prima che io tornassi da Kekaya il Re morì ucciso dal dolore della separazione. Non lasciarti prendere dal dolore, esegui le esequie di tuo padre perché lasciò la vita pensando a te. Solo le tue esequie potranno soddisfare il suo spirito." Quando Rama seppe della morte di suo padre cadde come un albero abbattuto dall’ascia. Bharata non dovette ripetere le spiegazioni date in precedenza a Kausalya, a Guha e al saggio Bharadwāja perché le sue condizioni parlavano da sole esprimendo tutto il suo dolore per l’accaduto. I principi con Sita e Sumantra scesero al fiume dove offrirono libagioni per la pace dello spirito del Re morto, poi tornarono alla capanna e lì, tenendosi per mano, diedero libero sfogo al loro dolore con alti lamenti. Bharata Reggente Quando la notizia che i quattro principi e le tre regine si erano di nuovo riuniti, dall’esercito e dal seguito si levò un coro di gioia e tutti erano desiderosi di essere testimoni di quel felice momento. Rama accolse sua madre con un tenero abbraccio e toccò i piedi di Vashistha in segno di rispetto. Anche gli anziani li raggiunsero e tutti si sedettero aspettando ardentemente di sentire cosa Bharata avrebbe detto e la risposta di Rama. "Esiliandoti nella foresta," ricordò non senza difficoltà Bharata, "ma incapace di sostenere la sofferenza del distacco, l’anima di nostro padre è volata in paradiso. Tutto il profitto che mia madre ha ricavato dal suo piano malvagio è stato quello di diventare una peccatrice e una vedova afflitta da un profondo dispiacere. Disprezzata dal mondo sta sperimentando l’inferno sulla terra. Solo tu puoi salvarci. Disfa tutto il male che è stato fatto e asciuga le nostre lacrime accettando di essere incoronato. Per implorarti di accettare, tutti noi, i cittadini, l’esercito e le regine vedove siamo venuti e restiamo in attesa della tua parola. Accogli la nostra preghiera. Solo questo potrà porre fine al dolore e ristabilire il dharma della nostra razza. Senza un re legittimo, la nazione è come una vedova, desolata e senza aiuto. Devi tornare per renderla felice e sicura, come la luna piena che sorge scaccia l’oscurità. I ministri qui presenti e anch’io ci prostriamo ai tuoi piedi e ti chiediamo umilmente di accettare. Non rifiutare, o fratello!" E dicendo questo, con gli occhi gonfi di lacrime afferrò i piedi di Ramachandra. Questi, facendolo alzare, lo abbracciò dicendogli: "Ragazzo, siamo nati in una nobile famiglia e siamo stati educati alle buone maniere. Né tu né io possiamo fare alcun torto e io non vedo alcun errore in te, mio irreprensibile fratello! Non essere triste e non parlare male di tua madre, non è giusto che noi la si biasimi. Certamente nostro padre aveva il diritto di dirci ciò che dovevamo fare, sì, anche di decretare il nostro esilio, così come aveva il diritto di ordinare un’incoronazione. È nostro dovere onorare nostro padre e nostra madre. Come potrei disobbedire o mettere in discussione il loro comando? "Egli ha decretato il regno per te e la foresta per me. Aveva senza dubbio il diritto di definire le nostre vite. Che diritto abbiamo noi di alterare o rifiutare i suoi piani? Non è assolutamente uno sbaglio, ma al contrario tuo dovere governare. E anch’io compirò il mio dovere, rispettando l’ultimo comando di nostro padre di vivere quattordici anni nella foresta Dandaka. Se manco di adempiere la volontà di mio padre come posso trovare appagamento nel possesso dell’intero mondo?" Poiché Bharata insisteva, Rama si rese conto che il fratello pensava che la colpa di ciò che era avvenuto fosse sua e quindi lo rincuorò dicendogli: "Non biasimarti, non pensare che tutto questo sia avvenuto per causa tua. Il destino regola ogni cosa. Metti da parte il tuo dolore, ritorna ad Ayodhya e governa. Che ognuno di noi esegua il compito che gli è stato assegnato da un padre che amiamo e onoriamo." A questo punto intervenne Jabali, uno dei sacerdoti che avevano accompagnato Bharata per cercare di convincere Rama a non seguire gli ordini del padre ormai morto e di assumersi, come suo dovere e diritto, la responsabilità di regnare su un popolo che lo aspettava. Al che Rama infuriato rispose: "Signore, voi sembrate dare poco valore alla verità e alla rettitudine. Il vostro discorso pratico e materialistico mi riempie di un tale orrore che mi chiedo come un miscredente come voi sia stato tollerato a corte." Jabali si affrettò a spiegare che conosceva e insegnava gli Shastra e che se aveva parlato così era solo per il grande desiderio di vedere ritornare il principe ad Ayodhya. Anche Vashistha prese le difese del povero Jabali e l’incidente venne chiuso. Poi Vashistha riassunse la situazione: "Nell’insieme la mia opinione è che voi dobbiate ritornare ad Ayodhya e accettare il trono, ma, naturalmente, il comando di vostro padre deve essere tenuto in considerazione e conciliato con la prima istanza. Voi avete obbedito all’istante al comando ricevuto e senza esitare, ma ora è sorta una nuova situazione. Bharata nella sua impotenza, temendo l’infamia, ha preso rifugio ai vostri piedi. Come potete respingerlo? Tutti noi sappiamo che lo amate come la vostra stessa vita e che non rifiutate l’aiuto a quelli che vi avvicinano. Allora come potete negarlo adesso a Bharata? Non è forse un vostro principio primario aiutare coloro che chiedono aiuto ai vostri piedi?" Ma Rama non diede alcun segno di cedimento. A questo punto, Bharata decise di lasciarsi morire di fame ai piedi del fratello che lo sgridò con fermezza invitandolo ad assumersi la responsabilità di non infrangere il dharma di uno kshatrya. Al che il fratello si rivolse alla folla che assisteva implorandola: "O cittadini di Ayodhya, perché assistete muti? Non desiderate il ritorno di Rama? Perché quindi state così in silenzio?" La popolazione rispose: "Rama non devierà dalla verità. Resterà saldo nella promessa fatta a suo padre. Non tornerà ad Ayodhya. Che motivo rimane per fargli altre pressioni?" "Ascoltali fratello - disse Rama - desiderano tutti il meglio per entrambi. Vi è virtù nei loro cuori." "Eccomi qui senza colpa, come Rama," suggerì a questo punto Bharata, "Se deve essere mantenuta la parola del Re, che allora io resti qui al suo posto e Rama ritorni a regnare ad Ayodhya." Ma Rama rise e aggiunse:" è uno scambio che non si può applicare in questo caso, non è commercio o attività adatta al baratto e ad accordi. È vero che in alcune occasioni si può adempiere ai doveri di un altro quando questi è troppo debole o inabile per farlo, ma come applicarlo alla situazione presente? Può qualcuno di voi sostenere che io non sia in grado di sopportare la vita della foresta mentre Bharata lo è?" A questo punto il saggio Vashistha trovò una soluzione per un problema dove la rettitudine combatteva con l’onestà: "O Bharata, governa il regno sotto l’autorità di Rama e come suo reggente. Così facendo non avrai nessun biasimo e l’impegno sarà rispettato." "Fratello - disse Rama a Bharata tenendolo vicino a sé - considera il regno come un mio regalo, accettalo e governalo come nostro padre aveva desiderato." Bharata rispose: "Fratello tu sei mio padre e il mio dio, il tuo ultimo desiderio è il mio dharma. Dammi i tuoi sandali che ti rappresenteranno ad Ayodhya fino al ritorno. Per quattordici anni starò fuori della città e adempirò i doveri del Re in tua vece offrendo il mio reverente omaggio ai tuoi sandali. Alla fine del periodo tornerai e accetterai l’autorità di Re." "Così sia," rispose Rama che appoggiò i suoi piedi sui sandali e poi li diede a Bharata che li accettò e li pose sul capo in segno di rispetto. Ritornato ad Ayodhya Bharata riunì l’Assemblea e disse: "Il regno appartiene a Rama. Per il momento egli mi ha chiesto di governare. Ho messo i suoi sandali sul suo trono e compirò il mio dovere derivando da loro la mia autorità. Grande è la mia sofferenza, ma la sopporterò, risiederò a Nandigrāma ed eseguirò il compito assegnatomi come promesso a Rama." Rama fece penitenza nella foresta per quattordici anni e per tutto questo tempo anche Bharata fece penitenza a Nandigrāma, che non era lontana da Ayodhya, dove si recava per espletare il suo dovere di reggenza".
‘domani’ Febbraio 2011Rāma, dopo la partenza di Bharata, non era più felice a Chitrakōta. Aveva sempre davanti agli occhi il volto dell’amato fratello bagnato di lacrime. La collina, poi, si era spopolata dei rishi che l’abitavano a causa della presenza di un avamposto di rākshasā che, con le loro scorribande, turbavano la vita pacifica della zona. Per questo motivo i rishi si erano spostati altrove sebbene Rāma avesse tentato di dissuaderli. La mancanza della loro compagnia e la tristezza che aveva invaso la capanna dopo la partenza del fratello, spinsero Rāma a cercare un altro luogo nella foresta Dandaka dove soggiornare. Lasciò quindi Chitrakōta e con Sīta e Lakshmana si diresse all’eremitaggio di Atri, un rishi che conosceva la regione, per chiedergli consiglio riguardo ad un luogo adatto dove stabilirsi. Furono accolti affettuosamente e la moglie del rishi, Anasōya, che era l’incarnazione stessa della pura femminilità, fu conquistata dalle virtù, tipiche di una buona moglie, di Sīta. Le offrì alcuni regali e nel riceverli la figlia di Janaka le confidò: "Il Principe, mio signore, mi ama con l’amore di una madre e di un padre. Sono veramente benedetta." Raccolte le informazioni ripresero il cammino giungendo in un luogo abitato. Avvicinandosi videro i materiali per i sacrifici, gli indumenti di corteccia e pelli di daino distese ad asciugare e da questi indizi compresero che stavano giungendo ad un insediamento di uomini santi. Il luogo era stupendo. Uccelli e animali di ogni genere, senza alcun timore, circolavano liberamente grazie alla familiarità amorevole che si era stabilita coi loro vicini umani. Gli alberi erano carichi di frutti maturi e si udiva nell’aria il meraviglioso canto degli inni vedici. Ivi giunti furono accolti dal benvenuto dei rishi: "O, Re! Sei il nostro protettore. Sia in città che nella foresta tu sei il nostro sovrano." Offrirono ai nuovi venuti tutto ciò di cui avevano bisogno e un riparo per la notte. La mattina seguente i tre si congedarono e si addentrarono nuovamente nella foresta che, in questa zona, era più densa che altrove e popolata da tigri e altri animali selvaggi. Procedevano con cautela quando, all’improvviso, si parò loro innanzi una gigantesca forma mostruosa, simile a un frammento spezzato e contorto di una collina. Era un rākshasā divoratore d’uomini e il suo urlo era come un tuono. Coperto di pelli di tigre macchiate di sangue e chiazzate da pezzi di carne delle vittime divorate che vi erano rimasti appiccicati, era indicibilmente orrendo. I corpi di tre leoni e la testa di un elefante, uccisi da poco, erano infilzati e legati uno dopo l’altro su una grande lancia che agitava minacciosamente verso di loro. L’essere alzò l’arma, gettò un urlo tremendo e, scattando in avanti, ghermì Sīta e, reggendola in mano, l’alzò in aria gridando ai principi: "Chi siete? Rispondete senza indugio!" Rāma, che in un primo momento era rimasto sconcertato e non sapeva come affrontare il rākshasā, sorretto dalle parole di Lakshmana che, soffiando come un cobra irritato, gli ricordava che la sua ira avrebbe distrutto il nemico, con il volto splendente di coraggio e con calma rispose: "Siamo i principi della razza Ikshvaku. Siamo venuti a vivere nella foresta. Possiamo sapere chi sei?" Quello rispose: "E così siete i figli di Dasaratha. Il nome di mio padre è Jaya. Io sono conosciuto fra i rākshasā come Viradha. Sappiate, fiacchi kshatriya, che le vostre armi non possono nulla contro di me. Sono protetto da una grazia ottenuta da Brahma per la quale nessun’arma può nuocermi. Lasciate questa fanciulla e fuggite se volete avere salva la vita." Gli occhi di Rāma s’iniettarono di sangue: "È giunto il tempo che tu raggiunga Yama." Così dicendo scagliò una freccia appuntita che attraversò il corpo del mostro uscendone rossa di sangue e brillante come il fuoco. Ma il rākshasā non morì e lanciando un urlo di dolore (aveva ottenuto la grazia di non morire, ma non aveva chiesto di non soffrire), lasciata Sīta, con l’enorme bocca spalancata, si lanciò verso i due fratelli. Questi lo riempirono di frecce da farlo sembrare un porcospino, ma l’essere orrendo rise e agitandosi le scrollò tutte di dosso, quindi li raggiunse, se li mise sulle spalle correndo poi nella foresta. Sīta vedendoli sparire cadde a terra disperandosi e piangendo. I due fratelli intanto avevano lasciato cadere le armi rivelatesi inutili e, tempestando il mostro di colpi, lo avevano steso a terra. Rāma, a questo punto, pose il suo piede sul collo del rākshasā per impedirgli di muoversi e questi, risvegliato dal tocco del piede del Signore, recuperò la memoria della maledizione che lo aveva trasformato in rākshasā e, umilmente e a mani giunte, disse: "Il vostro piede mi ha toccato, Signore, e i miei occhi si sono aperti. Mi sono reso conto di chi siete. Sono prigioniero di una maledizione, ma voi mi potete salvare. Non sono un rākshasā, bensì un Gandharva. La grazia di non morire che ho ottenuto impedisce la mia liberazione. Se in qualche modo potete uccidermi potrò recuperare la mia forma originale e raggiungere il paradiso." Così Rāma e Lakshmana lo annientarono senza l’uso delle armi e lo seppellirono in una fossa profonda. L’anima del Gandharva lasciò il corpo e ritornò in cielo. I due fratelli tornarono rapidamente nel luogo dove si trovava Sīta per rincuorarla e raccontarle tutto quello che era avvenuto. Quindi ripresero il cammino verso l’ashram del rishi Sarabhanga. Quando i tre raggiunsero l’ashram del saggio, contornato da molti splendidi alberi rossi, Devendra, il messaggero di Brahma, si stava accomiatando e, vedendo arrivare Rāma che gli appariva come un accecante sole dagli occhi di loto, lo accolse e salutò rispettosamente con queste parole: "Tu sei la scintilla di luce che pervade tutte le cose e tuttavia non è una parte di loro, sei il saggio che ha abbandonato ogni attaccamento, sei la dimora dell’immenso oceano di misericordia che nessuno può attraversare; sei l’essenza percepita attraverso la conoscenza acquisita con lo studio dei Veda; sei un padre per me; sei apparso per rispondere alla supplica di esseri come noi che cerchiamo la tua protezione tormentati dai nemici e, solo per questa ragione, i tuoi piedi di loto calpestano la vasta terra. O Signore che riposi sul grande oceano, tu non hai nemici o amici, né luce né oscurità; non vi è nulla sopra di te o sotto di te, non sei giovane e non invecchi; non hai inizio o fine; non vi è nulla dinanzi o dietro te; non sarai mai trovato in fallo per non averci protetti e non sarai esaltato per averlo fatto! Possiedi così tante virtù che persino se il Signore Brahma, in mille anni, cercasse di contarle non ci riuscirebbe". Anche il vecchio saggio accolse benevolmente i tre nuovi venuti che si erano avvicinati salutandolo umilmente, e rivolto a Rāma disse: "Mio Signore, è per attendere la tua venuta che ho aspettato così a lungo. È giunto per me il tempo di lasciare il corpo, ma il mio desiderio era di vederti. Ora il mio desiderio è realizzato, ti dono tutti i meriti ottenuti con le mie penitenze." Rāma rispose: "Mio Signore, non debbo io guadagnarmi da solo i miei meriti? Come posso ricevere quelli che tu hai conquistato? Ho rinunciato a tutto per vivere nella foresta. Consigliami dove posso trovarvi una nuova dimora e lascia che la raggiunga con le tue benedizioni." Il rishi gli suggerì di recarsi dal saggio Sutēkshna che gli avrebbe dato tutte le indicazioni necessarie. I tre ripresero il cammino verso l’ashram di Sutēkshna. Passarono vicino a molte piacevoli montagne, alberi, rocce simili a diamanti, fiumi, cascate, boschetti e laghi. Infine giunsero nelle vicinanze di una grande collina circondata da una fitta foresta in cui si addentrarono. Vi trovarono i segni della presenza di un insediamento di saggi e poco dopo incontrarono il rishi. Salutandolo il Principe disse: "Mi chiamo Rāma, o venerabile saggio. Sono giunto fin qui per ottenere il tuo darshan. Ti prego di concederci le tue benedizioni." Il saggio si alzò e abbracciandolo gli rispose: "Benvenuto, difensore del dharma. Il mio ashram è illuminato dalla tua presenza. Adesso è tuo. Quando venni a sapere che avevi lasciato Ayodhya per soggiornare a Chitrakōta, intuii che saresti venuto qui e ho vissuto da allora nella speranza di vederti. Altrimenti, da lungo tempo avrei lasciato questo corpo." Il volto del saggio risplendeva della luce di una lunga e venerabile vita. "O saggio, desidero una dimora nella foresta e il saggio Sarabhanga mi ha inviato da te perché mi indichi dove posso costruire una capanna per il resto della mia permanenza." Il volto del rishi risplendeva di gioia e rispose in modo intenzionale: "Puoi vivere nel mio ashram. Vi sono molti saggi che soggiornano qui nei paraggi e la foresta è ricca di frutti e radici, ma bestie maligne si aggirano nei dintorni molestando i rishi e impedendo le loro penitenze. I saggi sono incapaci di sopportare questi tormenti, ma per il resto il luogo è confortevole." Il Principe capì ciò che l’eremita intendeva e, piegato e accordato l’arco, disse: "O venerabile saggio! Distruggerò questi malvagi. Il mio arco è possente e le frecce appuntite. Non è però opportuno che risieda in questo ashram, potrei disturbare la tua penitenza. Troveremo un luogo adatto nei paraggi. Permettici di fare così." Passarono dunque la notte nell’ashram e il mattino seguente si bagnarono nelle fresche acque fragranti di fiori, accesero il fuoco sacrificale, eseguirono le preghiere di rito e toccarono i piedi del rishi. Poi gli chiesero il permesso di partire. Il saggio abbracciò i principi e li benedisse dicendo loro: "Visitate i buoni rishi della foresta Dandaka. Tutti loro sono passati attraverso grandi austerità e hanno ottenuto poteri divini. La foresta è realmente molto bella, abitata da cervi, uccelli e arricchita da stagni di loti e le colline sono adorne di cascate e pappagalli. Tornate pure in questo ashram in qualunque momento lo desideriate." I tre, secondo l’usanza, compirono un giro intorno all’eremita e si congedarono. Sīta diede loro le spade, gli archi e le faretre e i principi si misero in cammino più radiosi di quanto non fossero quando erano arrivati, in virtù delle benedizioni del saggio. Rāma aveva accettato il compito di distruggere i rākshasā che molestavano i rishi nella foresta Dandaka. A causa di ciò nel cuore di Sīta crebbe un timore, quasi un’ombra gettata sugli eventi futuri. "Perché," chiese Sīta all’amato marito, "tu e Lakshmana, che in senso stretto siete solamente degli asceti nella foresta, avete preso su di voi l’impegno di proteggerla? Siete giunti qui per adempiere alla promessa del vecchio re. Il dovere di proteggere i rishi ricade sulle spalle di chi governa. Non spetterebbe a voi, impegnati nelle penitenze, proteggerli. Uccidere qualcuno, se non per legittima difesa, è contrario ai voti di una vita ascetica. Ma tu hai avventatamente promesso protezione ai saggi della foresta, mi chiedo dove ci porterà tutto questo." Sīta si esprimeva così, con parole delicate e affettuose, mentre lasciato l’ashram del saggio Sutēkshna si dirigevano verso altri eremitaggi nella foresta Dandaka. "Ti prego, sii paziente mio signore, se sembro consigliarti. Parlo come una fragile donna spinta solo dall' infinito amore per te. Tu sai cosa sia il dharma. Tuttavia si dice che gli uomini siano spinti dal desiderio a commettere tre tipi di peccati: attraverso la falsità, la lussuria e la violenza. La falsità è impensabile in qualcuno che ha rinunciato ad un regno per amore della verità e si trova ora nella foresta. Per quanto riguarda la lussuria so bene che non permetteresti neppure al pensiero di un’altra donna di entrare nella tua mente. Ma temo per il terzo tipo di peccato. Si deve uccidere qualcuno che non ci attacca? Che si tratti di un rākshasā o di qualsiasi altro essere, perché dovremmo uccidere qualcuno che ci lascia in pace? Ho la sensazione che tu fossi spinto dall’urgenza di dare la tua parola ai rishi. Distruggere i malvagi è senza dubbio il dovere dello kshatrya, ma può questo dovere essere ancora valido per qualcuno che ha rinunciato ai propri privilegi e ha scelto la vita dell’eremita nella foresta?" * L’amore di Rāma per Sīta crebbe ancora di più davanti alla sua apprensione e le rispose: "Parli davvero, amore mio, come una vera figlia di Janaka. Ma, Sīta, non hai sostenuto tu stessa una volta che le armi portate dagli kshatrya servono per proteggere gli altri? Quando un essere inerme è perseguitato, come può uno kshatrya restare indifferente? Tutti i saggi degli eremi visitati si sono lamentati delle sofferenze sopportate e hanno chiesto la nostra protezione dai rākshasā che li considerano carne per i loro pasti e ne hanno fatto una carneficina. Non ci hanno forse mostrato un gran cumulo di ossa per farci comprendere cosa fosse accaduto? ‘Tu sei il figlio del re,’ hanno detto ‘tu sei il nostro solo rifugio.’ Possiamo forse noi, principi, ascoltare questo commovente appello e astenerci dall’aiutarli? Lo kshatrya, ogni singolo kshatrya, deve compiere il proprio dovere, non solo il re. È naturale che tu sia preoccupata per la mia sicurezza, ma pur riconoscendo la correttezza di quello che hai detto, ho dato la mia parola e non posso tornare indietro. Hanno detto: ‘Tu sei il nostro rifugio.’ E ho promesso di proteggerli: un simile impegno non può essere ritrattato. Tu ed io dobbiamo camminare sul sentiero del dharma. Come possiamo non essere d’accordo?" Così conversando fra loro continuarono il cammino nella foresta. * Trascorsi dieci anni in cui Rāma, Lakshmana e Sīta vissero quietamente fra i rishi della foresta Dandaka. Seguendo il consiglio dei saggi, decisero di fare visita al rishi Agastya che viveva nel sud dell’India. Il saggio era, come Vishwamitra, famoso nei "tre mondi" [Terra - Cielo - Inferi]. Era usanza dire che se tutta la saggezza e i meriti spirituali fra l’Himalaya a nord e i monti Vindhya al centro dell’India fossero stati messi su un piatto di una bilancia e sull’altro si fosse seduto Agastya, il piatto a sud, per il peso dei suoi meriti, avrebbe prevalso. Vi è pure il racconto dell’aiuto dato dal rishi al matrimonio di Shiva e Parvati quando tutti gli altri rishi si erano recati al monte Kailash per il grande evento e Agastya, rimasto al sud, mantenne in equilibrio il mondo da solo. Oppure si ricorda quello che accadde quando la montagna Vindhya cominciò a crescere in altezza verso i cieli, minacciando di ostruire il passaggio del sole dall’emisfero nord a quello sud. Gli dèi erano spaventati e chiesero aiuto al saggio. Agastya si pose di fronte alla montagna che s’inchinò in segno di rispetto. Egli la benedisse dicendo: "Possa tu rimanere per sempre così". Per questa ragione la montagna si estende bassa e lunga ancora oggi. Così si racconta. Si narra inoltre della vicenda dei due fratelli rākshasā, Vātāpi e Ilvala, che creavano grande preoccupazione fra i rishi. Il primo aveva ottenuto una grazia che gli consentiva, anche se tagliato a pezzi, di tornare in vita in qualsiasi momento volesse. A ragione di questo il fratello, sotto forma di bramino, era solito invitare a casa i rishi e offrire loro il cibo consacrato agli antenati. Una tale offerta, secondo la tradizione, non poteva essere mai rifiutata. Così serviva loro il fratello cucinato a puntino in una pietanza succulenta e, come d’uso, chiedeva al termine del pranzo: "Siete soddisfatto?" e alla risposta di rito: "Sì, sono soddisfatto." Ilvala gridava: "Vātāpi esci fuori." Il fratello riprendeva vita e straziava in questo modo i visceri del malcapitato. Molti rishi erano morti così. Ora, un giorno, Ilvala cercò di attuare lo stesso trucco con Agastya. Come al solito Vātāpi venne servito al rishi che però era al corrente di ciò che stava accadendo e, essendo devoto di Ganesha, aveva ottenuto dal dio elefante il potere di digerire il rākshasā. Così quando vennero scambiate la domanda e la risposta di rito Ilvala gridò: "Vātāpi, esci," Agastya ridendo gli disse: "Vātāpi è stato digerito, mio anfitrione." Al che il fratello, con un urlo, si lanciò contro il rishi per vendicarsi, ma il saggio spalancò su di lui i suoi occhi colmi d’indignazione e il rākshasā fu ridotto in cenere. Dopo questo fatto nessun rākshasā osava avvicinarsi alla dimora del saggio e anche gli altri eremiti della regione erano protetti dalla sua presenza. Rāma, Lakshmana e Sīta attraversarono stretti sentieri fra montagne e foreste di bambù per giungere infine all’eremitaggio di Agastya. Il saggio desiderava da lungo tempo incontrare Rāma, il grande Signore presente in tutti i mondi, nei Veda e nei pensieri stessi di ognuno. Il rishi era entusiasta che la sostanza stessa del Dio Primigenio, inscrutabile persino per il Signore Brahma, si sarebbe ben presto trovata di fronte a lui e gli avrebbe parlato. Nella sua gioia pensava: "Rāma, il solo rimedio al veleno chiamato rākshasā, è arrivato; di conseguenza gli esseri celesti sono salvi e i saggi potranno seguire fermamente il cammino del dharma. La pioggia (Rāma) è giunta per estinguere l’incendio della foresta (l’ira dei rākshasā) che, capace di bruciare persino il tuono, stava distruggendo e consumando la vita delle genti." Lacrime di gioia bagnarono gli occhi a forma di loto del saggio Agastya quando vide Rāma. Il principe si prostrò ai suoi piedi ed egli lo accolse abbracciandolo. I saggi presenti lo circondarono con affetto, cantarono gli inni vedici, sparsero l’acqua benedetta delle loro anfore e gettarono fiori. Agastya quindi condusse Rāma nel boschetto fragrante di profumi e gli disse: "O re di compassione, con il tuo arrivo nella mia dimora hai portato a compimento le mie penitenze." Rāma s’inchinò e rispose: "Acquisendo la tua grazia, che persino gli Dei e i saggi non possono assicurarsi, ho conquistato tutti i mondi." Agastya aggiunse: "O universalmente rispettato Rāma, stavo aspettando il tuo arrivo da quando seppi che eri nella foresta Dandaka. Ti prego di soggiornare qui, con la tua presenza i veda fioriranno, le leggi di Manu perdureranno, il dharma vivrà, gli Dei oppressi prospereranno e i rākshasā saranno eliminati." Ma Rāma rispose: "O dotto studioso dei Veda, ho deciso di distruggere gli arroganti rākshasā, non è forse meglio che continui il mio viaggio verso sud? Cosa ne pensi?" Agastya fu d’accordo e prima di lasciarlo partire gli consegnò l’arco costruito da Vishwakarma per Vishnu, una faretra inesauribile e una spada invincibile. Infine gli suggerì: "Caro figlio, c’è una collina circondata da alti alberi e superbe collinette di sabbia, con un boschetto fresco e ricco di corsi d’acqua. Il luogo è conosciuto come Panchavati. È ricco di banani e di riso dallo stelo rosso e di fiori stillanti nettare; vi sono due fiumi, il Gōdavari e il Kāveri e vi sono pure cicogne e cigni con cui Sīta potrà giocare. Vai e sistemati là." Rāma si accomiatò e seguito dal fratello e da Sīta si avviò verso Panchavati. ‘domani’ Maggio 2011 Rāma, Lakshmana e Sīta viaggiarono verso sud attraversando grandi fiumi, imponenti montagne e dense foreste. Un giorno incontrarono Jatāyu, il re degli avvoltoi. Stava appollaiato su un’alta montagna col corpo color cremisi che brillava sullo sfondo del cielo al di sopra e con le splendide zampe rosse stese verso il basso. Coi suoi piccoli occhi poteva vedere lontano, e aveva nutrito Yama1 con la vita di numerosi rākshasā,2 mentre ne smembrava i corpi per nutrirsene. Il suo becco era affilato come una spada e portava al collo una collana di nove gemme che splendevano come i nove pianeti. Aveva il monte Meru per trono e il sole accecante per corona. La sua fama era oltre ogni dire. Era il figlio di Aruna l’auriga di Sōrya. Jatāyu aveva vissuto attraverso gli eoni come se ognuno fosse stato un giorno per lui. La collina rocciosa su cui era posato sprofondava, incapace di reggerne il peso.Avvicinandosi, Rāma e Lakshmana pensavano: "Se costui non è qualcuno giunto a cercare la sua distruzione, deve essere un possente Garuda".3 E anche Jatāyu osservandoli rifletteva: "Questi non sono saggi che stanno facendo penitenza. Che siano esseri celesti? Conosco Devendra e gli altri dèi, così pure conosco la Trinità degli dèi perché li incontro spesso. Anche Manmatha mi è familiare, ma non è neppure in grado di reggere il paragone con la polvere dei piedi di questi due. E poi chi possono essere questi che giungono accompagnati da una fanciulla di così rara bellezza che può essere paragonata solo alla divina Lakshmi?4 Assomigliando l’uno a una montagna scura e l’altro a una montagna cremisi e con i toraci che potrebbero essere il rifugio di Lakshmi, questi due mi ricordano il mio impareggiabile amico, l’imperatore Dasaratha." Con questo genere di pensieri Jatāyu si rivolse loro chiedendo: "O valorosi eroi che portate archi e frecce! Per favore, ditemi chi siete." Udita la risposta il re degli avvoltoi fu colmo di gioia e scese a terra per abbracciare i figli di Dasaratha. "Spero che le spalle del grande imperatore siano ancora forti" disse e la notizia che il re era morto lo colpì così profondamente che svenne. Rāma e Lakshmana lo sorressero e piansero con lui. Ripresosi disse: "O giovani e brillanti figli dell’imperatore che ha conquistato i sette mondi! Vi prego di ascoltare: Sono il figlio di Aruna, l’auriga di Sōrya e sono stato grande amico di vostro padre. Insieme abbiamo molto combattuto e, quando abbiamo ucciso il terribile asura Campara, egli riconobbe apertamente il mio aiuto nell’impresa e disse che se lui era il corpo, io ero lo spirito. Diceva sempre la verità. Ora che Yama ha reclamato il corpo in paradiso deve lo spirito restare ancora qui? È meglio che ponga fine alla mia lunga vita entrando nel fuoco."Guardando Jatāyu, con occhi colmi di lacrime, i principi implorano: "Nostro padre, che ci avrebbe salvato nei momenti di difficoltà, ha raggiunto il mondo celeste. Se anche tu ci lasci, chi rimarrà a prendersi cura di noi? Tu non ti allontani dal sentiero della giustizia. Noi abbiamo fin qui affrontato grandi patimenti entrando nella foresta dopo aver lasciato le nostre madri, nostro padre e Ayodya. Vedendoti abbiamo trovato un po’ di sollievo alle nostre angosce. Anche tu vuoi lasciarci adesso?" Jatāyu fu colpito e commosso da queste parole e rispose: "Cari figli, se mi chiedete di non morire ora, raggiungerò Dasaratha dopo il vostro ritorno ad Ayodya. Ma come mai siete giunti nella foresta, invece di regnare sul vostro popolo? E chi è questa splendida fanciulla, simile ad un cigno, che vi accompagna?" Lakshmana, su invito del fratello, raccontò tutta la loro vicenda e ciò che era avvenuto a causa della loro matrigna Kaikeyi. Udito il racconto il re degli avvoltoi baciò Rāma sulla fronte e disse: "Caro valoroso figlio, col tuo comportamento hai portato gloria a Dasaratha e a me. Vi prego di rimanere in questa foresta fino alla fine dell’esilio, vi proteggerò." Rāma gli disse che, su consiglio del saggio Agastya, si stavano recando in un luogo sulle rive del bellissimo fiume Gōdāvari. Jatāyu gli confermò che la bellezza del luogo era fuori del comune e si offrì di indicare loro la strada. Aprendo le ali s’innalzò in cielo consentendo a Rāma, Lakshmana e Sīta di camminare all’ombra delle sue piume. Dopo averli condotti a Panchavati, Jatāyu lasciò i tre ma, conoscendo la grande forza dei rākshasā che vivevano nei paraggi, decise di rimanere in zona per proteggere i principi e Sīta, come una madre avvoltoio avrebbe fatto coi suoi piccoli. Sorpanakha Rāma era entusiasta della bellezza di Panchavati e offrì una preghiera di ringraziamento ad Agastya per avergli raccomandato quel posto incantevole. Il fresco Gōdāvari adornava la regione come un gioiello. Fluiva attraverso cinque territori (le colline, le selve, le zone aride, quelle coltivate e il mare) era opulento, utile per i campi e appariva come un meraviglioso poema composto da grandi poeti. Il fiume brillava: un volto di loto con gigli per occhi! Le sue onde gettavano in alto i fiori che s’inchinavano davanti ai piedi divini di Rāma! Le sue increspature sembravano gemere e piangere per le asprezze che Rāma, Laksmana e Sīta sopportavano nella foresta. Osservando due uccelli cakravaka che riposavano vicini su un letto di loti, Rāma posò lo sguardo sui seni di Sīta, mentre Sīta ammirando due grandi dune di sabbia volse gli occhi alle possenti spalle di Rāma. Ammirando i cigni che passeggiavano sulla riva del fiume il nobile principe guardò il grazioso incedere della principessa e quando lei vide un elefante maschio allontanarsi dall’abbeverata, sul suo volto fiorì uno sorriso squisito pensando all’assai più maestoso incedere del consorte. Lui osservò l’ondeggiare delle alghe e all’istante guardò i fianchi dell’amata e lei vide i loti rossi nel mezzo dei gigli neri e guardò l’amato. Lakshmana scelse un luogo adatto e costruì un rifugio per tutti loro e ancora una volta stupì Rāma per la capacità, l’abilità e la rapidità con cui portò a termine il compito. In questo luogo divino, Panchavati, vicino al fiume, finalmente Rāma e Sīta vivevano felici, amorevolmente accuditi da Lakshmana. Una mattina, all’inizio dell’inverno, scesero, com’era loro abitudine, al fiume Gōdāvari per il bagno e le preghiere mattutine e per raccogliere l’acqua per le necessità della giornata. Camminavano conversando fra di loro e rammentandosi del fratello Bharata che nello stesso momento doveva essere impegnato nei riti di cambio stagione ad Ayodya. Lakshmana era triste pensando che il fratello stava conducendo una vita di penitenza, alimentandosi con parsimonia e dormendo per terra, in attesa del loro ritorno. Anche Rāma ricordava ancora le dolci parole che Bharata aveva pronunciato al loro ultimo incontro. Così, coi pensieri rivolti a casa ai propri cari, compirono i riti mattutini. Dopo avere offerto le oblazioni agli antenati e le preghiere al sole, Rāma si levò trasfigurato come il Signore Siva e i tre ritornarono all’ashram. Terminati i doveri della mattina si sedettero per fare passare il tempo parlando con malinconia dei giorni trascorsi e raccontando storie antiche. Mentre stavano così rievocando il passato, giunse una donna rākshasā che li vide. Era Sōrpanakha, sorella di Rāvana,5 che stava vagabondando per la foresta. Era terribilmente brutta, ma aveva il potere magico d’assumere qualsiasi forma volesse, e prese le sembianze di una leggiadra fanciulla. Non sapeva di essere destinata a diventare la causa della distruzione di tutta la razza rākshasā. Quando vide la bellezza divina di Rāma fu presa da un incontrollabile desiderio per lui e gli si avvicinò. "Chi sei tu che vesti come un asceta ma sei accompagnato da una donna e porti armi adatte alla guerra? Perché ti trovi in questa foresta che appartiene ai rākshasā? Dimmi la verità." Rāma, seguendo le regole di cortesia del tempo, rispose: "Sono il figlio maggiore del grande re Dasaratha. Mi chiamo Rāma. Questo è mio fratello Lakshmana e questa mia moglie Sīta. Mi trovo nella foresta per obbedire al volere di mio padre e di mia madre e per realizzare il dharma. Ed ora per favore dicci chi sei. Qual è la tua famiglia? Sembri una donna della razza rākshasā. Quale ragione ti porta qui?""Avete udito il nome di Rāvana, l’eroico figlio di Visravas e re dei rākshasā?" rispose quella," Sono sua sorella. Il mio nome è Sōrpanakha. Anche i miei fratelli Kumbhakarna e Vibhēshana sono guerrieri famosi. E anche i signori di questa regione, Khara e Dōshana sono miei fratelli. Anche loro sono potenti uomini d’arme ed esercitano un grande potere in questo territorio. Ma io non sono soggetta al loro controllo, sono una persona libera – libera di fare ciò che mi pare e piace. In verità, tutti in questa foresta mi temono." Questo lo disse per rinforzare la sua posizione nel corteggiamento. "Dal momento che ti ho visto," continuò, "mi sono innamorata di te. Per questa ragione tu adesso sei mio marito. Perché te ne vai in giro con questa nanerottola? Io sono la compagna adatta a te. Vieni con me. Vagabondiamo a volontà nella foresta. Posso assumere qualsiasi forma mi piaccia. Non curarti di questa ragazza. La divorerò in un battibaleno e mi sbarazzerò di lei. Non esitare." Ubriaca di lussuria pensava e straparlava alla maniera della sua razza. Tutto questo sorprendeva e divertiva Rāma, che sorrise e le disse: "O bella creatura! Il tuo desiderio per me ti porterà alla rovina. Qui c’è mia moglie. Non ho interesse a condurre una vita con due mogli, ma il mio possente fratello non è vincolato da una moglie ed è attraente quanto me. Lui è il marito ideale per te. Offrigli la tua mano e lasciami in pace." Rāma si espresse così confidando che Lakshmana avrebbe risposto in modo appropriato. La rākshasi prese sul serio le parole di Rāma e rivolgendosi al fratello gli disse: "O, mio eroe, vieni con me. Vagabondiamo insieme gioiosi nella foresta Dandaka." Lakshmana colse lo spirito della situazione e rispose: "Non essere sciocca. Sta cercando di ingannarti. Qual è il tuo status sociale e quale il mio? Io sono qui schiavo di mio fratello mentre tu sei una principessa. Come puoi diventare mia moglie e accettare la posizione di una schiava di uno schiavo? Insisti invece perché Rāma ti prenda come seconda moglie. Non curarti di Sīta. Ben presto Rāma ti preferirà a lei e sarai felice con lui." L’orribile, corpulenta e flaccida rākshasi con occhi maliziosi e infiammati di lussuria, coi capelli color rame scarmigliati e la voce rauca di passione si avvicinò allo splendido Rāma che sorrideva e, spinta da una passione incontenibile e dalla rabbia che le procurava vedere Sīta, comportandosi come una rākshasi, perché non conosceva altro modo di fare, disse: "È questo piccolo miserabile insetto che si pone fra di noi. Come puoi amare questa donna senza girovita? Guarda, l’ucciderò all’istante. Non posso vivere senza di te. Solo quando l’avrò tolta di mezzo potremo essere felici." Detto questo si avventò su Sīta. Rāma intervenne giusto in tempo per salvarla. La farsa era durata troppo e minacciava di diventare una tragedia. "Lakshmana, guarda," gridò, "ho appena fatto in tempo a salvare Sīta. Prenditi cura di questo mostro e dagli una lezione." Lakshmana estrasse all’istante la spada, afferrò per i capelli la donna e le tagliò il naso, le orecchie e i capezzoli, poi la scacciò. Sōrpanakha, svergognata e mutilata, riprendendo le sue normali sembianze lanciò un acuto lamento e scomparve nella foresta. Sanguinante, pazza di dolore e di rabbia, corse ai piedi del fratello Khara che sedeva in pompa magna nel suo palazzo, circondato dai suoi collaboratori. Urlando di dolore raccontò, tutto d’un fiato, al fratello che la ascoltava sorpreso ciò che era avvenuto. Questi la pregò di ripetere con calma la vicenda. Sōrpanakha disse: "Due giovani uomini di bell’aspetto sono giunti nella foresta abbigliati come asceti e accompagnati da una ragazza. Dicono di essere i figli di Dasaratha. Questi due, prendendo come scusa la ragazza, mi hanno attaccato e ridotta in questo stato pietoso. Sono assetata del sangue di quei farabutti. Uccidili subito, ogni altra cosa può aspettare." Khara ordinò ai suoi generali: "Andate subito, uccidete questi uomini e portatemi i loro corpi senza vita. Trascinate qui anche la donna. Non indugiate." Quattordici generali partirono per eseguire l’ordine. Rama Distrugge i Rakshasa Sōrpanakha, accompagnata dai quattordici generali, tornò all’ashram di Rāma determinata a vendicarsi e a bere il sangue dei principi. Indicando i due giovani alla scorta disse: "Guardate, ecco gli uomini che mi hanno insultata e mutilata. Uccideteli immediatamente." Rāma comprese la situazione all’istante e disse a Lakshmana di prendersi cura di Sīta. Raccolto l’arco e le frecce s’incamminò verso i nuovi venuti. Poi, seguendo le regole di guerra in uso, si annunciò ai generali di Khara: "Diteci la ragione per cui siete venuti. Sappiate che siamo qui nella foresta agli ordini dei rishi allo scopo di distruggere i loro nemici. Se volete restare vivi, andatevene."Ma i rākshasā non volevano pace, bensì guerra. E lo scontro ebbe inizio. Non ci volle molto tempo perché i generali rākshasā fossero annientati dalle frecce di Rāma. Sōrpanakha tornò di nuovo, gemendo e lamentandosi, dal fratello che stentava a credere che un simile distaccamento di valorosi guerrieri potesse essere stato distrutto da un solo uomo. "È vero," disse la sorella, "che hai inviato quattordici dei tuoi guerrieri, ma ora giacciono nel freddo abbraccio della morte, uccisi da Rāma, la cui abilità con le armi elude ogni descrizione. Se ti è rimasta una scintilla d’orgoglio, parti all’istante col tuo esercito, combatti contro Rāma e salva l’onore della razza rākshasā." Queste parole, pronunciate davanti all’ assemblea ad alta voce, trafissero il cuore di Khara che si levò dallo scranno e diede gli ordini necessari. Un possente esercito agli ordini di Dōshana marciò in avanscoperta seguito da Khara, maestoso sul suo carro da battaglia. Sulla via incontrarono numerosi cattivi presagi, ma Khara rianimò l’esercito ricordando ai suoi uomini che non erano mai stati sconfitti. Rāma e Lakshmana nell’udire il frastuono dell’armata che si avvicinava si prepararono per la battaglia. Rāma disse: "Vedi i segni? È certo che i rākshasā di Janasthāna stanno marciando incontro alla loro distruzione! Vedo sul tuo volto la gloria della vittoria che ci aspetta. Armati, porta Sīta con te nella grotta sulla collina e proteggila. Affronterò le orde dei rākshasā e le distruggerò. Vai subito. Non ho bisogno di alcun aiuto." La battaglia stava per avere inizio. Gli Dei e i Gandharva sospesi in cielo assistevano allo spettacolo, innalzando benedizioni e preghiere per la vittoria del principe. I rishi erano in apprensione chiedendosi come avrebbe potuto da solo affrontare quella grande armata. L’esercito rākshasā avanzava a file serrate facendo fuggire dinnanzi a sé tutti gli abitanti della foresta. E Rāma lo aspettava a piede fermo con la mano posata sulla corda dell’arco e lo splendore del suo volto era quello di Rudra stesso quando tendeva Pināka, il suo grande arco. Come grandi nuvole nere che disturbano il sole, le orde dei rākshasā lo circondarono. La battaglia iniziò. Rāma tendeva il suo arco e lanciava i suoi dardi in tutte le direzioni in un flusso incessante. Come raggi del sole e con la velocità della luce, le saette scagliate dal punto in cui egli si trovava si diffondevano ovunque trafiggendo guerrieri, carri, elefanti e cavalli. Gli strali attraversavano i corpi dei nemici e ne uscivano ricoperti di sangue e brillanti come fuoco. L’armata era completamente distrutta e Rama era immobile come Siva alla fine del Tempo. Dōshana riprese il combattimento scendendo in campo con altri soldati e, per un breve momento, sembrò indomabile, ma ben presto le frecce di Rāma gli distrussero il carro e uccisero i cavalli. Il mostro allora gli si scagliò contro, ma gli strali del principe gli staccarono le braccia e il rākshasā cadde morente al suolo, come un elefante abbattuto. Il grande esercito di Khara era distrutto. Giunto fragoroso come un oceano, giaceva ora immobile, una distesa di cadaveri e membra tronche, armature abbandonate e carri distrutti. Rimanevano solo Khara e Trisiras. Trisiras disse: "Andrò io per primo e ucciderò Rāma o sarò ucciso. Dopo la mia morte potrai affrontarlo." Il rākshasā, che aveva tre teste, salì sul suo carro e attaccò Rāma scagliando frecce. Il principe le neutralizzò con altrettanti dardi che sibilavano come mortali serpenti. Infine Trisiras, colpito, si accasciò e morì sputando sangue e, a tale vista, i suoi uomini fuggirono come cervi spaventati. Khara, allora, in mezzo agli uomini che fuggivano, sebbene avesse perso tutta la sua boriosa baldanza, diresse il proprio carro verso Rāma e combatté coraggiosamente. I dardi lanciati dai due combattenti coprivano il cielo. Rāma con le sue saette distrusse il carro dell’avversario che, presa la mazza, gli si avvicinò minaccioso. Gli Dei e i rishi che osservavano la battaglia furono presi dall’ansia e rinnovarono le loro benedizioni. "Sei stato un terrore e una piaga per l’umanità!" esclamò Rāma, "Il vigore fisico non è una protezione per il malvagio. Hai perseguitato e ucciso i rishi impegnati nelle loro penitenze nella foresta, riceverai ora la punizione che ti spetta per questi peccati. Gli spiriti dei rishi di cui ti sei cibato ti stanno osservando ora dai loro carri celesti. Sono venuto nella foresta Dandaka per distruggere i perversi rākshasā. Le mie frecce trapasseranno i corpi della tua genia. La tua testa rotolerà ben presto sul terreno, come un frutto maturo. "Verme umano!" sbottò Khara. "Figlio di Dasaratha! Hai finito di vantarti? Sei fiero perché hai ucciso alcuni comuni rākshasā. Un eroe non si vanta come fai tu. Solo uno kshatrya bandito dalla sua gente si comporta in questo modo. Hai dimostrato che sei capace di vantarti. Vediamo adesso se sei capace di combattere! Eccomi con la mazza in mano, come Yama in persona, per prendere la tua vita. Sta calando la sera. Sii pronto a morire. Sono qui per vendicare la morte dei miei compagni."Dopo queste parole lanciò la mazza roteante contro Rāma che, con un dardo, la ruppe in mille pezzi. "Hai finito di parlare, rākshasā?" Rispose Rāma, "Adesso morrai. Questa foresta sarà al sicuro d’ora in poi e i rishi vivranno in pace." Nel frattempo Khara aveva sradicato un albero e, digrignando i denti, lo aveva scagliato verso Rāma che lo distrusse con le sue frecce e poi lanciò alcuni dardi mortali sull’avversario che, ferito, cercò il combattimento corpo a corpo, ma Rāma lo uccise con uno strale che gli trapassò il petto. I Deva fecero cadere una pioggia di fiori dall’alto e intonarono con gioia: "Rāma ha ucciso il Rākshasā peccatore. Gli uomini possono vivere in pace nella foresta Dandaka d’ora innanzi. Nel giro di un’ora Rāma ha eliminato Khara, Dōshana, Trisiras e l’intera loro armata. In verità egli è un eroe." Sīta e Lakshmana ritornarono dalla caverna. Il giovane fratello abbracciò il principe e si rallegrò dell’impresa compiuta senza aiuto e di avere adempiuto alla promessa di protezione fatta ai rishi. Il Sentiero della Rovina Akampana, uno dei pochi rākshasā sopravvissuti al grande massacro di Panchavati, fuggì a Lanka e, chiesta udienza a Rāvana, raccontò: "Quasi tutti coloro che vivevano a Janasthāna sono morti e la città stessa è ora una città vuota in rovina. Solo io sono riuscito in qualche modo a scappare e sopravvivere." Rāvana s’infuriò, lo fissò e urlò: "Chi ha distrutto la mia amata Janasthāna? È stato Yama o Agni o Vishnu? Infliggerò la morte al dio della Morte. Brucerò entrambi gli dèi del fuoco e del sole. Strangolerò il dio del vento e lo soffocherò. Dimmi, chi ha distrutto Janasthāna e ucciso i miei uomini senza curarsi che io sia qui per vendicarli? Dimmelo all’istante." Poiché era assai pericoloso portare notizie spiacevoli a un tiranno, Akampana terrorizzato dall’ira del re disse: "Parlerò, se mi concedi la tua protezione." Ottenutala, iniziò il suo racconto: "Rāma, figlio di Dasaratha, un giovane guerriero simile a un leone per il feroce coraggio di cui è animato, un eroe che ha già acquistato fama fra gli uomini, ha combattuto con Khara e Dōshana a Panchavati e li ha annientati." Il re rākshasā, soffiando come un cobra, chiese: "Di cosa stai parlando? Come è potuto accadere? Forse Indra e le schiere celesti sono scesi in terra e hanno combattuto al fianco di Rāma?" Akampana rispose: "No, nulla di tutto questo è successo, grande re. Rāma, da solo, ha affrontato l’intero esercito e i suoi comandanti e li ha uccisi tutti. Anche Khara e Dōshana sono stati uccisi. Le frecce mortali inviate dall’arco di Rāma, come serpenti a cinque teste, hanno raggiunto i rākshasā dovunque andassero e li hanno annientati." E continuò a descrivere a profusione l’abilità e la velocità di Rāma nell’uso delle armi. "Bene," disse Rāvana, "non comprendo come possa essere successo, ma parto immediatamente. Distruggerò questo piccolo verme." "Prima di partire, ascoltami grande re." disse Akampana, "Ascolta. Poiché mi hai promesso protezione ti dirò la schietta verità. Nessuno può combattere con Rāma e vincerlo. Quando dico ’Nessuno,’ voglio proprio dire ‘Nessuno.’ Vi è solo un modo per ucciderlo. Sua moglie è con lui. La sua bellezza non ha eguali sulla terra intera. Se escogiti un modo per portargliela via, la separazione ucciderà Rāma, tanto grande è il suo amore per lei. Rifletti su come farlo. Non pensare di affrontarlo in battaglia." Sentendo il racconto della bellezza di Sīta il desiderio del rakshasa si accese. Cominciò a pensare che la sconfitta di Khara e delle sue schiere era in realtà una evento fortunato che gli offriva l’opportunità di possedere una nuova bella regina e moglie. Accettò quindi il consiglio di Akampana e disse: "Domani mattina partirò. Penso che il tuo sia un buon piano." ‘domani’ Agosto 2011Rāvana, la mattina seguente, partì col suo carro volante trainato da muli, che splendeva come la luna mentre attraversava veloce il cielo fra le nuvole. Si diresse senza deviazioni alla residenza di suo zio Māricha. Māricha, accolto col dovuto rispetto il re, gli chiese quale urgente questione lo avesse portato là. "Ascoltami. Tu e solo tu mi puoi aiutare" gli disse Rāvana, "Janasthāna è stata distrutta e così l’intero esercito che vi avevo assegnato. Tutto ciò è opera di Rāma, figlio di Dasaratha. Non è incredibile? Per vendicarmi sono deciso a portami a casa sua moglie. Su questo voglio il tuo parere e aiuto." Māricha, che aveva sperimentato la maestria di Rāma in combattimento e il cui ricordo si era impresso a fuoco nella sua anima, rimase profondamente turbato e cercò di dissuadere il re dalla folle impresa. "Che piano è mai questo? Forse un nemico determinato a distruggerti, ma che pretende di esserti amico, ti ha dato un simile consiglio. Chiunque ti abbia suggerito un’azione simile desidera la distruzione della razza Rākshasā. È come dirti di mettere la mano nelle fauci di un cobra addormentato e strappargli i denti. Non hai dunque una famiglia felice e delle mogli devote? Torna da loro e goditi la vita e la ricchezza. Desiderare la moglie di Rāma è la strada maestra verso il disonore, la distruzione e l’annientamento della razza Rākshasā"Rāvana dalle dieci teste tornò a Lanka perché il consiglio ricevuto da Māricha gli sembrava sensato. Forse doveva anche essersi ricordato delle carenze presenti nella lunga lista di grazie che aveva ricevuto. Era vero che aveva ottenuto l’immunità dagli attacchi di tutti gli esseri, ma non degli uomini. Inoltre i dardi di Rāma avevano conquistato e ucciso l’intero esercito di Khara, Trisiras e Dōshana e altri grandi guerrieri. Quindi, considerando tutto questo, Rāvana accettò il consiglio di Māricha. Ma il Fato che l’attendeva non lo avrebbe graziato. Rāvana era seduto sul trono circondato dai suoi consiglieri. Con la sua sola presenza la corte assumeva un aspetto d’imponenza. La sala del trono era stata costruita dall’architetto divino Viswakarma che possedeva un’abilità tecnica infinita. Era perfetta e senza alcun difetto come il dharma. Rāvana stava seduto con le sue venti spalle che misuravano il cielo ed erano risplendenti come le montagne a est e i suoi orecchini brillavano come venti soli roteanti intorno al monte Meru. Le sue dieci teste coronate non s’inchinavano mai agli dèi della Trimurti e neppure alle più avvenenti donne dotate di vite sottili, seni abbondanti, braccia di bambù e occhi truccati di rosso. Sedeva con gli ornamenti tempestati di gemme che riflettevano la luce in tutte le direzioni, le spalle erano simili a diamanti grandi come montagne, e indossava una collana che sembrava fatta di stelle e dei nove pianeti. Le sue cavigliere da eroe tintinnavano ogni volta che potenti re inchinavano d’innanzi a lui le loro teste coronate. Gli Dei lasciavano cadere intorno a lui grandi quantità di fiori, tanti quanti erano i tributi portati dai reggenti dei tre mondi che gareggiavano fra di loro per ingraziarsi i suoi favori. I re e i capitani Siddha, seduti intorno a lui, erano sempre all’erta e solerti a inchinarsi anche se parlava solo con le domestiche. Quando sussurrava una buona parola a uno dei suoi ministri, i Kinnara presenti erano terrorizzati, temendo che avesse dato l’ordine di punirli. Era circondato dai Naga dei mondi più bassi che lo guardavano con paura, come peccatori che osservano la forma terrorizzante di Yama che regge un bastone per castigarli. Il menestrello celeste Tumbura, seduto a corte, esaltava il valore delle sue venti spalle che avevano soggiogato gli otto elefanti, sollevato il monte Kailas e combattuto Devendra. Il saggio Narada gli riversava nelle orecchie la sua perfetta musica classica, ricca di melodia, suscitata dalle corde della Vēna. Varuna, il signore degli oceani, avendo cura di non inzuppare le vesti delle damigelle di corte, che si aggiravano simili a pavoni e cerbiatte, spruzzava gentilmente su di lui acqua fragrante, mista a petali di fiori del mondo dei Deva. Vayu, il signore del vento, si prendeva cura di spazzare e portare via le gemme e le perle che cadevano dalle corone dei numerosi re raccolti in assemblea che cozzavano l’una contro l’altra. Brihaspati, il precettore degli Dèi e Sukrācarya degli Asura, reggendo verghe d’oro, scortavano Devendra e gli Asura ai posti loro assegnati. Persino Yama, il signore della morte, abbandonate le sue armi, passava regolarmente una parte del suo tempo alla corte di Rāvana. Agni, il signore del fuoco, aveva il compito di accendere le lampade riempite con ghee profumato, canfora e stoppini di cotone per rendere la corte di Rāvana simile ad una ‘foresta di loti’ in una grande vasca. Damigelle celestiali dai grossi seni che piegavano le loro vite sottili, spargevano riso e fiori con le mani rosse di kajal e lo magnificavano. Ammirando la squisita danza di Orvasi e di altre danzatrici, simile a quella del pavone, eseguita al ritmo perfetto dei tamburi e sommerso da un mare di donne con sopracciglia arcuate e grandi occhi neri, Rāvana, che aveva compiuto aspre penitenze per portare i tre mondi sotto il suo controllo, regnava maestosamente seduto sul trono.La maestà splendeva sui suoi volti come un fuoco sacrificale nutrito di ghee e il suo corpo possente mostrava le molte cicatrici riportate negli scontri vittoriosi sostenuti con Dei, Asura e altri esseri. Era dotato di forza e coraggio senza limiti, e altrettanto sconfinato era il suo adharma. Non aveva eguali come persecutore degli Dei, contaminatore dei sacrifici e seduttore di donne. Le schiere degli Dei e degli Asura erano spaventate a morte dalla sua presenza. Era il terrore di tutte le creature.Questo era lo splendore di Rāvana quando sua sorella, Sōrpanakha, con le mani rosse alzate sopra la testa e i capelli scarmigliati, si precipitò nella sala del trono gocciolando sangue dal petto, dal naso e dalle orecchie tagliati, mugghiando a bocca aperta con più forza del ruggente mare del pralaya.Sōrpanakha cadde ai piedi di Rāvana e si rotolò come una nube alle falde di una montagna. Il re, vista la condizione della sorella s’infuriò. La fronte gli si corrugò per la collera, le spalle si gonfiarono, gli occhi si rivolsero verso il cielo ed emisero fiamme. Gli Dei spaventati si chiedevano che altro sarebbe successo. Rāvana infuriato, con i baffi frementi, i denti acuminati brillanti come fulmini e sprigionando fumo dalle sue dieci bocche cavernose, urlò con voce tonante: "Chi è l’autore di questo atto infame?" "Due uomini sono giunti nella foresta. Sono i veri reggitori del mondo, non hanno eguali in questo o nei mondi celesti. Questi uomini mi hanno ridotta così." Udite queste parole la risata del re si diffuse in tutte le otto direzioni. "Persino l’azione più veemente compiuta dagli uomini," urlò, con occhi che sprigionavano fiamme, "può essere solo assai ordinaria. Deve essere stato qualcun altro; smetti di raccontarmi bugie, allontana la paura e dimmi esattamente cosa è successo." "Gli uomini di cui parlo," rispose la sorella, "sono di bell’aspetto come Manmatha. Hanno spalle così forti che possono demolire persino il monte Meru. Con la potenza dei loro archi possono distruggere i sette mondi in un secondo. Come posso spiegarti tutto questo adesso? Hanno grande rispetto per i saggi, i loro volti assomigliano alla luna in cielo; gli occhi, le mani e i piedi somigliano ai loti. Sembra che il loro scopo sia quello di portare avanti una penitenza senza fine. Indossano vesti fatte di corteccia. Con il cordoncino sacro attorno al petto recitano i Veda. Credono fermamente nella verità e non ti temono. Ti considerano come polvere. Posseggono faretre inesauribili, simili alle infinite parole dell’arte del dialogo. Quando i grandi saggi espressero il loro timore nei nostri riguardi, questi due giurarono solennemente che avrebbero estirpato tutta la razza Rākshasā. Sono assolutamente senza macchia e vivono nella foresta per compiere la volontà del padre. Sono Rāma e Laskmana. Non appena Khara e i suoi giovani e valorosi Rākshasā, saputo da me cosa era successo, si sono mossi con grande ostentazione di forza per punirli, il possente Rāma, con gli strali del suo ineguagliabile arco, li ha spediti tutti nel paradiso degli eroi in meno di un’ora." La reazione di Rāvana fu un misto di rabbia e di dolore. Prima ancora che le parole della sorella giungessero alle sue orecchie, come tuoni misti a pioggia provenienti dalle nuvole, i suoi occhi rossi lampeggiavano dall’ira e spargevano lacrime di dolore. Rāvana, simile ad un fuoco alimentato con ghee, allontanato il dolore, e con grande furia, domandò a Sōrpanakha: "Quale crimine hai commesso per spingere questi uomini a tagliarti il naso e le orecchie?""Una bellissima donna che stava al fianco del magnifico Rāma è stata la causa del mio crimine" rispose la sorella "una donna che non può essere ritratta neppure da un grande artista. Questa fanciulla, che aveva lasciato il suo rifugio in un fiore di loto, è così bella che deve avere ricevuto in dono la vita sottile dal fulmine, le braccia dai teneri bambù e la carnagione dall’oro!" "Chi è questa donna?" domandò Rāvana. "I suoi seni sembrano fatti d’oro," continuò Sōrpanakha, "La terra è fortunata a essere toccata dai suoi piedi di loto. Sīta è il suo nome. Le parole che pronuncia sono musica alle orecchie e sono dolci come il miele. I capelli sono decorati con fiori che stillano nettare. Merita di essere adorata come la donna divina persino dagli Dei. Lakshmi, nata dal loto, non è degna neppure di essere la sua ancella. Cercare di descriverne la bellezza è la prova della propria ignoranza. Come potrò spiegare la bellezza delle sue spalle? Come potrò descrivere i lucenti guizzi, come di spade, dei suoi occhi? O come riuscirò a esprimere il fascino del resto del suo corpo? Non ho l’abilità di raccontarne l’armonia in dettaglio. Non vorresti andare tu stesso domani a vedere? Perché dovrei cercare di dirtelo ora? Se ti descrivo la sua fronte come un arco, i suoi occhi come i loti, i denti come perle, le labbra simili al corallo, esprimo solo semplici parole che non rendono giustizia all’originale. Devendra ha Indrani come consorte; il Signore Siva, Umadevi; il Signore Vishnu, Laskhmi che tiene alla sinistra del suo corpo. Allo stesso modo tu dovrai avere Sīta. Tu solo avrai la rara distinzione di conquistare una donna che supera ogni altra in bellezza. O possessore di spalle che raggiungono i cieli! Fra la Trinità degli Dei, Siva tiene sua moglie Umadevi alla sinistra del suo corpo, Vishnu tiene Lakshmi sul suo cuore, Brahma la sua Saraswati sulla lingua. Dimmi Rāvana! Se sarai in grado di ottenere Sīta che splende come il lampo che emerge dalle nubi e che ha una vita tanto sottile da sembrarne priva, dove la terrai? So bene che, sebbene tu mi amerai per averti consentito di ottenere Sīta, diverrò la nemica di tutte le tue dolci mogli a palazzo. "Con l’unico scopo di portarti questa donna squisita mi sono avvicinata a lei e fu allora che il fratello di Rāma, Lakshmana, mi tagliò il naso con la spada. Sebbene in quel momento la mia vita fosse finita, ho sentito che sarei morta solo dopo averti raccontato ogni cosa. Perciò sono venuta qui." Così, come fa la virtù quando il peccato si insedia, ira, eroismo e giusta indignazione sparirono dalla mente di Rāvana. Come una fiamma bruciante che si fondeva con un’altra, la lussuria si fuse con la sua vita. Rāvana dimenticò ogni altra cosa, eccettuata Sīta. Dimenticò Khara ucciso da Rāma e la forza di Lakshmana che aveva reciso il naso della sorella e la disgrazia che ne era seguita; dimenticò persino le grazie che aveva ottenuto attraverso la penitenza! Per Rāvana, il nome di Sīta dalla vita sottile e la sua mente si erano fuse in una, non erano più due cose separate. Non aveva nessun’altra mente per setacciarle o separarle, e non conosceva neppure un modo per dimenticare Sīta. Come può una persona vincere la lussuria se non attraverso l’illuminazione? Ancor prima che Rāvana potesse coll’inganno imprigionare in Sri Lanka, circondata da alte mura, Sīta che per bellezza è simile al pavone, l’aveva già incatenata alla sua mente. Come risultato il suo cuore gradualmente si fuse come burro al sole. La febbre d’amore gli invase i cinque sensi. Manmatha, il Dio dell’amore, che normalmente avrebbe avuto timore di Rāvana, trovò ora il coraggio di scagliare su di lui le proprie frecce, perché il re, con la dorata Sīta in mente, aveva perduto la sua grandezza ed era diventato piccino, a riprova che la lussuria ha la forza di conquistare ogni cosa. Rāvana si alzò dal trono. Immediatamente i sette mondi lo benedirono, dovunque vennero suonate le conchiglie e una pioggia di fiori si riversò su di lui. L’assemblea fu sciolta e il re entrò nel palazzo con la mente sempre più tormentata dalla febbre d’amore. Evitando d’incontrare le mogli, raggiunse il suo ampio letto cosparso di fiori. Il tormento d’amore si diffuse progressivamente per tutto il corpo di Rāvana che non poteva smettere di pensare agli occhi e ai seni di Sīta dalla bella treccia fragrante di fiori kōnrai. La passione per lei aumentò a dismisura e a causa di ciò i fiori sul suo letto furono bruciati. Era in agonia a causa del fuoco che divampava in lui. Si alzò irato verso una brezza leggera profumata di gelsomino che lo aveva colpito come una freccia di Manmatha. Andò in giardino e la dolce brezza di stagione entrò nelle ferite aperte dai dardi del Dio dell’amore causandogli un’intollerabile sofferenza, al che Rāvana la scacciò invocando il ritorno della stagione precedente. Ma anche questa, con le sue piogge, non riuscì se non ad aumentare il calore interno prodotto dall’amore. Furioso scacciò anche questa stagione e tutte le stagioni e l’intero mondo fu trasformato in una regione celeste senza stagioni o tempo. Sperando che la luna potesse attenuare i suoi bollori invocò la luna piena e quella accorse al suo ordine, ma i suoi raggi si rivelarono null’altro che argento fuso, versato direttamente dal fuoco. Lamentandosi coi suoi assistenti perché gli avevano portato il sole invece della luna, con difficoltà si convinse della realtà e allora invocò che questa sparisse e tornasse giorno. Giunto all’improvviso, il giorno colse tutti gli esseri alla sprovvista: uomini, animali e piante ripresero le loro attività mattutine, solo gli astrologi e i galli continuarono a dormire ignari del comando di Rāvana. Se la furia del re non sterminò tutti quelli che gli stavano vicino, fu solo a ragione del fatto che il loro momento non era ancora arrivato. Al colmo della sofferenza, senza energie e potere di pensare, Rāvana gridò: "Non c’è ragione per essere irato con Vayu o con il sole o la luna. Persino Yama consumerà la mia vita se quella Sīta dagli occhi a forma di lancia non avrà compassione di me. Fate venire i miei saggi ministri che mi dicano cosa debbo fare." Gli inservienti, prima ancora che avesse terminato di formulare la richiesta, si precipitarono a convocare i ministri che si affrettarono ad arrivare a palazzo, chi a cavallo, chi con i carri e alcuni a dorso d’elefante. I saggi e gli esseri celesti si preoccuparono: Rāvana, capace di compiere qualsiasi impresa desiderasse, era ora confuso. Dopo aver consultato i ministri e aver analizzato ogni aspetto della questione in modo appropriato, fece preparare il suo carro volante trainato dai muli con i volti di mostri e, da solo, si recò di nuovo a trovare suo zio Māricha!
‘domani’ Novembre 2011
Māricha, che conduceva una vita da asceta, si preoccupò quando Rāvana giunse di nuovo al suo eremo. Lo salutò e gli chiese: "Come mai hai fatto tutta questa strada una seconda volta e giungi senza preavviso?" Rāvana, abile oratore, cominciò: "Sono afflitto da una grave preoccupazione da cui tu solo mi puoi salvare. Ti prego di darmi il tuo aiuto. Sai che i miei fratelli, per mio ordine, governavano Janasthāna e per tutti questi anni, al comando dei loro guerrieri, non avevano trovato mai opposizione. Ma ora quest’uomo, questo Rāma, li ha uccisi e ha distrutto l’esercito. Senza l’ausilio di un carro, in piedi nel mezzo del campo di battaglia, le sue frecce hanno trafitto a morte tutti i nostri congiunti. Oggi, nella foresta Dandaka liberata dai rākshasā, i rishi vivono senza paura. Questo Rāma, un principe privo di valore, bandito da suo padre senza dubbio a causa di qualche crimine commesso, se ne va in giro per la foresta con la moglie Sīta. Questo individuo vestito come un asceta, ma che gusta i piaceri dei sensi, questo rinnegato del dharma orgoglioso della sua forza ha, senza alcuna ragione, mutilato il volto di mia sorella e insultato la nostra razza. Mia sorella che ha sofferto il dolore e l’umiliazione della mutilazione è venuta a lamentarsi da me. Se, di fronte a tutto questo, resto seduto senza fare nulla, sarò ancora degno di essere un re? Sebbene l’ira non sia mitigata e mi senta come se avessi perduto la mia stessa vita non combatterò contro questi umani che non sono miei pari. Per vendicarmi ho deciso di rapire la moglie di Rāma. Disonorare e punire questo Rāma è un dovere che debbo alla mia razza. E per fare questo ho bisogno del tuo aiuto: con te al mio fianco non ho timori. Non vi è nessuno sulla faccia della terra che ti eguagli per coraggio, forza, abilità e poteri magici. Per questo sono venuto da te. Non rifiutare. Ti dirò come mi puoi aiutare. "Ti dovrai trasformare, usando la magia, in un cervo dorato – un cervo dorato pezzato d’argento. In questa forma andrai a giocare rumorosamente vicino all’ashram di Rāma. Sīta ti vedrà e, seguendo il suo impulso femminile, certamente insisterà con Rāma e Lakshama perché ti inseguano e catturino. Quando saranno così impegnati potrò facilmente portare via Sīta. "Sīta è una donna bellissima. Rāma perdendo una moglie simile sicuramente si struggerà per il dolore e smarrirà il suo spirito virile. Allora sarà semplice ucciderlo e vendicarci." Māricha fissò Rāvana. Il suo volto impallidì e gli si seccò la gola. Sapeva che il piano non aveva neppure l’ombra di una possibilità di successo. Gli era chiaro che il Fato aveva preso al laccio il collo del re e lo trascinava verso l’inevitabile rovina. Senza alcun dubbio aveva parlato dell’onore dei rākshasā, dei doveri del sovrano e dell’insulto subito da Sōrpanaka, ma in verità egli era spinto dal desiderio libidinoso di possedere Sīta. Māricha vedeva tutto questo. Vedeva anche che la sorella si era servita di lui per ottenere la sua vendetta sulla figlia di Janaka. Aveva rivestito il fuoco della passione, che aveva acceso nel fratello, con parole come l’onore della razza, la sicurezza dell’impero, l’uccisione dei parenti e così via, solo per raggiungere il suo scopo. "Ho ascoltato, o mio re, tutto ciò che hai detto e sono infinitamente addolorato. È facile adulare. L’adulazione è piacevole d’ascoltare. Coloro che esprimono suggerimenti sgradevoli sono pochi e ancora meno coloro che li accettano, comunque è mio dovere esprimerti la cruda verità. Parole dolci potrebbero compiacerti adesso, ma ti condurrebbero sicuramente verso il pericolo e la rovina. "I tuoi informatori non ti hanno detto la verità su Rāma: egli non è né un rinnegato, né un criminale, bensì un figlio rispettoso che vive nella foresta per onorare la parola di suo padre. Ben lungi dall’essere un debole o un codardo, è un potente guerriero, di cui non esiste eguale. "Non farlo diventare tuo implacabile nemico perché porterà la rovina sul tuo popolo e sul tuo regno. Dalla tua inclinazione sembra che Sīta sia nata solo per ottenere la tua distruzione. Ben presto i rākshasā e Lanka stessa saranno distrutti a causa tua. "Chi è il nemico che ha posto questo pensiero disastroso nella tua mente? Chi ti ha detto che è amante dei piaceri e della falsità? Rāma è l’incarnazione del Dharma. Egli utilizza la sua forza e coraggio al servizio del dharma. Se Indra è il primo fra gli Dei, Rāma è il primo fra gli uomini mortali. "Come osi, come puoi gettare il tuo sguardo lascivo su Sīta? Potrà mai Sīta concedersi a te? Ma sì, portala via a Rāma. Si può ingannare il sole e sottrargli la sua luce? Sarai ridotto in cenere se ti avvicinerai alla figlia di Janaka che è come un fuoco che divampa. Non cadere vittima degli strali di Rāma. Non cercare la morte. Non avvicinarti al fuoco che Rāma protegge. "O sovrano dei rākshasā, non fare orecchio da mercante. Ricordi come nei tempi andati, orgoglioso della mia forza, disturbavo i riti del saggio Viswāmitra. Allora Rāma era solo un ragazzo e tuttavia il rishi aveva ottenuto il giovinetto dal padre Dasaratha al fine di proteggere i suoi sacrifici. Mi avvicinai al luogo preparato per il fuoco sacrificale con sangue contaminato e carne e mi trovai ad affrontare Rāma. Cosa pensi che sia successo? Scagliò una freccia che uccise Subhanu sul posto e con un’altra mi fece cadere e poi mi lanciò in mare. Quel ragazzo è ora un uomo immensamente più forte e più abile con le armi! "Ho davanti ai miei occhi la rovina che ti attende. Vedo Lanka in fiamme e le strade disseminate di cadaveri e le vedove e gli orfani che piangono i loro cari. Evita questo grande peccato. Se sei adirato con Rāma affrontalo a viso scoperto e, combattendo, muori da eroe. Non seguire il cammino dell’inganno e non trascinarmi con te. Torna dalle tue numerose mogli e vivi felice. Non invitare Yama, il Signore della morte, sulla tua terra e sulla tua razza." "Quando un re," rispose Rāvana, "vuole conoscere se un’azione deve o non deve essere fatta è data libertà ai suoi consiglieri di valutare i vantaggi e gli svantaggi. Ma io non sono venuto da te per avere consigli. Sono il re e sono venuto per comunicarti cosa ho deciso di fare. Mi aspetto e voglio il tuo aiuto per portare a termine quest’azione. Ho considerato ogni singolo particolare di questo argomento e ho preso una decisione. Questa creatura insignificante che tu esalti, è indegna dell’onore di una sfida ad un combattimento regolare con me. È un uomo scacciato dalla sua nazione, un folle defraudato da una donna e privato dei suoi diritti. Il trattamento appropriato per un simile individuo è di disonorarlo portandogli via la moglie. È un argomento deciso e chiuso. Per questa ragione le tue considerazioni sono irrilevanti. Devi fare ciò che desidero e non è molto. Ti trasformerai in un insolito e bellissimo cervo e apparirai a Sīta attirando la sua attenzione. Lei manderà Rāma a catturarlo e tu lo condurrai lontano, poi, imitando la sua voce, griderai: "Oh, Sīta, oh Lakshmana. Udendo questo grido d’aiuto Sīta penserà che Rāma sia in pericolo e forzerà Lakshmana ad andare in suo soccorso. Quando sarà sola la rapirò e condurrò a Lanka. Dopo avermi reso questo servizio sarai libero di fare ciò che vorrai. Ma se non mi aiuti adesso, comprendimi, la tua vita è finita." Māricha pensò fra sé: "Rāvana sta delirando ed è già nell’ombra della morte, non mi ascolterà. Un desiderio peccaminoso lo spinge verso Yama. È meglio per me essere ucciso da Rāma che da Rāvana, in questo modo avrò reso la mia vita ad un nemico." E così accettò l’invito del re. Rāvana fu felicissimo e abbracciò Māricha dicendogli: "Ora sì, sei di nuovo il mio vecchio, caro Māricha." I due salirono sul carro e si diressero verso la foresta Dandaka. Sorvolarono città, montagne, fiumi e regni. Giunti infine sull’ashram di Rāma, si misero a spiarlo. Si posarono ad una certa distanza e Rāvana indicandogli l’insediamento dei principi lo invitò a fare la sua parte, secondo il piano. Māricha si trasformò all’istante in un meraviglioso cervo. Ogni parte dell’animale mostrava colori differenti e una squisita bellezza. Affascinava lo sguardo dell’osservatore come un arcobaleno in cielo. Oro, argento, diamanti, gemme e fiori sembravano apparire in successione sul suo splendido mantello. Era come un magnifico ruscello di gioielli che scorreva su un meraviglioso corpo dorato. Il cervo magico cominciò a muoversi intorno all’ashram, ora fermandosi, ora riprendendo i suoi graziosi saltelli. Di tanto in tanto si fermava a brucare l’erba oppure alzava la testa per assaggiare qualche giovane germoglio. Si avvicinava all’ashram, timido, e poi correva al riparo delle fronde per riapparire poco più in là. Se si avvicinava ad altri cervi gli animali anziani lo annusavano e, presi da subitaneo terrore, fuggivano. Sīta, che stava raccogliendo fiori nella foresta, vide l’animale e rimase sorpresa della sua bellezza. Il cerbiatto la guardò e iniziò a correre qui e là di fronte a lei. "Venite a vedere, venite a vedere!" gridò Sīta desiderosa che anche i due fratelli lo vedessero. "Presto, presto, venite!" Rāma e Lakshmana uscirono dalla capanna e si stupirono ammirando la squisita creatura. Lakshmana cominciò a sospettare. Non gli sembrava un’animale ordinario, ma, piuttosto, un rākshasā travestito. Entrambi i principi avevano sentito parlare di Māricha ed era stato loro raccontato come, assumendo la forma di cervo, avesse spesso ingannato e ucciso i cacciatori. "Questo non è un animale normale" disse Lakshmana, "è l’inganno di un rākshasā." Ma Sīta chiese: "Per favore, catturatelo per me. Lo addomesticheremo e lo terremo all’ashram. È la creatura più bella che abbia visto fino ad ora nella foresta. Guarda! Ma guarda che colori! E che giocosità!" Così continuò a parlare del cerbiatto e ad implorare che qualcuno lo prendesse per lei. Pregò Rāma: "Presto dovremo tornare in città. Non dovremmo portare con noi qualcosa di raro dalla foresta? Non sarebbe bellissimo avere questa squisita creatura nei giardini interni del palazzo? Bharata sarebbe così contento. Mi piacerebbe poterglielo regalare. Amore mio, ti prego prendilo." "Guarda," aggiunse Sīta, "è tutto d’oro. E adesso è tutto argento. Se non puoi catturarlo almeno abbattilo con una freccia, così da portarne a casa il mantello" Rāma, che non riusciva più a resistere alle suppliche, pensò: "Anche se Lakshmana avesse ragione e la creatura fosse un rākshasā tanto meglio, una ragione in più per ucciderlo. Cosa c’è da temere? Se non riesco a catturarlo vivo posso abbatterlo con una freccia e offrirne il mantello a Sīta. Se desidera tanto averlo non è forse mio dovere procurarglielo?" Chiese quindi a Lakshmana di portargli arco e frecce e il fratello, sebbene non convinto, obbedì. "Stai in guardia, Lakshmana," si raccomandò Rāma, "resta al fianco di Sīta e proteggila con cura. Tornerò presto con questo cervo vivo o morto. Non preoccuparti. Anche se fosse un rākshasā che importa? Seguirà il destino di Vātāpi. Se è venuto per imbrogliarmi, come Vātāpi ha cercato di fare con Agastya, sarà vittima del proprio inganno. Cosa può farmi? Cervo o rākshasā per me è uguale." E poi aggiunse ancora: "Sii prudente, bada a Sīta. Può succedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Sii vigile." Il destino aveva preparato il palcoscenico per la disgrazia. Insolitamente, Lakshmana, che era di natura focoso e rapido alla risposta, in quest’occasione era rimasto dubbioso e Rāma, che normalmente era ponderato, ora si arrendeva allo sciocco desiderio di Sīta e andava a caccia del cervo demone. Al fine di lasciare a Rāvana molto tempo e maggiori occasioni di successo Māricha si mantenne a portata di vista di Rāma, ma a distanza sufficiente per non essere raggiunto e lo trascinò sempre più lontano. Il cerbiatto si fermava a guardare il suo inseguitore, poi fuggiva fingendo di essere spaventato. Sollevando le orecchie balzava via portando gli zoccoli vicino al petto. Spariva per un po’ fra gli alberi per riapparire presto su un monticello a mostrare la sua graziosa figura stagliarsi contro una nuvola di passaggio. Qualche volta consentiva all’inseguitore di avvicinarsi, facendo mostra di essere stanco, per poi scattare via e sparire di nuovo. Māricha comprese che Rāma non avrebbe continuato a cercare di catturarlo vivo ancora per molto e che presto sarebbe stato spedito in paradiso. Di conseguenza balzò a grande velocità alto in cielo. Immediatamente Rāma prese una freccia rossa, che era spietata come il disco di Mahāvishnu, e le ordinò d’inseguire Māricha e di ucciderlo. Il dardo con la punta a forma di foglia, ben presto trapassò il cuore del rākshasā che, nello stesso momento, lanciò il grido convenuto e cadde al suolo morto riprendendo la sua forma. Il grido fu udito in tutte le otto direzioni. In piedi, a fianco del corpo senza vita, Rāma si rese conto che quello era lo stesso rākshasā giunto anni prima a disturbare lo Yaga del rishi Viswāmitra. Richiamando alla mente Lakshmana che gli aveva chiesto di non mettersi a caccia del cervo, Rāma pensò: "Mio fratello è fantastico! Mio fratello, che è la mia stessa vita, è grande! Nato dopo di me per proteggermi è in verità eccezionale. Questo farabutto di rākshasā ha lanciato un grido d’aiuto imitando la mia voce. Sīta, che è timorosa, sarà certo presa da sconforto udendolo." Rāma era però rincuorato al pensiero che Lakshmana avesse già capito che costui era l’ingannevole Māricha: "Mio fratello conosce la mia forza e abilità per cui rassicurerà Sīta. Tuttavia questo rākshasā non è giunto fin qui solo per morire. Il grido che ha lanciato indica che una disgrazia sta per piombarci addosso. Devo tornare prima che ciò accada. E, con questi pensieri, Rāma si lanciò di corsa in direzione dell’eremitaggio. L'Inganno di Ravana Descritto ciò che era avvenuto nel luogo dove Rāma dalla carnagione blu come l’oceano aveva inseguito il cervo, sveliamo adesso cosa accadde alla flessuosa Sīta all’eremitaggio. Nel momento in cui furono uditi i lamenti di Māricha, ella, portando le mani al ventre, svenne come un uccello koel che ferito cade da un albero. Come un rampicante senza sostegno, o un serpente scosso violentemente dal tuono, si rotolò per terra, coi capelli scarmigliati, lamentandosi: "Per desiderio di un cerbiatto sono ora causa della morte di mio marito, dell' unico mio sostegno che mi è stato portato via." Poi si rivolse a Lakshmana con queste parole: "Come mai sei ancora qui, sapendo che Rāma il perfetto è caduto a causa di un perfido rākshasā?" Lakshmana, che sapeva cos’era successo, cercò di spiegare a Sīta qual era la situazione dicendole: "Vi è qualcuno in questo mondo più forte di Rāma? Solo a causa del tuo essere donna puoi pensare che tuo marito, possessore di una forza superlativa, possa essere stato vinto da un rākshasā. O grande signora, potrebbe forse il possente Signore di tutto questo universo che copre i sette mari, i quattordici mondi e le sette montagne, essere vinto da un fiacco farabutto? Persino i cinque elementi perdono le loro caratteristiche quando Rāma s’infuria. Chi credi che sia Rāma dagli occhi di loto simili a nuvole? E perché piangi? Potrà mai il tuo Signore perdere in battaglia e cercare l’aiuto di altri? Se ciò accadesse, l’intero universo con tutti i pianeti si rovescerebbe e spezzerebbe in mille parti. Persino il Signore Brahma e le altre divinità sarebbero distrutte. Per sposarti ha spezzato il possente arco del Signore Siva. Come possono semplici parole descriverne il valore che non ha uguali nell’intero universo? Così come Rāma può proteggere chiunque può proteggere anche se stesso. Se fosse afflitto, tutti i tre mondi sarebbero annientati; esseri celesti, saggi e tutte le altre creature sarebbero distrutte e con loro anche il dharma sparirebbe. Che altro posso dire? Non temere; aspettiamo qui senza paura." "Aspettare qui invece di correre in aiuto di Rāma, non è dharma!" gridò Sīta furiosa. Si sentiva morire. Con parole dure, temerarie e sfacciate aggiunse: "Persino quelli che sono stati con un amico per un solo giorno darebbero la vita per lui, mentre tu stai qui ad aspettare impassibile tuo fratello che sta morendo! L’unica strada che mi resta è quella di togliermi la vita gettandomi nel fuoco!" Lakshmana cadde ai piedi di loto di Sīta che era sul punto di gettarsi in un incendio della foresta come un cigno in un lago di fiori rossi di loto. "Perché vuoi morire? Le tue parole mi terrorizzano. Non voglio disubbidire al tuo ordine. Allontana la pena. Io, tuo schiavo, partirò subito come desideri. Abbiamo forse il potere di vincere l’aspro e furioso fato? Mi chiedi di disobbedire agli ordini ricevuti da Rāma. Allontanandomi resterai sola." Col cuore in fiamme il principe partì alla ricerca del fratello pensando: "Se resto, Sīta si getta nel fuoco, se la lascio capiterà un disastro. Se dovesse sopraggiungere qualche pericolo dopo la mia partenza solo Jatāyu il re degli avvoltoi potrà, al meglio delle sue capacità, proteggere Sīta." Non appena Lakshmana si fu allontanato, il crudele Rāvana, che stava attendendo questo momento, assunte le sembianze di un saggio, si presentò all’eremitaggio appoggiandosi al triplice bastone simbolo della conquista sui tre nemici del saggio che cerca la liberazione: la lussuria, l’ira e l’illusione! Appariva emaciato come chi avesse camminato a lungo dopo un digiuno. Recitava il melodioso Sama Veda con un ritmo tanto perfetto che sembrava prodotto da una vīna. Camminando con cautela, come se stesse passando sul fuoco o su petali di fiori, con le mani tremanti, appariva così vecchio che persino la vecchiaia ne era disgustata. Con la schiena curva si avvicinò all’eremitaggio e domandò con voce esitante: "C’è qualcuno all’interno?" Scambiandolo per un saggio dalla mente e dalle penitenze ineccepibili, Sīta lo invitò a entrare. Rāvana vide Sīta e pensò: "Sono sufficienti i miei venti occhi per gioire della bellezza accecante di questa damigella uscita da un loto rosso? Che peccato non possedere migliaia di occhi che non battano ciglio! Persino quando è addolorata e agitata il suo volto è luminoso, mi chiedo quanto sarà ancor più bello e splendido nei momenti felici col sorriso a illuminarlo. Regalerò il mio regno a Sōrpanaka che ha scoperto per me una fanciulla simile. Nutrita di questi pensieri la sua passione lussuriosa crebbe a dismisura. La casta Sīta, asciugandosi le lacrime, lo salutò invitandolo a sedersi. Montagne e alberi, osservando questa scena orribile rabbrividirono, gli uccelli smisero di cantare, mentre gli altri animali spaventati si allontanarono dal luogo. Rāvana chiese di chi fosse l’eremitaggio, chi vi stesse conducendo le penitenze, chi fosse Sīta e come mai si trovasse lì. Sīta rispose con cortesia, narrando dei principi e della sua discendenza e, alla fine, chiese a sua volta: "Voi mi sembrate assai anziano e stanco per un lungo cammino nella foresta. Da dove venite?" Il vecchio le rispose: "Vi è qualcuno conosciuto col nome di Rāvana. Ha conquistato persino Devendra. La sua bellezza non può essere dipinta. Discendente dal Signore Brahma è il reggitore di tutti i mondi, incluso quello degli Dei. La sua grandezza e potenza sono al di là di ogni possibile descrizione, è immensamente ricco e vive nella città dorata di Lanka circondato dal mare. Il Signore Brahma gli ha garantito una vita senza fine e tiene in mano la spada ricevuta dal Signore Siva. Tutti i pianeti sono stati imprigionati da lui. Possiede un carattere nobile, grande conoscenza e un temperamento equilibrato. È più attraente dello stesso dio dell’amore Manmatha. I saggi come me lo adorano come il loro signore, perché possiede la grandezza della Trinità degli Dei. Donne bellissime, provenienti da tutti i mondi, cercano i suoi favori e, sebbene Rāvana sappia di essere ambito, non è interessato a loro. È in cerca di una damigella degna di lui. Sono andato laggiù con lo scopo di passare solo alcuni giorni nella città governata da questo grande Sovrano, ma vi sono rimasto a lungo, incapace di lasciarlo. Arrivo da là." "Voi siete un uomo che considera persino questo corpo superfluo." Disse Sīta, "Cosa vi ha spinto a stare nella città degli empi rākshasā che, malgrado i Veda e i saggi, uccidono e si nutrono di esseri umani? Avete commesso un errore restando con loro invece che coi saggi che conducono penitenza nella foresta!" Al che Rāvana replicò: "O damigella dal volto simile alla luna, persone che sanno mi dissero che i fieri rākshasā si erano sbarazzati delle loro malvagie abitudini. Sapendo questo vi sono andato senza paura e posso dire che, se li esaminiamo con attenzione, non sono affatto malvagi, anzi, i Deva sono peggio. In verità per me sono molto meglio i Rākshasā." "Mischiandosi coi peccatori" ribattè Sīta, " anche l’uomo virtuoso smette di esserlo." Temendo di essersi scoperto troppo il re, volendo conquistare la fiducia di Sīta, chiese: "Ma cosa possono fare quelli che vivono nei tre mondi se non sottomettersi ai voleri di questi forti rākshasā?" La nobile figlia di Janaka non si placò e riprese dicendo: "Il mio caritatevole marito, che protegge il dharma, spazzerà via l’intera razza rākshasā prima della fine della sua penitenza qui nella foresta. Da allora in poi il mondo sarà libero dal dolore." Sorridendo il vecchio aggiunse: "O damigella con occhi che assomigliano a pesci guizzanti, se un umano ordinario può vincere e distruggere i possenti Rākshasā, allora un tenero leprotto potrà abbattere un elefante o un cerbiatto uccidere il leone." "Sembra che non abbiate saputo," ribattè Sīta con le lacrime agli occhi pensando alle avversità che Rāma aveva dovuto sopportare, "del furioso Virādha o di Khara e dei suoi rākshasā straziati dagli strali inviati da mio marito. Il leone a cui vi riferite è il mio benevolo signore, il branco di cervi è l’orda dei rākshasā. Presto verrete a sapere in qual modo il clan dei Rākshasā sarà stato eliminato e gli Dei saranno di nuovo esaltati. Può il male vincere il dharma indistruttibile? Che peccato che non abbiate realizzato questo!" Sebbene Rāvana fosse colmo di gioia alla vista di Sīta, le parole con cui ella aveva sostenuto che Rāma e Lakshmana fossero più forti dei rākshasā lo fecero infuriare. "Glorificate la distruzione per mano di un uomo, di un debole come Virādha e altri. Comprenderete ben presto che questa non è una grande impresa quando la brezza messa in movimento dalle venti spalle di Rāvana distruggerà il vostro eroe con la facilità con cui si schiaccia un fiore. Persino l’impresa di frantumare il monte Meru, di stracciare la copertura del cielo, di frullare l’oceano, di estinguere il fuoco subacqueo o di sollevare questo mondo può essere compiuta facilmente dal re di Lanka. Chi pensate che sia Rāvana? Cosa vi è di difficile per lui?" Sīta sbottò di rimando: "Solo perché qualcuno possiede molte spalle per offrire protezione, possiamo dire che sia forte? Questo Rāvana fu imprigionato da Kārtaviryārjuna, il possessore delle cavigliere da eroe la cui foresta di spalle fu distrutta dall’ascia del giovane Parasurama che ne aveva solo due!" All’udire queste parole gli occhi di Rāvana lanciarono fiamme, emersero le sue enormi spalle, le corone sulle sue teste toccarono il cielo. Lo sbattere delle sue mani risuonava col fragore del tuono. I suoi denti sbattevano per l’ira che lo aveva invaso, mentre la falsa forma del vecchio scompariva. Sīta, spaventata, si chiedeva chi mai potesse essere. Non poteva né parlare, né scappare. Tremava come se fosse davanti allo stesso Yama. "Senza considerare il mio eroismo," le disse Rāvana, "che ha costretto gli Dei ad eseguire i miei comandi, hai magnificato la forza degli umani che conducono la vita spregevole dei vermi. Sei salva solo perché sei una donna. Altrimenti ti avrei schiacciata e inghiottita e poi mi sarei ucciso perché mi sono infatuato di te." "O dolce cigno, non tremare," proseguì Rāvana,"ti reggerò gentilmente come una corona su ognuna delle mie teste che non si sono mai inchinate a nessuno fino ad oggi. Sotto il mio regno potrai vivere felice con la ricchezza dei quattordici mondi. Farò adagiare ai tuoi piedi e correre ai tuoi comandi innumerevoli donne celestiali." Sīta si copriva le orecchie con le mani delicate e rispondeva: "Tu, rākshasā! Che spregevoli parole mi rivolgi. Sono la casta moglie di Rāma, il possessore di un arco spietato. Sei come un cane bastardo che cerca di consumare le offerte preparate per una cerimonia sacra. Credi forse che distruggerò la mia nobile natura, per paura di perdere la vita che è effimera come una goccia di rugiada sulla punta di uno stelo d’erba? Se vuoi restare vivo vattene e nasconditi prima che gli strali di Rāma, simili al lampo, ti colpiscano." L’insensibile Rāvana replicò: "Le frecce di tuo marito cadendo sul mio petto che ha distrutto perfino le zanne degli elefanti della regione, saranno come fiori che cadono sui fianchi di una montagna. O bellezza delle bellezze, la passione sorta da un eccessivo amore per te mi sta consumando. Concedimi di vivere, assecondando il mio desiderio. Raggiungerai allora altezze che neppure una donna celeste ha mai raggiunto." Parlando in questo modo Rāvana, con le spalle più possenti delle montagne, s’inchinò profondamente ai sacri piedi di Sīta. La paziente figlia di Janaka inorridita come se una spada macchiata di sangue le fosse caduta addosso gridò ad alta voce: "O mio signore! O Lakshmana!" Rāvana memore della maledizione di Brahma, per la quale le sue teste sarebbero cadute a pezzi se avesse toccato una donna contro la sua volontà, raccolse con le sue possenti braccia simili a colonne un enorme pezzo di terreno intorno all’eremitaggio, lo posò sul carro e ordinò all’auriga di partire di gran carriera.
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